Crans-Montana e il 2026: la cura di sé come atto di resistenza
Abitare questo 2026 richiede qualcosa di più di una solida competenza tecnica; esige una postura esistenziale che sappia farsi, contemporaneamente, scudo e antenna. Come professionisti della cura, insegnanti, educatori o genitori, siamo chiamati oggi a stare sulla soglia, quel confine sottile dove non è permesso sprofondare nel trauma collettivo, ma dove non è nemmeno onesto restare distaccati dietro il paravento di un ruolo burocratico. La nostra postura deve essere quella di chi accetta la propria vulnerabilità non come un limite da nascondere, ma come il primo e più potente strumento di connessione con l’altro. In un tempo in cui le notizie di aggressioni e conflitti che incendiano il mondo sembrano smentire ogni giorno la possibilità di un futuro governato da regole giuste, il nostro compito si fa immensamente più faticoso. Diventa difficile raccontare ai ragazzi la bellezza della convivenza civile mentre le strutture del mondo sembrano remare contro, mentre i grandi della terra definiscono “farsa” quel diritto internazionale frutto di tanto lavoro di mediazione e diplomazia avvenuto nel tempo.
Eppure è proprio in questa crepa che la nostra professionalità si trasforma in etica: restare umani proprio quando l’umano appare più fragile e calpestato.
Questa responsabilità degli adulti si fa ancora più urgente e silenziosa quando la cronaca irrompe con la violenza dell’inconcepibile, come nel caso della terribile strage della discoteca di Crans-Montana, o degli inquietanti gesti di irresponsabilità degli adulti che l’hanno accompagnata.
Di fronte a eventi di tale portata, che sembrano annientare ogni logica educativa, il primo istinto dell’adulto è il silenzio o, al contrario, la ricerca di una colpa rassicurante. Invece, siamo chiamati a stare dentro quello smarrimento insieme ai ragazzi, senza la pretesa di avere risposte pronte, ma con la dignità di chi non distoglie lo sguardo. La nostra responsabilità è quella di essere testimoni di una tenuta: mostrare che, anche quando il buio sembra inghiottire i luoghi del divertimento o le sicurezze dei confini vicini, esiste ancora una comunità adulta capace di farsi carico del dolore. Non possiamo spiegare l’inspiegabile, ma possiamo garantire una presenza che non si sgretola, che sa piangere senza perdere la lucidità e che continua a credere nella necessità di una legge che protegga la vita, proprio mentre quella legge viene brutalmente violata.
Salvaguardare chi educa in questo scenario di emergenza costante significa difendere il diritto a non dover essere a tutti i costi invincibili. Significa rivendicare una professionalità che non si misura sulla capacità stoica di sopportare carichi infiniti, ma sulla sapienza antica di saperli condividere, trasformando la fatica solitaria in un compito comunitario. Dobbiamo proteggere con fermezza quel nucleo profondo che ci permette di restare lucidi senza diventare cinici, aperti senza smarrirci nel dolore che accogliamo. Non possiamo offrire ai nostri ragazzi una testimonianza credibile di giustizia se, per primi, non garantiamo a noi stessi lo stesso ascolto profondo e la stessa cura che dedichiamo a loro. La dimensione personale di chi cura non è un dettaglio privato, ma la sostanza stessa del lavoro pedagogico; proteggerla significa garantire che la nostra presenza non diventi un atto meccanico, ma resti un incontro vivo, capace di generare speranza anche dove il mondo sembra volerla soffocare. Solo abitando con onestà la nostra stanchezza possiamo insegnare alle nuove generazioni che la pace e la giustizia non sono concetti astratti, ma il frutto di una manutenzione attenta e quotidiana dell’anima e delle relazioni.
E allora proviamo, in questi giorni in cui stiamo rientrando in classe, a parlare con i giovani delle nostre e delle loro emozioni: prima “sentendole”, poi riconoscendole e dando loro un nome, poi esprimendole con gesti e parole nei comportamenti di tutti i giorni. Perché imparare a condividere ciò che proviamo è il primo passo per costruire relazioni autentiche e una comunità educante più serena, consapevole e responsabile.
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