Come il cervello costruisce conoscenza

Di Bruno Lorenzo Castrovinci
Pedagogista, scrittore, pubblicista e Dirigente Scolastico presso l’Istituto Tecnico Tecnologico “Ettore Majorana” di Milazzo

Mente, questa sconosciuta, a lungo intuita, immaginata, raccontata più che compresa, e poi lentamente disvelata, quando le tecniche di neuroimaging hanno aperto uno spiraglio su un mondo fino ad allora invisibile, mostrando come tutto confluisca, come nulla accada per caso, come molte intuizioni che attraversano gli albori del pensiero umano trovino oggi una conferma, una risonanza, talvolta anche una smentita, che non cancella il loro valore ma ne chiarisce il senso storico. Alcune teorie sono state superate, altre abbandonate, come la frenologia di fine Ottocento, oggi non più considerata scientificamente valida, eppure capace di avviare una direzione di ricerca, di porre domande, di spingere lo sguardo oltre, ricordandoci che anche gli errori, nella storia della conoscenza, hanno avuto una funzione generativa.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più straordinario della ricerca sulla mente: il fatto che tutto, col tempo, acquisti un senso, che ogni scoperta si collochi in una traiettoria più ampia, che ciò che oggi sappiamo non rappresenti un punto di arrivo ma solo una soglia, un inizio, una tappa intermedia di un cammino che resta aperto, incompleto, carico di possibilità. Siamo ancora all’inizio, e chissà quanto resta da indagare, da comprendere, da nominare, in un territorio che continua a sorprenderci proprio perché coincide con ciò che siamo.
Parlare di apprendimento significa allora entrare in uno spazio di straordinaria complessità, in cui biologia, esperienza, linguaggio, memoria ed emozione si intrecciano in modo indissolubile, perché ciò che chiamiamo conoscenza non nasce mai come semplice accumulo di informazioni, ma come processo vivo, dinamico, che coinvolge il cervello nella sua interezza e la persona nella profondità della sua storia. Ogni atto di apprendimento è il risultato di un dialogo continuo tra ciò che arriva dall’esterno e ciò che è già presente all’interno, tra il mondo e l’identità, tra il nuovo e il noto, in un equilibrio delicato che rende l’educazione un’esperienza trasformativa, mai neutra, mai riducibile a una tecnica.
Dalla sinapsi all’aula si estende un continuum invisibile ma reale, una trama sottile che collega l’attività microscopica dei neuroni alle pratiche quotidiane dell’insegnamento, mostrando come ogni gesto educativo affondi le proprie radici nei meccanismi neurobiologici e, allo stesso tempo, produca ricadute esistenziali, emotive e sociali che attraversano la vita delle persone. Comprendere come il cervello costruisce conoscenza non significa ridurre l’educazione a un insieme di procedure standardizzate, ma riconoscere che insegnare e apprendere sono atti profondamente umani, carichi di senso, di responsabilità e di possibilità.
Ogni scelta didattica, ogni parola pronunciata in aula, ogni silenzio lasciato al pensiero incide sul modo in cui il cervello degli studenti organizza l’esperienza, seleziona ciò che conta, costruisce connessioni e attribuisce significato, contribuendo a modellare non solo competenze e abilità, ma visioni del mondo, immagini di sé, traiettorie di vita che spesso iniziano proprio lì, in uno spazio educativo apparentemente ordinario, ma attraversato da processi straordinari.

 

Dalla sinapsi alla conoscenza
Ogni processo di apprendimento prende avvio in uno spazio infinitesimale, nello scarto silenzioso che separa un neurone dall’altro, dove lo scambio sinaptico permette al cervello di integrare l’esperienza e di tradurla in pensiero. In quel luogo invisibile non avviene una semplice trasmissione di segnali, ma un processo altamente selettivo e dinamico, perché il cervello umano non registra passivamente ciò che incontra, bensì attribuisce valore, filtra, confronta e riorganizza le informazioni sulla base del contesto, delle aspettative e del significato attribuito all’esperienza.
La conoscenza emerge così come una rete complessa di connessioni in continua trasformazione, in cui ogni nuova informazione entra in relazione con ciò che è già presente, modificandolo e venendone a sua volta modificata. Imparare non significa aggiungere un tassello a un mosaico già definito, ma ristrutturare l’intero disegno, perché ogni sapere autentico incide sulle rappresentazioni profonde dell’individuo e sul suo modo di interpretare la realtà. A livello sinaptico, l’apprendimento è già interpretazione e costruzione di senso, ed è per questo che due persone, poste di fronte allo stesso contenuto, possono elaborarlo in modi radicalmente diversi, dando vita a conoscenze personali, situate e profondamente umane.

Plasticità cerebrale e apprendimento
La plasticità cerebrale rappresenta il fondamento biologico dell’educabilità umana, poiché consente al cervello di modificare la propria organizzazione strutturale e funzionale in risposta alle esperienze, dimostrando che il cambiamento non è un’eccezione, ma una condizione costitutiva dell’essere umano. Ogni apprendimento significativo produce una variazione reale nelle connessioni neurali, rafforzando alcuni circuiti, indebolendone altri e creando nuovi percorsi di attivazione, secondo un principio di adattamento che rende il cervello profondamente sensibile alla qualità delle esperienze vissute.
Questo implica che non tutte le esperienze educative hanno lo stesso valore trasformativo, perché il cervello apprende in profondità solo quando è coinvolto in processi di comprensione autentica, di riflessione e di rielaborazione personale. Le attività ripetitive, meccaniche o prive di significato tendono a produrre apprendimenti fragili, facilmente dimenticabili e scarsamente trasferibili, mentre le esperienze che sollecitano il pensiero critico, la connessione tra saperi e l’applicazione consapevole favoriscono una costruzione stabile e duratura del sapere. Educare significa, dunque, creare contesti ricchi di senso, capaci di attivare la plasticità cerebrale nel rispetto dei tempi del cambiamento e della complessità dei processi cognitivi.

Emozione e cognizione
Nel funzionamento del cervello umano, emozione e cognizione non costituiscono due dimensioni separate, ma due aspetti intrecciati di un unico processo che guida la comprensione, la decisione e l’azione. Le emozioni orientano l’attenzione, segnalano ciò che è rilevante, attribuiscono valore alle esperienze e rendono possibile una memorizzazione che non sia puramente meccanica, ma profondamente radicata nel vissuto personale e nella storia individuale.
Quando l’apprendimento è accompagnato da interesse, curiosità e coinvolgimento affettivo, il cervello attiva risorse cognitive più ampie, favorendo l’integrazione tra concetti, la flessibilità del pensiero e la costruzione di significati complessi. Al contrario, un clima educativo dominato dalla paura dell’errore, dal giudizio o dall’ansia della prestazione tende a restringere il campo dell’attenzione e a ridurre l’apprendimento a una risposta difensiva e superficiale. L’emozione, in questa prospettiva, non rappresenta un ostacolo alla razionalità, ma il suo presupposto fondamentale, perché senza coinvolgimento emotivo non vi è comprensione profonda né reale interiorizzazione del sapere.

Dal cervello alla classe
Quando uno studente entra in aula, porta con sé un cervello che è il risultato di una storia unica, fatta di relazioni significative, esperienze scolastiche precedenti, successi, fallimenti, aspettative e vissuti emotivi. Ogni proposta didattica si innesta su questa trama preesistente, rendendo l’apprendimento un processo inevitabilmente personale, che non può essere standardizzato senza perdere profondità, significato e autenticità.
L’aula diventa così uno spazio di co-costruzione del sapere, in cui la conoscenza non viene trasferita in modo diretto e lineare, ma ricostruita attraverso il dialogo, il confronto e la riflessione condivisa. Spiegare non significa fornire risposte definitive, ma offrire strumenti interpretativi, mappe cognitive provvisorie e occasioni di pensiero che permettano agli studenti di collegare, rielaborare e attribuire senso. In questo quadro, l’insegnamento efficace è quello che lascia tracce durature nel modo di pensare e di comprendere, più che nel semplice ricordo mnemonico dei contenuti.

Il ruolo del docente come architetto di significati
Il docente assume un ruolo centrale come mediatore tra il sapere e la mente degli studenti, non come semplice trasmettitore di informazioni, ma come progettista consapevole di esperienze di apprendimento capaci di attivare il pensiero profondo. Attraverso le sue scelte metodologiche, il linguaggio utilizzato, la qualità delle domande poste e il modo di accogliere le risposte, egli contribuisce a creare le condizioni cognitive ed emotive in cui il cervello degli studenti può costruire conoscenza in modo autentico e significativo.
Riconoscere il valore dell’errore come occasione di ristrutturazione cognitiva, rispettare la lentezza del pensiero e promuovere la consapevolezza dei propri processi di apprendimento significa agire in sintonia con il funzionamento del cervello umano. In questa prospettiva, l’insegnamento diventa un atto etico oltre che professionale, orientato non solo al raggiungimento di obiettivi formali, ma alla formazione di menti autonome, critiche e capaci di attribuire senso all’esperienza e alla conoscenza.

Conclusioni
Il percorso che conduce dalla sinapsi all’aula rivela con chiarezza che la conoscenza non è il risultato di un semplice processo istruttivo, ma l’esito di una complessa interazione tra biologia, emozione, esperienza e relazione. Ogni apprendimento significativo modifica il cervello e, insieme, la persona, contribuendo a costruire identità, visioni del mondo e possibilità di azione consapevole.
L’aula, in questa prospettiva, non è soltanto uno spazio fisico, ma un ambiente di crescita umana e cognitiva, in cui le connessioni neuronali si intrecciano con quelle relazionali, dando vita a un sapere che non si limita a essere posseduto, ma che diventa parte integrante dell’esistenza. Educare significa allora prendersi cura del pensiero, accompagnarlo nel suo sviluppo e riconoscere che ogni atto educativo è, in ultima analisi, un atto di responsabilità verso l’umano, capace di incidere profondamente sul presente e sul futuro delle persone.


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