White Lies – Night Light (07/11/2025)

White Lies – Night Light (07/11/2025)

Con l’uscita del loro album d’esordio To Lose My Life… (2009) i White Lies avevano suscitato l’interesse di molti. La band londinese riuscì infatti a creare un insieme omogeneo di pezzi dall’atmosfera cupa e dal tono solenne ma ad alta intensità ed energia. Il trio composto da Harry McVeigh (chitarra, tastiere e voce), Charles Cave (basso) e Jack Lawrence-Brown (batteria) ha così messo le proprie radici nel terreno post-punk revival crescendo sotto le influenze di gruppi come Interpol, Editors e Joy Division. Disco dopo disco il progetto è stato portato avanti ma la sensazione è che quella promessa di gloria iniziale non sia stata mantenuta a tutti gli effetti. Il settimo lavoro in studio non si discosta molto da questa incerta parabola discendente: Night Light perde quell’oscura epicità che aveva illuminato gli albori della loro carriera, ma di contro acquisisce uno stile più variegato e un’indole più sperimentale. Infatti scrittura e registrazione sono avvenute praticamente insieme in un processo artistico quasi naturale, con pochi aggiustamenti e interferenze digitali. Tutto questo ha permesso di conferire maggiore autenticità e spontaneità all’intera raccolta. Nothing On Me apre la lista con un’ondata breve ma travolgente, una batteria incalzante e un synth scatenato che riportano alla mente la grandezza sonora suscitata in passato. “I gave the black days too much time / And the good days not enough” (“Ho dato ai giorni neri troppo tempo / E a quelli buoni non abbastanza”): All The Best riflette così il rimorso di aver sprecato momenti preziosi per cose negative piuttosto che per quelle positive. Mentre Keep Up rimbalza con regolarità, Juice invece scuote con emotività. Cantate alla maniera del boss Springsteen, Everything Is Ok materializza dolcemente fantasmi interiori e Going Nowhere si perde errando senza una vera destinazione, un po’ come suggerisce il suo titolo. La title-track scorre anonima e insapore per oltre metà della sua durata, per poi, dopo qualche nota di piano, crescere ed esplodere nel finale. Suoni allarmanti introducono I Just Wanna Win One Time, frase ripetuta nel ritornello come un mantra, quasi fosse una preghiera per scongiurare il fallimento. A chiudere la fila ci pensa In The Middle, brano di sei minuti con parti strumentali che incantano l’ascoltatore e che fungono da sfogo finale della raccolta. Il leader McVeigh ha affermato che dopo tanto tempo hanno maggiore consapevolezza del proprio operato: “Finalmente sappiamo cosa stiamo facendo”. Questo si nota nella precisione e nella pulizia dell’esecuzione, frutto dell’esperienza acquisita col tempo: il risultato riflette una certa luminosità e tranquillità che si tramutano in un senso complessivo di positività. Non ci sono più quelle sfumature dark, quelle tinte epiche e quella malinconia mista a rabbia di un cielo coperto da nuvole scure che minacciano tempesta. Non sembrano nemmeno esserci canzoni particolarmente interessanti prese singolarmente o che possano lasciare traccia di quanto visto in passato. Una raccolta abbastanza ordinata, forse troppo, che testimonia un’avvenuta maturità ma che perde tanto del carattere innato della band.

 


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