Qui ad Atene noi facciamo così (editoriale)
Di Maria Piacente
Così il Discorso di Pericle agli ateniesi, riportato da Tucidide nel II libro della sua “Guerra del Peloponneso. Era l’anno 431 a.C.: «Qui ad Atene noi facciamo cosi?. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo cosi?. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà?, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così».
Prendendo atto dei nuovi e vecchi razzismi che si stanno muovendo in tutto il mondo, sembra che questa lezione degli ateniesi sia scomparsa, come volatilizzata. Si può essere al di sopra delle leggi? No, solo la democrazia è in grado di tutelare tutte e tutti, minoranze comprese.
Eppure, in quante parti del mondo ci sono fronti di guerra in cui i diritti politici e umani non sono rispettati! Dall’Ucraina a Gaza, Cisgiordania e Iran; dal Sudan al Myanmar; dalla Repubblica Democratica del Congo alla regione del Sahel, al Corno d’Africa e alla Nigeria; dal Venezuela al Messico. Quanti morti[1], quanti sfollati[2]. Quanta violenza, quanta disumanità.
Quanti capi di Stato, da Donald Trump in giù, legittimano se stessi – e tutti quelli che la pensano come loro – a giocare alla legge del più forte. Quante squadracce di militari si stanno macchiando di esecrabili omicidi. Insomma, siamo consapevoli di quanto si stia sdoganando quella che Hannah Arendt descriveva come banalità del male? Perfino nei confronti dei bambini, degli anziani, delle persone fragili per salute o per condizioni di vita.
Mi torna in mente la Rupe Tarpea dell’antica Roma, sul versante meridionale del colle Campidoglio, dove venivano gettati i traditori della patria: quante analoghe rupi ancora oggi ci sono!
Mi torna però anche in mente la vista di New York dall’Empire State Building: da lassù si ammira il lavoro di tante persone emigrate da ogni parte del mondo – anche dall’Italia – che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno costruito tutto. Anche un mio nonno era tra questi. Che commozione a pensare alle energie sprigionate da tanta umana gente in quel pezzo di mondo che è sempre stato simbolo di libertà e democrazia. Nel corso del mio ultimo viaggio a New York, quelle energie le ho percepite ancora di più. Dall’ultimo piano del grattacielo simbolo della città, quest’ultima mi si è presentata a ventaglio, una specie di margherita che, da quell’altezza, vedevo come “spampinarsi”, sbocciare, aprirsi in enormi quartieri realizzati dagli I have a dream: ecco tutti gli uomini e tutte le donne che hanno fatto gli Stati Uniti d’America. Proprio sognando quella libertà e quella democrazia di cui oggi c’è ancora così tanto bisogno. Queste “lezioni americane” non vanno dimenticate. Anche perché, se è vero – come si dice – che quello che succede negli States arriva poi nel resto del pianeta, interrogarci su quanto sta accadendo là è davvero necessario.
Con le armi ma anche senza armi, in molte parti del mondo stanno avanzando forme di deumanizzazione che non corrispondono né al cuore né alla testa. In questo numero proviamo non solo a dettagliarle, ma anche a contrastarle. Come, senza voler sembrare illusi Don Chisciotte? Innanzitutto ricordandoci chi siamo, cioè ricordando da quali conquiste proveniamo e da quali sofferenze. Da quali ideali: ideali che rischiano di diventare meri slogan se li diamo per scontati. Libertà e rispetto per chiunque (chiunque come è, non come dovrebbe essere secondo noi) sono – in estrema sintesi – gli ideali alla base di tutto: dalle relazioni interpersonali fino alla politica interna e internazionale. E se questi ideali non vengono coltivati nelle relazioni interpersonali, difficilmente possono accadere nelle decisioni politiche. Ecco perché l’indignazione per le vittime delle guerre si accompagna all’indignazione per tutte quelle forme di violenza che stanno molto vicino a noi: femminicidi, disparità di genere, discriminazione delle persone lgbtqia+, emarginazione dei fragili. L’elenco potrebbe continuare.
Siamo davvero capaci di avvicinarci all’altro? Vogliamo davvero conoscerlo? Siamo disponibili ad ascoltare le sue ragioni? Chi è l’altro, chi sono io?
Il bene e il male partono dalle relazioni e da un’educazione che, fin dai banchi di scuola, dovrebbe tematizzare le domande affettive, le emozioni, le contraddizioni. Come mai, per esempio, tante persone giudicate “brave” nel proprio contesto possono arrivare a massacrare il partner? E come mai non riusciamo a intercettare il turbamento di tanti ragazzini e ragazzine (seppur magari ci abbiano anche fatto tenerezza, o si siano lamentati di essere presi in giro)?
Nell’angolo di una strada buia dietro casa, non solo nelle immagini che ci riportano i notiziari, il sangue sta crescendo molto attorno a noi. Allarmano gli episodi di emarginazione e di violenza e le tante forme di razzismo, perché i pregiudizi sono duri a morire e il progresso non ne è affatto un antidoto.
C’è speranza? Sì. La speranza viene da esempi in carne e ossa che fanno vedere cosa significa stupirsi delle differenze dell’altro, invece che ignorarle; e che invitano a sperimentare il bene di diverse culture, invece che appiattirle. È ciò a cui mi richiama la giovanissima cassiera pakistana, velata con l’hijab, che incontro al supermercato vicino a casa mia: l’inquietudine che ogni tanto scorgo in lei, mentre si muove rapida sotto il velo nero che le copre la testa, non sarà forse la mia?
[1] https://www.vita.it/in-un-solo-anno-sono-state-240mila-le-vittime-causate-dai-conflitti
[2] https://www.unhcr.org/news/press-releases/number-people-uprooted-war-shocking-decade-high-levels-unhcr


