Il perimetro della scuola ebraica di Milano
La Scuola Ebraica di Milano è una scuola paritaria fondata nel 1929 come “Istituto Israelitico”, con l’obiettivo di coniugare l’istruzione italiana con la tradizione, la cultura e i valori ebraici. Nata inizialmente per materne e elementari, la scuola assunse un ruolo fondamentale durante le leggi razziali del 1938, accogliendo studenti e insegnanti esclusi dalle scuole pubbliche. Nel dopoguerra si è sviluppata progressivamente fino a offrire un percorso formativo completo, che comprende la scuola dell’infanzia, la primaria, secondaria di primo grado, il liceo scientifico, il liceo linguistico e l’istituto tecnico economico. La struttura attuale si trova in via Sally Mayer a Milano, in un complesso inaugurato negli anni Sessanta, ed è parte centrale della vita della Comunità ebraica milanese. La scuola si propone di promuovere un’educazione inclusiva e pluralista, con particolare attenzione alla memoria storica, all’innovazione educativa in ambito STEM[1] e all’identità ebraica degli studenti.
Siamo entrati in questa scuola una mattina piovosa di febbraio. Diana Segre, insegnante da oltre trent’anni e Direttrice della scuola primaria dal 2019, ci accoglie, ci presenta e chiede in una classe terza ai bambini e alle bambine – precisando l’importanza di usare sempre entrambe le forme – cosa stessero studiando. Con voci entusiaste loro spiegano di essere impegnati nello studio dell’ebraismo, in particolare dell’episodio della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto.
«E adesso che siamo tutti liberi? Si può fare tutto?» chiede la morà – in ebraico “insegnante” – «Che cosa le persone non devono fare?» aggiunge. «Non si deve uccidere», è la prima risposta di un bambino. I compagni e le compagne proseguono per alzata di mano: non bisogna contraddire i precetti della Torah[2] e non si deve rendere nessun’altro schiavo; siamo liberi di divertirci, di mangiare, di studiare, di ridere, di dire perfino le parolacce. La spontaneità con cui queste bambine e bambini sono intervenuti e la determinazione delle loro parole ci hanno accompagnato in ogni momento della nostra visita alla scuola, occasione di conoscenza non solo di questa particolare realtà educativa, ma anche dello stato d’animo di chi la guida: di chi cioè esercita la propria missione educativa all’interno di un drammatico contesto storico, sia passato che recente.
Come si racconta ai più piccoli la Shoah? Questa è una delle prime domande che sorge spontanea quando si parla, insieme, di educazione e storia del popolo ebraico. Quando Diana Segre, insieme a Dalia Gubbay – assessore alle scuole della comunità ebraica di Milano e neoeletta Vicepresidente della comunità ebraica – ci accolgono e ci fanno accomodare, iniziano il loro racconto dall’infanzia. «Parliamo della Shoah fin dai primi anni della primaria, attraverso le storie dei giusti che hanno protetto e nascosto gli ebrei», spiega Diana Segre, sottolineando come questo accada ogni 27 gennaio, ma soprattutto, secondo la cultura, ogni 27 del mese ebraico di Nisan[3].
In questa occasione si celebra infatti il Giorno – del Ricordo – dell’Olocausto e dell’Eroismo, unendo il dolore per lo sterminio all’onore per l’atto di coraggio, la resistenza – Gvurà – dei giovani ebrei ed ebree del Ghetto di Varsavia[4]. In Israele si fa partire su tutto il territorio nazionale una sirena – quella della rete di allarme che si suona in caso di pericolo – che quel giorno viene suonata per due minuti alle 10 del mattino. Durante questo tempo il paese si ferma. Si fermano la auto per strada, le persone sui marciapiedi: tutti e tutte interrompono le loro attività e rimangono in piedi in silenzio.
Si tratta di un esempio di profonda speranza e di rivolta, proprio nel ricordo del dolore più grande. Sottolinea la direttrice Segre: «Raccontiamo quello che è successo ripartendo quotidianamente con positività e fiducia nel mondo. Quando ad un bambino a cui avevamo appena risposto alle sue domande sul 7 ottobre ci ha chiesto cosa potesse fare per Israele, gli ho risposto che poteva avere cura degli altri, continuare a studiare e crescere, a contribuire per il bene del mondo».
Sull’antisemitismo che pervade le nostre città e i nostri media si sentono dire molte cose: chi dice che è solo una deriva estremista, e chi afferma che si tratta di un atteggiamento diffuso tra molte delle dinamiche sociali e politiche dell’Europa e dell’Italia dei giorni nostri. Diana Segre e Dalia Gubbay ci dicono però che di una cosa sono ben consce: qualcosa è cambiato nelle manifestazioni dell’antisemitismo dal 7 ottobre 2023, giorno in cui Hamas ha compiuto un attacco improvviso nel territorio israeliano uccidendo e massacrando circa 1200 persone e rapendone circa 250.
«Proprio dal 7 ottobre è cresciuta l’onda di odio per gli ebrei» ci spiegano, sottolineando come nello statuto di Hamas ci sia un esplicito riferimento all’eliminazione di tutti gli ebrei e come la loro cultura ebraica si fondi, invece, sui valori saldi della pace e della speranza.
Dopo il 7 ottobre, 50 bambini e bambine della scuola primaria sono arrivati da Israele e sono stati accolti nella scuola, dove insieme al Professor Sbattella – psicoterapeuta esperto nella gestione delle emergenze – è iniziato un prezioso lavoro sulla rielaborazione del trauma. Per un intero anno il professore ha lavorato con docenti e studenti per tentare di ricucire i pezzi, sia con i diretti sopravvissuti, sia con chi ha vissuto la disperazione da lontano.
Ci viene raccontato tuttavia che ricostruirsi non è stato e non è tuttora facile, e ancor più è difficile «senza che i ragazzi e le ragazze siano spinti ad odiare». A D. Gubbay e D. Segre viene spesso chiesto come è possibile costruire un terreno di fiducia e pace: la loro percezione è che, in quanto comunità ebraica, costruire tale terreno sia un’esperienza quotidiana. «Non abbiamo bisogno di un progetto sociale estemporaneo, la pace qui la insegniamo tutti i giorni, è nei testi che leggiamo da migliaia di anni».
La sicurezza certamente diventa un tema sempre più centrale anche tra i banchi, tanto che la limitrofa scuola giapponese ha ritenuto di dover spiegare ai propri studenti perché all’inizio della via sia sempre presente una camionetta militare: tale spiegazione è stata affidata a Diana Segre che, proprio come fa con i suoi studenti, ha dettagliato anche a quelli giapponesi le necessità che impongono agli esponenti del popolo ebraico di essere difesi. La percezione della sicurezza è comunque molto cambiata dopo il 7 ottobre 2023: nonostante fosse anche prima una preoccupazione imprescindibile, ora sarebbe impensabile muoversi senza essere protetti.
Questo bisogno di sicurezza nasce proprio dalla percezione che quel che è successo il 7 ottobre «sia stato dimenticato la mattina dell’8 ottobre». A sostegno di ciò, Diana Segre ha richiamato quanto accaduto in Parlamento solo qualche giorno più tardi, l’11 ottobre: in quell’occasione non vi fu una posizione unanime e compatta nel dichiarare ufficialmente Hamas come un’organizzazione terroristica. Ciò indica una memoria e una fermezza che, a suo avviso, sono venute a mancare troppo presto. Perché dal giorno dopo l’attacco, l’odio nei confronti degli ebrei sarebbe aumentato?
A questo proposito vengono citati numerosi esempi: universitari della comunità ebraica boicottati, eventi nelle scuole in cui non si lascia parlare un testimone ebreo; in generale la paura costante di dichiarare ad alta voce la propria appartenenza israeliana e ebraica. «Viviamo da sempre così, sentiamo sulla nostra pelle la paura di muoverci liberamente per le città. I responsabili della sicurezza sono sempre informati dei nostri spostamenti: ad ogni evento, ogni festa, perfino ad ogni gita di classe. Abbiamo paura di dire che siamo israeliani e ebrei. In questo senso crediamo che antisionismo e antisemitismo siano la stessa cosa».
Alla domanda su che cosa sia stato fatto dopo il 7 ottobre tra le mura della scuola ebraica, D. Gubbay e D. Segre rispondono praticamente all’unisono: «Ai bambini abbiamo sorriso. Abbiamo accolto quello che arrivava e abbiamo ascoltato e risposto secondo le sensibilità e le età di ognuno». Ci confidano che per loro risulta impossibile dimenticare o anche lenire quello che è accaduto il 7 ottobre.
Ma allora come ci si può porre nei confronti delle decisioni prese dal governo Netanyahu? «ma è giusto – rilanciano loro – chiedere ad un cittadino di discolparsi per le azioni del proprio capo di governo?».
Tra le aule della scuola, scrupolosamente pensate e organizzate, si respira tutto questo, ma soprattutto il desiderio di imparare e la volontà di garantire il benessere di chi sceglie questo istituto. Dalle parole che ascoltiamo emerge la profonda convinzione di portare avanti valori di comunità e sostegno reciproco nelle attività dentro e fuori dalla scuola: mostre, spettacoli teatrali, convegni e occasioni di incontro; l’educazione assume diverse forme.
I bambini e le bambine crescono nelle classi dell’infanzia prima, e della primaria dopo, in un ambiente che si presenta curato nei minimi dettagli, in cui l’inclusività è protagonista. Centrale non a caso è il metodo Feuerstein[5] per lo sviluppo cognitivo ed emotivo, così come l’organizzazione delle attività di sostegno sempre a gruppi misti: bambini con e senza bisogni educativi speciali sempre insieme.
La scuola ha poi numerosi laboratori – di musica, pittura, inglese, informatica – i cui lavori sono appesi in tutte le classi in cui entriamo e nelle quali i bambini e le bambine ci accolgono sempre sorridenti.
Uno dei fiori all’occhiello di questa scuola è l’attenzione alle nuove tecnologie e alle materie STEM: all’interno del laboratorio di informatica è stato adottato l’anno scorso il metodo Innovamat, che combina la tradizionale scrittura su quaderno all’utilizzo di tablet attraverso un approccio che favorisce un apprendimento attivo della matematica. «Questo metodo nato tra Spagna e Italia sta dando risultati incoraggianti nella scuola primaria tanto che, a conferma della validità dei risultati ottenuti, anche in California lo stanno utilizzando», ci raccontano.
Di fronte a un ambiente così ricco di iniziative, continua ad emergere una domanda: come, nel contesto geopolitico attuale, questa scuola sta educando alla speranza? «Educhiamo alla speranza quotidianamente: invitando allo studio e facendosi portavoce dei valori della propria famiglia e della nostra comunità. Nel rispetto reciproco è riassunto tutto», spiega la Segre. E cita il Talmud[6]: «Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Qui sta l’intera Torah, il resto è commento; vai e studia».
Non solo. Diana Segre e Dalia Gubbay ricordano che da 5000 anni esistono feste ebraiche che educano alla speranza: dalla Pasqua – in cui si festeggia la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù – alla cadenza settimanale dello shabbat. Durante questo giorno particolare, aggiungono, ci si astiene dall’accendere e spegnere le luci e, secondo la Torah, tutti – compresi i servitori e gli animali – sono chiamati al riposo. Questo giorno ha dunque «un messaggio che cerchiamo di passare quotidianamente ai nostri studenti: il mondo non è tuo e per questo bisogna rispettarlo».
Ci raccontano così di come la speranza fondi il sentire del popolo ebraico, tanto da dare il nome al loro inno Hatikvà (in ebraico proprio speranza): «Finché dentro il cuore, l’Anima Ebraica anela e verso l’oriente lontano, un occhio guarda a Sion, non è ancora persa la nostra speranza, la speranza due volte millenaria, di essere un popolo libero nella nostra terra, la terra di Sion e Gerusalemme».
Mentre camminiamo verso l’uscita tra lunghi corridoi, ci viene mostrato, attaccato alla parete, un disegno realizzato da un bambino: raffigura la storia di Tommy, un bimbo ebreo raffigurato mentre viene nascosto dai giusti e si salva. Dalia Gubbay e Diana Segre ci raccontano che si tratta di una storia vera e che, nella realtà, quel bambino purtroppo non è mai tornato a casa.
Svoltato l’angolo c’è poi una parete di sughero con dei nastri arancioni appesi: rappresentano vite di bambine e bambini rimasti uccisi dopo il 7 ottobre. Sulla targa appare questa scritta: “il mondo si mantiene solo grazie al fiato dei bambini delle scuole”.
È proprio così. Tanto più quando il “mondo adulto” si tinge di rosso.
IMMAGINI © Scuola ebraica di Milano
[1] L’acronimo STEM deriva dall’inglese Science, Technology, Engineering and Mathematics e indica l’insieme delle discipline scientifico-tecnologiche: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica.
[2] La Torah è il testo sacro centrale dell’ebraismo, composta dai cinque libri di Mosè, contenente leggi, narrazioni e insegnamenti religiosi.
[3] Di solito verso il mese di aprile/maggio del calendario gregoriano.
[4] Si fa qui riferimento alla celebre insurrezione del ghetto ebraico durante la distruzione di Varsavia da parte delle truppe naziste nel 1943.
[5] Il metodo Feuerstein (ideato dallo psicologo Reuven Feuerstein) è un approccio educativo che stimola le capacità cognitive e l’apprendimento attraverso la mediazione dell’insegnante, valorizzando il potenziale di ogni bambino.
[6] Il Talmud è una raccolta di insegnamenti religiosi, leggi e commentari rabbinici che interpretano la Torah e guidano la vita spirituale e morale del popolo ebraico.


