La chiave del ritorno. Intervista a Mona Abuamara

Mona Abuamara è arrivata in Italia nell’agosto 2025 e il 25 settembre 2025 il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, l’ha ricevuta ufficialmente come Ambasciatrice Straordinaria e Plenipotenziaria dello Stato di Palestina presso la Repubblica Italiana. Nata in Libano nel 1979, ha ricevuto la sua formazione accademica in Medio Oriente e Nord America. Dopo aver lavorato per la Task Force americana sulla Palestina (fornendo consulenza su progetti economici e di sviluppo e monitorandone l’attuazione), è entrata nel servizio diplomatico nel 2010. Prima di arrivare a Roma, ha guidato la rappresentanza palestinese in Canada per quattro anni. Essendo una delle poche donne attualmente a capo di una missione diplomatica in Europa, la sua presenza testimonia anche un’evoluzione nell’immagine della donna nel mondo arabo.
Promuovendo incontri con istituzioni, università, scuole, comunità palestinesi e arabe in Italia, associazioni culturali e organizzazioni non governative, l’Ambasciatrice Abuamara non risparmia sforzi.

 

Ambasciatrice Abuamara, la sua nomina precede di soli 3 mesi l’entrata in vigore (il 10 ottobre 2025) degli accordi del piano Trump. I primi tempi del suo mandato in Italia saranno stati intensi come degli anni… come ha vissuto quei momenti e com’è la sua vita oggi?
Un unico sentimento mi ha dominato, allora come oggi: una profonda preoccupazione. Desidero, con tutto il cuore, che qualsiasi cessate il fuoco o quadro politico tenga, perché ogni giorno senza bombe è un giorno in cui si possono salvare delle vite. Ma non vedo segnali credibili che il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione venga rispettato. La gente continua a morire. I prezzi del cibo continuano a salire. Le famiglie non hanno riparo dal freddo. Beni essenziali (cibo, coperte) sono bloccati in Giordania ed Egitto perché le autorità di occupazione ne ostacolano l’ingresso. Non è garantita nemmeno l’assistenza medica.
Viviamo quindi in una realtà imprevedibile, in un mondo esterno altrettanto imprevedibile e non disposto ad agire concretamente per porre fine a ciò che sta accadendo al popolo palestinese. Il ritmo del genocidio è forse rallentato, ma la sua struttura rimane. La sofferenza continua e i soccorsi sono troppo lontani per la mia gente a Gaza o in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

 

La guerra a Gaza ha generato mobilitazioni globali a sostegno della causa palestinese e, in generale, forti polarizzazioni. In questa situazione si sono verificati in Italia innumerevoli episodi di intolleranza antiebraica, tra cui anche sonori fischi alla squadra israeliana durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina. Cosa pensa di questo “clima”?
L’antisemitismo è reale, è pericoloso e deve essere contrastato con fermezza, proprio come qualsiasi odio rivolto contro le persone a causa della loro religione o etnia.
Netanyahu, il suo governo e le organizzazioni filo-israeliane hanno strumentalizzato le accuse di antisemitismo. Ciò si riflette nella definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA che, invece di concentrarsi sulla protezione delle comunità ebraiche, dedica sette dei suoi undici esempi illustrativi a delegittimare le legittime critiche alle politiche dello Stato occupante, e a proteggere quest’ultimo da controlli e responsabilità, per non parlare dell’effetto paralizzante di una definizione che mette volutamente a tacere la voce dei palestinesi e la solidarietà con il popolo palestinese.
Le critiche a Israele, alle sue azioni militari, alle sue violazioni del diritto internazionale e alle sue aspirazioni coloniali, così come la richiesta per una Palestina libera, non sono odio verso l’ebraismo o le comunità ebraiche: ecco perché è pericoloso affidarsi alla definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA come strumento politico, legale o legislativo per combattere l’antisemitismo ovunque, anche in Italia.

 

Noi non sappiamo chi sia il popolo palestinese…: su quali capisaldi si basa la vostra identità, la vostra cultura?
È un attaccamento del popolo indigeno alla sua terra, agli alberi, agli uccelli, alle erbe, alla bellezza della sua cultura, alla storia, al patrimonio, ai suoi Tatreez (ricami), al cibo, alle canzoni, alla Dabkeh (danza). Ma è un’identità plasmata anche dallo spostamento forzato e dalla resilienza: il trauma condiviso della perdita della terra, delle case, del diritto al ritorno. Anche quando siamo costretti ad andarcene, portiamo dentro di noi la nostra patria. Questa vive in noi fin dall’infanzia e non ci abbandona mai, nemmeno quando siamo lontani.
La mia famiglia è stata espulsa dalla Palestina storica decenni fa, eppure il dolore dell’espropriazione e il desiderio di tornare non sono mai svaniti. Ecco perché indosso una chiave, la chiave del Ritorno che simboleggia quel diritto ed è un simbolo della mia identità, delle mie origini. La nostra memoria collettiva è un’identità. E l’occupazione israeliana cerca, senza sosta e senza successo, di cancellarla.

 

Alla luce di due importanti prese di posizione – da una parte il rapporto ONU che ha qualificato come genocidio le condizioni poste a Gaza dall’autorità israeliana; dall’altra la condanna del 7 ottobre da parte del vostro Presidente Mahmoud Abbas – quali sono le priorità della diplomazia palestinese?
La moralità deve applicarsi a tutti i casi, e la causa palestinese è una causa morale: siamo contrari all’uccisione di civili, punto.
La nostra causa non è religiosa, come Israele ama descriverla. Non è una lotta tra musulmani ed ebrei, ma una lotta contro l’occupazione e l’apartheid, una lotta per la libertà. Far luce su questo e contrastare la propaganda israeliana e i danni che ha causato è una priorità per me. Così come è una priorità gridare al mondo che non siamo persone che hanno semplicemente bisogno di essere curate e nutrite. Il fatto che abbiamo bisogno di aiuti umanitari e di interventi medici è un sintomo, ma abbiamo urgente bisogno delle decisioni della comunità internazionale per curare la causa principale della nostra situazione, la malattia.
Senza porre fine all’occupazione, all’apartheid e al genocidio, non può esserci giustizia, e senza giustizia non c’è pace.
Abbiamo placato la comunità internazionale e accettato il 22% della nostra patria storica perché volevamo che il nostro popolo vivesse finalmente in pace e sicurezza e costruisse un futuro sicuro per i nostri figli. Abbiamo fatto la nostra parte, ma siamo stati lasciati soli, a cavarcela da soli di fronte a un oppressore che non ha alcun interesse per la pace e gode di totale impunità, il che ci ha portato dove siamo oggi. Per questo dico che, pur essendo profondamente grati per gli sforzi umanitari dell’Italia, abbiamo anche bisogno, parallelamente, di un forte percorso politico, con un meccanismo di responsabilità internazionale che obblighi la potenza occupante ad aderire al diritto internazionale e ad adempiere ai propri obblighi. Confido che il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, possa svolgere un ruolo davvero importante in questo ambito politico e diplomatico, in qualità di amico di Israele e degli Stati Uniti.

 Perché il genocidio si sta allargando in Cisgiordania?
Israele ha utilizzato la pulizia etnica e i trasferimenti forzati come strategia e, con il sostegno delle sue lobby, ha finanziato per decenni coloni illegali che, continuando a rubare le terre palestinesi e a terrorizzare le nostre comunità, adesso ricevono le armi direttamente dal Ministro della Sicurezza in carica del governo di occupazione.
A queste bande di coloni vengono fornite acqua, elettricità e protezione militare, mentre si privano le comunità palestinesi delle loro risorse naturali, costringendole ad acquistarle ad un prezzo dieci volte superiore. Per non parlare dello straordinario sostegno che questi gruppi danno all’attività di insediamento e alla promozione di prodotti realizzati su terre e risorse rubate. Molti sottolineano che Israele si comporta in questo modo perché il governo di Netanyahu è estremista, ma purtroppo questa è una posizione ricorrente nella politica israeliana e gli insediamenti non si sono mai fermati, nemmeno subito dopo la firma degli Accordi di Oslo.

 

Oltre che diplomatica palestinese, lei è una madre: cosa significa in questo momento storico educare i suoi figli alla pace?
Non è facile perché tutti i bambini palestinesi, anche quelli fuori dalla Palestina, sono traumatizzati: sentono, anche da lontano, la fame e il freddo, l’isolamento sociale dei loro coetanei, che non possono nemmeno andare a scuola; vedono le loro mutilazioni e sanno quanti corpi di amici e familiari sono rimasti sotto le macerie. In una situazione del genere, continuo a dire ai miei figli che la loro esistenza ha un valore infinito, anche se il mondo finora non è stato in grado di difenderla.
Ripeto che il futuro, non solo quello dei bambini palestinesi, ma di tutti i bambini del mondo, dipende dalle scelte della comunità internazionale oggi: un futuro di pace che deve essere sostenibile e costruito sulla giustizia, non sulla forza. Per i palestinesi, un futuro di pace che non neghi, minimizzi o giustifichi l’occupazione israeliana, ma piuttosto ponga fine a questa occupazione, con determinazione.

 

A dicembre 2025, in un’intervista all’agenzia Adnkronos, lei ha sottolineato l’importanza di una futura visita di Papa Leone XIV a Gaza. Perché sarebbe così importante?
Mi è stato chiesto se vorremmo vedere il Papa a Gaza, e ho affermato che sarebbe incredibilmente importante. Innanzitutto, per il peso etico e morale che il Papa porta con sé; poi perché manderebbe un chiaro messaggio alla popolazione di Gaza, dicendole che non è sola; e infine perché sottolineerebbe l’importanza della comunità cristiana, che è parte integrante del tessuto sociale della Striscia di Gaza e della lotta palestinese per la libertà. Questa visita costringerebbe anche Israele ad aprire le porte dell’inferno in cui ha intrappolato il mio popolo, dando ai media e alle organizzazioni internazionali, a cui è stato impedito l’accesso a Gaza per più di due anni, la possibilità di testimoniare ciò che è realmente accaduto e ciò che sta ancora accadendo, perché la realtà è persino peggiore di quanto si immagini.

 

Una volta che fosse terminata la sua missione diplomatica, in quale luogo vorrebbe vivere per sempre?
In una Palestina libera.

 

A CURA DI PAOLA NAVOTTI

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