«Testimonianze, non prediche». Intervista a Gherardo Colombo

Magistrato per 33 anni, Gherardo Colombo è passato alla storia per molte celebri inchieste condotte presso la Procura di Milano (dal 1989 al 2005 ne è stato pubblico ministero), e l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Milano (dal 1978 al 1989), prime fra tutte quelle sulla Loggia P2 e “Mani pulite”. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura e, da allora (anche attraverso l’associazione Sulleregole, fondata nel 2010 insieme ad alcuni amici) si dedica a promuovere la riflessione sul senso della giustizia e sul rispetto della legalità. È radicata in lui la convinzione che proprio l’approfondimento di questi temi contribuisca a modificare quell’inimicizia che ricorre sia negli ambiti privati che in quelli pubblici. Nelle scuole, sui media e in un’intensa attività pubblicistica (che lo vede autore di numerose opere saggistiche e perfino di alcuni libri per bambini, oltre che presidente della casa editrice Garzanti), Gherardo Colombo ha dunque molto a cuore il concetto del cambiamento. In effetti, chi si lascia cambiare dagli altri, arrivando per esempio fino a chiedere scusa, non lo fa per debolezza, ma perché riconosce che il rispetto dell’altro (e quindi anche delle regole) tiene in piedi la libertà di tutti.

 

Dottor Colombo, che differenza c’è tra indagare ed educare…?
Indagare, cioè andare a cercare il perché delle cose, è necessario anche per educare. Il punto è lo scopo: indagare per educare, o indagare per punire? In tanti pensano che la punizione educhi, ma non è così, perché la punizione – semmai – educa solo ad obbedire. È necessario educare ad essere liberi, non a obbedire, il che è esattamente l’opposto. In tal senso, la giustizia non si esaurisce nelle aule di tribunale.

 

Le strade delle nostre città sono piene di insulti (contro ebrei, omosessuali, credenti, politici, forze dell’ordine, delinquenti, etc.), che tuttavia non sempre suscitano l’indignazione che meriterebbero. Cosa, secondo lei, si potrebbe fare per correggere quel clima razzista che tante volte respiriamo?
L’indifferenza verso il male, o addirittura la sua pratica nasce dalla difficoltà di riconoscere l’altro. Non tutti siamo d’accordo su cosa sia bene e cosa sia male. Per qualcuno far soffrire è un bene. E se si mette di mezzo Dio, il discorso si complica ulteriormente e sembra non ci sia più differenza tra ragione (coerenza logica) e ragionevolezza (buon senso).
Vediamo fin da Caino e Abele quanto sia difficile per l’essere umano trovare un punto di equilibrio tra sé e l’altro. In proposito condivido sempre più la teoria dei cicli storici di Giambattista Vico: dal predominare dei sensi (età ferina, delle bestie), si passa alla forza (età degli dèi e degli eroi), e poi all’umanità (età della mente). In quest’ultimo ciclo ci si riconosce e si riconoscono, magari approssimativamente, l’altro e la sua individualità, ma progressivamente l’accento vien posto su se stessi, si nega l’altro, trionfa l’individualismo e si ricade nel predominio dei sensi, nel primo ciclo. L’altro viene cancellato e si torna così al ciclo della bestialità: noi siamo lì, a mio parere. Cosa fare? Promuovere il passaggio al ciclo successivo, ma come? A mio avviso, il compito che spetta a ciascuno di noi riguarda i comportamenti più che le parole: si impara cioè da quello che si vede fare, piuttosto che da quello che si sente dire. Ma noi adulti siamo spesso ipocriti, perché facilmente diciamo una cosa e ne facciamo un’altra. Quando vado nelle scuole, mi capita di fare questo esempio: un ragazzo entra in ritardo in aula e l’insegnante gli fa una nota, dicendogli che deve imparare a non arrivare in ritardo. Il giorno dopo è l’insegnante che arriva in ritardo. Si scusa, dicendo che c’era traffico, e incomincia la lezione come se nulla fosse. Agli studenti dico: non fatelo, perché è rischioso, ma non sarebbe il caso di dire al professore di passare dal preside a giustificarsi? Se diciamo una cosa e ne facciamo un’altra insegniamo ai ragazzi quel che facciamo, non quel che diciamo.

 

Un sentimento oggi ricorrente è la paura: paura delle guerre, della violenza dilagante, della solitudine, dell’inimicizia personale e sociale, delle delusioni, della disapprovazione degli altri, della fatica, dei sacrifici… Cosa dire soprattutto a quei giovani che, attanagliati da tali paure, si disaffezionano a tutto e si ritirano?
Io credo che tutti questi timori dipendano dalla convinzione di non avere la possibilità di incidere: ci si rassegna perché si pensa che non si ha la possibilità di modificare quel che c’è. Per cambiare idea serve, ancora una volta, andare a vedere se effettivamente non si può. Da parte nostra servono testimonianze, non prediche. Le parole servono se sono coerenti con i gesti.

 

Con tutte le ingiustizie che ha visto… lei come ha fatto a non disaffezionarsi al mondo?
Cambiando il modo di guardare il mondo, cosa che mi ha portato a decidere di dimettermi dalla magistratura. Io credo che se a 28 anni – quando sono entrato in magistratura – avessi avuto l’esperienza di oggi, avrei fatto un altro lavoro, nel settore dell’educazione. Perché è di lì che passa la strada. Mi viene in mente il bellissimo libro di Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, dove l’autrice racconta di un progetto educativo nato alla fine degli anni Novanta per cercare di recuperare quei ragazzi che avevano abbandonato la scuola nell’età nelle medie e che vivevano in zone di camorra nel napoletano.
Più ci penso, più mi sento indirizzato verso i temi della psicologia e, più in generale, verso i contenuti della professione dell’insegnante. Se potessi tornare indietro dunque, potrebbe capitarmi di fare il docente psicologo. Per cercare di aiutare ad indirizzarsi sulla strada della condivisione invece che su quella del conflitto.
La necessità di condivisione, cioè di riconoscere l’altro, è un’emergenza che caratterizza tutti i tempi, non solo quelli attuali. Quando andavo alle elementari, negli anni Cinquanta, la scuola aveva un’impostazione ancora molto simile a quella del ventennio fascista. Per dire, il tema dell’omosessualità era tabù: dire che era sbagliato è poco, ma creava certezze. Avere certezze semplifica la vita, il non averne complica: la democrazia è molto più complessa della dittatura, ma solo la democrazia è in grado di tutelare i diritti dei fragili e delle minoranze. Oggi a che punto siamo? Forse stiamo cercando nuove certezze che diano la possibilità di vivere in modo condiviso: spero si riesca, col tempo, a raggiungere un grado di condivisione delle stesse regole, degli stessi principi di riferimento basati sul riconoscimento dell’altro, a sua volta presupposto della tolleranza. Tolleranza, non supponenza! Non esaltazione della propria superiorità che benignamente tollera l’inferiore! Ecco, la condivisione può essere intesa come appiattimento – assimilazione, omologazione – ma come il vedere l’altra persona degna quanto me, stanti le sue caratteristiche diverse dalle mie.
Lo dice l’articolo 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Significa che siamo tutti diversi (maschi e femmine; cattolici e islamici; nati da italiani e no; con pelle chiara e scura; di destra e di sinistra; alti e bassi; sani e malati) e che tutte le diversità non possono incidere sul riconoscimento della possibilità di avere i diritti degli altri. Possibilità che riguarda anche chi la pensa nel modo opposto al nostro. Questo è il principio fondamentale della nostra democrazia. Io sono convinto che oggi non si riesce a vedere l’importanza del riconoscimento dell’altro. Cosa fare allora con chi non riconosce questa importanza? Certamente non condannarlo, ma provare a vedere quale strada si può percorrere insieme.

 

Quale eredità spirituale vorrebbe maggiormente lasciare a tutti i giovani che l’ascoltano?
L’ascolto. Vedere l’altro come essere umano. Perché altrimenti siamo e rimarremo come Caino e Abele. Figli di Adamo ed Eva narrati nella Genesi, Caino e Abele sono i protagonisti biblici del primo omicidio della storia umana: Caino uccide Abele per invidia, per gelosia, perché non si sente amato da Dio.
Nelle religioni monoteistiche, che portano con sé il rischio dell’assolutismo, tutto dipende dall’interpretazione e Caino e Abele hanno ancora qualcosa da dirci. Come ha da dirci la figura di Gesù. Io mi sento “gesuiano” più che cristiano. Gesù e Cristo sono diversi. La croce di Cristo apparve a Costantino con la scritta in hoc signo vinces (sotto questo segno vincerai), cioè incoraggiandolo al conflitto. E così Costantino fece apporre sugli scudi dei suoi soldati il Chi-Rho, cioè il monogramma di Cristo. Cristo è quello che è stato fatto del Gesù del discorso della montagna, votato all’accoglienza dell’altro.
Quando non riconosciamo gli altri, umani quanto lo siamo noi, l’inferno non sta fuori, ma dentro di noi.


A CURA DI PAOLA NAVOTTI

 

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