«Nessun uomo è un’isola», firmato John Donne
La seconda edizione del festival CultureLink – in programma dal 9 all’11 ottobre 2026 – ha per titolo la parola Persone e, tra numerosi spunti, ha anche una celebre citazione di John Donne: «Nessun uomo è un’isola».
Questa frase è tratta da un’opera in prosa pubblicata nel 1624: Devotions upon Emergent Occasions (“Devozioni per occasioni improvvise”). Si tratta di una serie di meditazioni scritte da J. Donne durante un periodo di grave malattia nella quale l’autore riflette sulla fragilità della vita, la sofferenza e il rapporto tra individuo e comunità, oltre che tra individuo e Dio.
Il passo completo recita così: «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se una zolla di terra viene portata via dal mare, l’Europa ne è diminuita… la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità; e quindi non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te»[1].
Questo stesso passo fu riportato integralmente da Ernest Hemingway nel suo celebre romanzo Per chi suona la campana (1940) e, da questo momento, il pensiero di Donne tornò a circolare ampiamente nel pubblico moderno.
Non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te. Vale a dire: la morte o la sofferenza di qualsiasi persona riguarda tutti, perché ogni persona è parte della stessa umanità.
Chi era John Donne (Londra 1572-1631)? Poeta e predicatore, è considerato tra le figure più importanti della poesia metafisica: un movimento caratterizzato da un linguaggio intellettuale e da ardite metafore che mettono in relazione mondi apparentemente lontani (amore e cosmologia, corpo e anima, religione e vita quotidiana). La madre era pronipote di Thomas More e lo educò al cattolicesimo: ciò gli precluse sia la carriera di cortigiano, sia quella universitaria, perché a Oxford e a Cambridge – dove studiò – la laurea poteva essere conseguita solo prestando giuramento di fedeltà religiosa all’anglicanesimo.
Donne viaggiò molto soprattutto partecipando alle spedizioni marittime del conte di Essex. La sua vita cambiò profondamente nel 1601, quando sposò segretamente Anne More, giovane nipote del guardasigilli Th. Egerton: per questo matrimonio segreto fu licenziato e imprigionato, vivendo anni di povertà e solitudine che segnarono profondamente la sua maturazione personale e spirituale.
Col passare del tempo la sua vita prese una svolta religiosa sempre più marcata, che lo portò a convertirsi alla Chiesa anglicana e ad intraprendere la carriera ecclesiastica: nel 1615 fu ordinato sacerdote e, qualche anno più tardi, divenne decano della cattedrale di St Paul a Londra. In questa fase scrisse numerosi sermoni e opere di meditazione spirituale che lo resero una delle voci religiose più autorevoli dell’Inghilterra del tempo.
A più di quattro secoli di distanza, le parole di J. Donne continuano a risuonare con forza perché trovano riscontro innanzitutto nell’esperienza: la vita di ciascuno non è un’isola, separata dal resto del mondo e autosufficiente, ma è come radicata in una terra legata alla vita degli altri. Una terra in comune dove – in effetti – tutti condividiamo la medesima condizione: fragilità, sofferenza, ricerca di senso, affetti, responsabilità, bisogno di relazioni. Tanto che quando qualcuno muore – suggerisce J. Donne – non è solo una perdita individuale, ma un impoverimento dell’intera comunità. L’individualismo, in sostanza, è un’illusione perché la nostra identità e personalità si costruiscono sempre nel rapporto con gli altri.
Quanto è vero questo anche pensando alla cronaca dei nostri giorni. Quanto è vero che viviamo in un’epoca che spesso esalta l’autonomia individuale, la competizione e l’autosufficienza. Quanto è vero che le crisi che stiamo attraversando (dai conflitti internazionali alle trasformazioni tecnologiche) sono fenomeni che nessun individuo e nessuna comunità può affrontare da soli. Quanto è vero che ogni scelta – personale e collettiva – produce effetti che si propagano ben oltre i propri confini.
«Nessun uomo è un’isola», dunque, è innanzitutto una constatazione. E a partire da questa constatazione, la seconda edizione di CultureLink comincerà ad interrogarsi.
[1] John Donne, Meditazione XVII in Devotions Upon Emergent Occasions, 1624, traduzione italiana in Devozioni per occasioni d’emergenza, Editori Riuniti, Roma 1995.


