Dentro l’adolescenza violenta. La rabbia che non trova parole

Di Barbara Fabbroni
Criminologa[1]

C’è un momento, sottile e quasi impercettibile, in cui il silenzio di un ragazzo smette di essere innocuo. Non è più timidezza, non è più chiusura. È qualcosa che fermenta, cresce, si deforma. E quando finalmente emerge, non ha il linguaggio delle parole. Ha il linguaggio dell’urto. Della rottura. Della violenza.
L’adolescenza violenta non è mai un fulmine a ciel sereno. È piuttosto una crepa che si allarga lentamente, giorno dopo giorno, sotto lo sguardo, a volte distratto altre volte ingenuo – o impotente – degli adulti.
Non esistono mostri improvvisi. Esistono storie non ascoltate.
La violenza, ci suggerisce questa riflessione, non è un punto di partenza è un punto di arrivo. Un linguaggio estremo che prende forma quando tutti gli altri linguaggi falliscono. Quando non ci sono parole per dire la frustrazione, quando manca qualcuno capace di decifrare il disagio, quando le emozioni diventano un territorio sconosciuto e ingestibile.
In molti casi, ciò che vediamo è solo la superficie. Un gesto aggressivo. Un atto impulsivo. Un’esplosione che sembra sproporzionata ma sotto, molto sotto, si nasconde un mondo fatto di solitudini, di modelli educativi fragili, di relazioni che non contengono e non orientano.
È lì che si annida il vero nodo.

Un adolescente che agisce violenza non è semplicemente “cattivo”. È spesso un ragazzo che non ha imparato a riconoscere ciò che prova. Che non sa nominare la rabbia, la frustrazione, l’umiliazione. Che non ha strumenti per attraversarle e allora le agisce. Le scarica fuori, sugli altri, sul mondo.
La violenza diventa così una forma di comunicazione. Distorta, certo. Pericolosa. Ma pur sempre comunicazione.
È un messaggio che dice: guardami. Fermami. Ascoltami.
Eppure, troppo spesso, questo messaggio arriva quando è già tardi.
C’è un passaggio che resta inciso come una lama: quando un ragazzo diventa violento, qualcuno è arrivato tardi prima. È una frase che pesa, perché sposta lo sguardo. Non più solo sull’atto, ma sul contesto. Non solo sul “cosa è successo”, ma sul “cosa è mancato”.
Mancanza di presenza. Mancanza di ascolto. Mancanza di limiti chiari. Mancanza di adulti capaci di essere punti di riferimento autentici.
In una società che corre, che pretende performance, che spesso delega l’educazione a dispositivi e distrazioni, l’adolescenza rischia di diventare un territorio lasciato a se stesso. Un luogo dove crescere senza una mappa emotiva. Dove la rabbia non viene riconosciuta, ma compressa o ignorata.

E la rabbia, quando non viene elaborata, non scompare. Cambia forma. Diventa impulsività. Diventa aggressività. Diventa violenza.
Questo passaggio è cruciale. Perché ci obbliga a rivedere la narrazione dominante. Non basta etichettare. Non basta punire. Occorre comprendere. Intervenire prima. Entrare nelle pieghe della relazione, nei contesti familiari, nei vuoti educativi.
La prevenzione, in questo senso, non è uno slogan. È un lavoro profondo e quotidiano. È la capacità di cogliere i segnali deboli: un isolamento crescente, un linguaggio che si fa più duro, una difficoltà a tollerare la frustrazione. È la disponibilità a fermarsi, ad ascoltare davvero, senza giudicare subito.
Ma è anche la capacità di dire dei no. Di porre limiti. Di offrire contenimento.
Perché un adolescente ha bisogno di confini tanto quanto di libertà. Ha bisogno di qualcuno che regga l’urto delle sue emozioni senza cedere, senza sparire, senza reagire con altra violenza.
La domanda, allora, diventa scomoda e necessaria.
Dove siamo, quando un ragazzo inizia a perdersi?
Siamo presenti davvero, o siamo altrove? Siamo in grado di vedere oltre il comportamento, o ci fermiamo all’apparenza? Siamo disposti a entrare in relazione, anche quando è difficile, anche quando è faticoso?
L’adolescenza violenta non riguarda solo chi agisce. Riguarda tutti noi. È uno specchio che riflette le fragilità di un sistema più ampio: familiare, educativo, sociale.
E forse la vera sfida è proprio questa: imparare a leggere quella violenza non solo come un atto da condannare, ma come un segnale da decifrare.
Perché dietro ogni gesto estremo, c’è quasi sempre una storia che chiedeva di essere ascoltata molto prima e che, troppo spesso, nessuno ha davvero sentito.

[1] Come criminologa, B. Fabbroni affronta i casi più attuali del panorama della cronaca nera, dei cold case, dei delitti efferati, dei femminicidi, come: il caso Garlasco, Nada Cella, la Strage di Erba, l’omicidio di Yara Gambirasio solo per citarne alcuni. Offre una rilettura attenta della scena del crimine e delle dinamiche psicologiche che avrebbero portato all’azione omicidiaria. Come psicologa e psicoterapeuta, ha una lunga esperienza clinica, nel trattamento delle dipendenze affettive e delle psicopatologie di coppia. Autrice di riflessioni critiche sui processi mediatici, affronta i temi con l’autorevolezza di chi conosce le carte e le fragilità umane. Combina la formazione in Analisi Transazionale in una capacità comunicativa empatica, ideale per sensibilizzare il pubblico sui suoi approfondimenti.

 


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