“A un vincitore nel pallone”, di Giacomo Leopardi

Di GASPARE POLIZZI
Comitato Scientifico Centro Nazionale di Studi Leopardiani
In un libro recente, Il coraggio di ridere. Biografia leopardianamente ironica di Giacomo Leopardi (Mimesis, Milano-Udine 2025), l’astrofisico amante dalla narrazione Stefano Sandrelli[1] presenta – nel sesto capitolo – la passione di Giacomo Leopardi per il gioco del pallone trasformandola in un sogno avvenuto il 12 settembre 1833, nei pressi di Roma, durante l’ultimo viaggio di Giacomo, che con l’amico Antonio Ranieri si dirige verso Napoli:
«La partita è esaltante. Il primo tempo è stato dominato dalla squadra in completo rosso, che ha chiuso in vantaggio 3-1. Dopo l’intervallo, il ritorno prepotente dei blu, che hanno attaccato con decisione fin dal primo momento e si sono portati in pareggio: 4-4. Ora sono in campo per il terzo tempo, combattutissimo. Dopo il 5-4 iniziale per i rossi, i blu hanno prima pareggiato e poi operato il sorpasso: 5-6. Gli avversari reagiscono, rimontano, si portano sul 6 a 6 e ora comandano il quinto e ultimo gioco. Con un punto a loro favore, vincerebbero tempo e partita.
Le tribune e le gradinate sono piene all’inverosimile di tifosi, il frastuono è altissimo, la vista entusiasmante. Giacomo torna a voltarsi verso il campo per le azioni finali. Il battitore dei rossi si avventa come una furia sulla palla, mettendo tutto se stesso in quest’ultimo colpo decisivo. Sul suo volto c’è determinazione, coraggio, stanchezza, ma anche rabbia, ferocia. Siamo alla fine della partita, i giocatori sono stanchissimi, ma il battitore colpisce con una potenza spaventosa: nessuno avrebbe immaginato un fulmine di questo genere a questo punto della gara.
– Giacomo – sussurra Ranieri scuotendogli il braccio, mentre la carrozza sta rallentando – Giacomo! Stai facendo un brutto sogno? Svegliati. Manca solo un’ora al nostro arrivo a Roma.
– Antonio! – si sveglia Leopardi – Antonio, ero a Bologna, nel luglio del 1825. Ero allo sferisterio della Montagnola e guardavo una partita di pallone con il bracciale. Mi hai svegliato al punto finale… non saprò mai se è andato a buon segno!»

Il gioco del pallone con il bracciale si è diffuso in Italia già nel Cinquecento e ha raggiunto la sua maggiore notorietà nell’Ottocento. Ricorda un po’ la pallavolo o il tennis: due squadre si affrontano rimanendo ciascuna nella propria parte del campo. Una squadra lancia un pallone nel campo degli avversari, che devono ribatterlo al volo oppure al massimo dopo un rimbalzo, con prontezza e coraggio. I grandi giocatori erano acclamati e mitizzati, e il tifo era tale che fioriva un vasto commercio di statuette in ceramica raffiguranti i giocatori nella classica divisa bianca, sulla quale risaltavano le medaglie. Il gioco veniva praticato in uno stadio dedicato, che si chiamava “sferisterio”, termine che deriva dal greco sphairist?rion, che indicava il luogo dove si giocava alla palla nelle antiche palestre.
Il più celebre esempio di sferisterio in Italia è quello di Macerata, oggi trasformato in uno dei teatri all’aperto più prestigiosi al mondo. Lo Sferisterio di Macerata, che Leopardi sicuramente conobbe, fu progettato in stile neoclassico dall’architetto Ireneo Aleandri e inaugurato nel 1829 per ospitare il gioco della palla col bracciale. Altri sferisteri tuttora esistenti si trovano a Bologna, chiamata “l’università del bracciale”, vicino a porta San Zamboni e nel parco delle Cascine a Firenze, mentre dello sferisterio di Perugia, situato in via del Circo (vicino all’attuale zona di Piazza d’Armi) e inaugurato nel 1821, rimango soltanto alcuni resti di mura.
L’apprezzamento per questo gioco, divenuto molto popolare tra Settecento e Ottocento, è testimoniato anche da grandi uomini di cultura, come Johann Wolfgang von Goethe, che ricordava di aver assistito, a Verona nel 1786, a una partita in compagnia di quasi cinquemila spettatori.
Nel sogno rievocato da Sandrelli si mette in scena una partita che ebbe luogo a Bologna nel 1825. Tuttavia la passione di Leopardi per questo gioco è ben precedente, visto che nel novembre 1821 compose la canzone A un vincitore nel pallone, ultima tra le cinque canzoni civili[2] volte a denunciare la decadenza morale dell’Italia, contrapponendo la gloria antica alla miseria del presente ed esortando gli italiani al risveglio patriottico. La canzone «finita l’ultimo di novembre 1821», compare per la prima volta nell’edizione bolognese delle Canzoni (1824) e poi in tutte le successive edizioni dei Canti. Lo stile si mantiene nel solco del classicismo, con l’uso di quelle parole “ardite” predilette da Leopardi in poesia per evocare il vago e l’indefinito.
Il “vincitore” era Carlo Didimi, famoso campione di pallone col bracciale, ricordato subito dopo nel libro sopra citato:
«– A Bologna? Nel 1825? – ride forte Ranieri. – Un sogno indietro nel tempo, interessante, – esclama.
– Sì, e grazie a te non saprò mai chi ha vinto.
– Straordinaria. Quanto entusiasmo, quanto coraggio, quanta energia, quanta rabbia, quanta bellezza in campo, sui volti dei giocatori!
– Siamo bravi nel gioco del pallone, lo siamo sempre stati – commenta Antonio – e Carlo Didimi è senza dubbio il più grande fuoriclasse dei nostri tempi.
– Didimi potrebbe essere un eroe dell’antica Grecia, in quanto a forza e coraggio. Cuore, come dice lui stesso. – dice Giacomo, incupendosi subito dopo. Abbassando il tono della voce sussurra: – Pensa se tutta questa determinazione, questa potenza divina, venisse utilizzata anche per combattere gli stranieri. Pensa quanto migliore potrebbe essere questo Paese».
E più avanti Sandrelli aggiunge, rievocando una partita alla quale Giacomo avrebbe potuto assistere prima di comporre la sua canzone:
«– Però lo sport ti piaceva, Giacomo. So quanto hai amato Carlo Didimi, Didimi, il campionissimo, il più grande battitore nella palla col bracciale.
– È vero: faceva tiri imprendibili. E quando lo vidi, qualche anno dopo, nell’autunno del ’21, eravamo in migliaia a fare il tifo per lui. Quanto avrei voluto essere in campo…».
Carlo Didimi nato a Treia il 6 maggio 1798 e quindi quasi coetaneo di Giacomo, e marchigiano come lui, è stato uno dei più grandi giocatori di palla col bracciale, considerato uno dei più forti di sempre nel ruolo di battitore. Era un nobile, un conte, un «Garzon bennato» come Leopardi, e come tutti i giocatori di questo sport, si era dedicato all’attività atletica fin da piccolo. Nel luglio 1823, nello sferisterio di Forlì, stabilì il record del lancio della palla. Fu anche un patriota e partecipò da mazziniano ai moti del 1831, quegli stessi moti che condussero l’assemblea nazionale delle Provincie Unite Italiane, riunitasi a Bologna, a eleggere Leopardi come deputato delle Marche, nomina che Giacomo rifiutò subito per il suo scetticismo sull’efficacia del movimento liberale. Per la sua fama di giocatore Didimi accumulò una notevole fortuna: sappiamo che nel maggio 1830 richiedeva per una sua esibizione un compenso pari a non meno di 600 scudi romani; per fare un paragone, un maestro elementare ne intascava dai 25 ai 60 all’anno. Ancora oggi a Treia si trova uno sferisterio intitolato a Didimi dove, nella prima settimana di agosto, si rievoca la “disfida del bracciale”.
Possiamo comprendere quali fossero i motivi del componimento leopardiano. Il poeta loda il vincitore della partita, Carlo Didimi, esortandolo a non limitarsi all’abilità sportiva, ma a dedicare il suo vigore alla patria. Il gioco diventa un’allegoria della virtù antica in contrapposizione alla decadenza dei tempi moderni, tema centrale delle canzoni civili di quegli anni. Leopardi afferma che la vita è noiosa e infelice, e che l’unico modo per renderla degna è attraverso la gloria e l’impegno attivo. Nonostante la decadenza dell’Italia, il giovane vincitore è invitato a tenere alta la mente e ad agire per il bene comune.
Nel novembre 1821 un Leopardi poco conosciuto ammirava il notissimo Didimi, «Magnanimo campion»[3], che gli si presentava come un eroe contemporaneo, da celebrare accanto alle grandi figure della storia patria, certo più modesto rispetto agli eroi greci, anche se nelle Olimpiche Pindaro, nel V secolo a. C., già celebrava i vincitori delle Olimpiadi, stabilendo un canone poetico ben presente a Leopardi. In Didimi Leopardi vedeva chi, con l’impiego delle sue superiori facoltà corporee, delle quali Giacomo era privo, della forza e del coraggio, conquistava una vittoria e dimostrava:
«E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude».
Così avrebbero dovuto essere i giovani, non certo adagiati in un “femminile ozio”. Un eroe acclamato dalla folla nello sferisterio, che la patria «Gli antichi esempi a rinnovar prepara»:
«Te l’echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell’età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara».
Leopardi sa bene che l’amor di patria è, insieme alle altre virtù amate dagli antichi, un’illusione, e tuttavia essa è un “lieto inganno”, perché le illusioni – scriveva l’anno prima in una lettera a Pietro Giordani del 30 giugno 1820 – «non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita».
Didimi, che non era uomo di lettere e che forse non lesse mai la canzone leopardiana, rimane ancor oggi, grazie a questa canzone, un modello di eroe moderno che rinnova il vigore tipico degli antichi e il mito della gioventù greca, degli eroi di Maratona.
Per gentile concessione del Ministero della Cultura © Biblioteca Nazionale di Napoli.



[1] Stefano Sandrelli è dirigente nell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e autore di libri di successo come Nello spazio con Samantha, scritto insieme a Samantha Cristoforetti e Premio Internazionale “G. Dosi” 2015.
[2] All’Italia (1818), Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze (1818), Ad Angelo Mai quand’ebbe trovato i libri di Cicerone «Della Repubblica» (1820), Nelle nozze della sorella Paolina (1821), A un vincitore nel pallone (1821).
[3] Si noti che la magnanimità è per Leopardi la virtù più alta e che ne La Ginestra è «Magnanimo colui | Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle, | Fin sopra gli astri il mortal grado estolle».

