Gli stenti dell’OLTRE al tempo dell’IN-OLTRO

di ANNA PAOLA LACATENA
Sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA e coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e Legalità” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze (SITD).
L’esperienza della perdita dell’esperienza, sempre più mediata e determinata da un uso illimitato della tecnologia, è prova di una trasformazione socio-culturale che, per proporzioni e peso delle conseguenze, non ha nulla di simile a se stessa, almeno in epoca moderna. La conoscenza, privata della corporeità, non sembra più reclamare l’utilizzo dei cinque sensi e, forse, ancora meno del sesto e del buon senso.È disincarnato l’incontro con un mondo che non può più contenere ed eccedere l’essere umano privandolo, fenomenologicamente, del vero senso dell’umano, così come evidenziato, già circa venti anni fa, da Martin Jay dell’Università della California, Berkeley. Quanto accade fuori dall’individuo concentrato a collocarsi al centro dell’universo non garantisce più assorbimento, elaborazione, superamento. Non c’è più osmosi tra singolo e collettività. Se i teorici della Scuola di Francoforte temevano la perdita della soggettività anche e soprattutto a causa della Cattiva maestra televisione, quello che la tecnologica del terzo millennio ha prodotto è l’elevazione dell’IO a dogma. La mia soggettività, il mio sentire, la mia emozione, la mia vendetta…Di questo passo, la conoscenza è sempre più dissoluzione della realtà (del principio di realtà, alla maniera di Lacan e Freud) a cui appartiene l’Altro, con un’unica emozione plausibile: la mia!
Non sembrano trovare spazio gli imperativi sociali esterni, quei vincoli e limiti, necessaria a una sia pur minima distinzione Bene e Male. È sempre più chiusura all’interno delle proprie mura domestiche e personali che l’armamentario tecnologico (app, giochi, svago, contatti virtuali, spunte, emoticon, ecc.) ha reso un impero autarchico perfetto e solido, almeno quanto emotivamente fragile e insicuro. Fittizie o reali, si tratta di emozioni che edificano e fortificano solitudini spesso aggressive, che rischiano di scagliarsi contro la folla indistinta, considerata limitata e dallo sviluppo parziale per il solo fatto di essere altro da sé, ma con la facoltà, mai veramente removibile, di mettere quel Sé in discussione. Obiettivi reali e intenzioni dichiarate non coincidono. La più recente e imbarazzante politica internazionale, fatta di fake, ha contribuito a trasformare gli spettatori in senzienti iperbolici, alla ricerca di specchi ideali, persi tra finzione e realtà.
Per restare nel gergo, non siamo ancora arrivati, ma certamente siamo inoltrati, a fronte di un bisogno, non sempre riconoscibile e riconosciuto, di andare oltre un immanente che è sempre più chiasso, grida e strepiti. Internet & co sono capaci di creare un sovraccarico di emozioni non rielaborate, utilizzabile come materia per un’esistenza in cui i bisogni devono essere soddisfatti a vantaggio dell’autenticità, scialba e presunta, del “questo sono!”. Non verità, ma fraintesa autenticità: il ciò che sono non è il ciò che è. Senza filtri di alcun tipo, spesso significa rinunciare al principio di realtà e di regolazione. Il simulacro dell’esperienza diventa quel troppo IO che fagocita ogni Altro possibile, ogni percorribile verità oggettiva a vantaggio di una ipertrofica soggettività. La rete può donare la sensazione di non essere soli, ma si è infinitamente soli in una folla di solipsismi o peggio di artificiale dialogato. Può offrire la sensazione di appartenere ad un gruppo (social) solo se si abbraccia fino in fondo l’idea di quel gruppo, con il rischio di finire nelle spire di realtà radicalizzanti.
Un recente studio della Drexel University di Philadelphia ha evidenziato come più del 50% degli adolescenti statunitensi faccia un uso quotidiano e ripetuto di chatbot di intelligenza artificiale per sentirsi in compagnia (AI Companion), ratificando, in tempi brevi e loro malgrado (?) sintomi e comportamenti tipici delle dipendenze patologiche. La rete non è la malattia, non certamente la causa, molto più realisticamente il sintomo. Fuori da qualsiasi determinismo tecnologico, Internet non ci ha privati della possibilità di scegliere, ma certamente ha influito sull’offerta delle probabilità possibili, rendendo apparentemente più desiderabili alcune piuttosto che altre.
La malattia è il grande vuoto di prossimità, di comunità, di sacro. Il decano dei sociologi italiani, Franco Ferrarotti, in un libro del 2020, definiva questa condizione come il “paradosso del sacro”, ossia: «…con la tecnicizzazione e l’industrializzazione della società, non solo il sacro non è stato “superato” o reso obsoleto o “eclissato”, ma, ben al contrario, la fame del sacro è cresciuta, il bisogno di valori trascendenti è enormemente aumentato, la società si è solo apparentemente secolarizzata». Scriveva l’adolescente di Trescore Balneario, progettando la sua vendetta: «… La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo». E pensare che è proprio quello che chiedono talune élite economico-finanziarie, i titani della tecnologia con le infinite offerte del mondo virtuale nonché, e sempre di più, un certo tipo di propaganda.
Dalla Cattiva maestra televisione alla Madre di Satana Tatp (perossido di acetone, sostanza di facile sintesi impiegata nelle stragi di Bruxelles e Parigi), il passo rischia di essere davvero breve.

