Immagina… un posto

Di SABRINA TRINCA
Pedagogista e coordinatrice Area 0/6 Stripes Coop
Nell’era digitale il concetto di comunità sta subendo una mutazione profonda. Le community online, pur rispondendo a un reale bisogno di condivisione, offrono legami fragili e liquidi, capaci di connettere le persone ma non di radicarsi nel profondo. Esse faticano infatti a soddisfare quel bisogno umano di vicinanza e stabilità che richiede sguardi, tempi distesi e, soprattutto, presenza e corporeità. Se il digitale ha il potere di connettere (rischiando di frammentare), l’analogico e lo spazio fisico hanno la forza di radicare la relazione nei corpi, nell’esperienza sensoriale, nell’empatia e nell’impegno sociale concreto[1][2].
In questo tempo di radicale cambiamento la scuola è chiamata a interrogarsi: quale posizione e quale identità deve assumere nei confronti delle bambine e dei bambini di oggi? Cosa può fare per conciliare la dimensione reale con quella digitale? Ma soprattutto, come si può ripensare un sistema educativo pubblico affinché sappia arginare il rischio dell’isolamento sociale, partendo proprio dalla riscoperta della materia, della corporeità e dallo spazio fisico? I bambini, oggi più che mai, hanno un bisogno vitale di toccare, manipolare, sporcarsi e vivere davvero le esperienze con tutti i sensi, proprio perché l’apprendimento autentico e la conoscenza di sé passano inevitabilmente attraverso l’azione concreta sul mondo.

Una risposta ci arriva dall’alleanza tra pedagogia e territorio e da una domanda apparentemente semplice: come può il giardino di una scuola essere promotore di comunità?
Nei servizi per l’infanzia lo spazio viene considerato a tutti gli effetti una risorsa educativa in quanto accoglie e orienta i processi di scoperta, ricerca e apprendimento delle bambine e dei bambini, ma anche perché sostiene la loro crescita emotiva, relazionale e motoria sul piano individuale e collettivo. Lo spazio fisico, se ben progettato, è davvero in grado di generare relazioni sociali e buone pratiche, influenzando il processo di apprendimento e di conoscenza.
In questi anni alla scuola dell’infanzia comunale paritaria Don Angelo Luzzini di Cerro Maggiore, in provincia di Milano, l’esperienza all’aperto è diventata parte integrante della quotidianità, grazie all’attenzione del personale educativo della Cooperativa Stripes. Permettendo di stare nella natura, gli adulti che accompagnano le bambine e i bambini, hanno fatto sì che il giardino sia diventato un elemento indispensabile che integra la visione pedagogica della scuola, diventando così un contesto ricchissimo di potenzialità[3]. Abitare una scuola significa molto più che frequentare, utilizzare o occupare uno spazio. Abitare vuol dire sentirsi parte di un insieme; prendersi cura dell’ambiente e, insieme ad esso, accogliere quella complessità relazionale, organizzativa e sociale che si sviluppa in un luogo. Se la tecnologia rischia di isolare i corpi, il giardino della scuola li riavvicina. E se questo luogo – scuola appartiene all’infanzia, allora la scuola ha il dovere e il potere di aprirsi verso l’esterno, diventando un bene comune di tutti e, soprattutto, il cuore pulsante di una comunità.
Da questi presupposti è nato il progetto Immagina… un posto, un percorso di progettazione partecipata per abitare il giardino della scuola. Si tratta di un progetto fondato sul valore dell’eterogeneità degli sguardi, capace di unire e far dialogare professionisti del mondo della formazione e dell’educazione che vivono la scuola in modo diretto, insieme a persone e professionisti che con la progettazione degli spazi scolastici hanno nulla o poco a che fare.
Il progetto ha richiamato a raccolta l’intera comunità: dalle bambine ai bambini e le loro famiglie, al personale educativo di Stripes Coop, fino all’Amministrazione comunale e all’Area Tecnica del Comune di Cerro Maggiore. Accanto a loro ha lavorato un’équipe multidisciplinare di esperti di settore che ha dialogato con la coordinatrice pedagogica della scuola: un pedagogista esperto di benessere e movimento, un agronomo, una atelierista esperta di outdoor, una psicomotricista e una musicista esperta di educazione.
Questi attori sono stati chiamati a condividere il proprio sapere scientifico e la propria visione affinché si costruisse un pensiero condiviso intorno alla scuola. Al centro, c’era la profonda volontà di valorizzare una cultura dell’infanzia. Ciascuno si è interrogato sul contesto/giardino in base ai propri saperi e alle proprie competenze personali e professionali, promuovendo visioni e possibilità diverse.
Immagina… un posto è stato così un movimento all’unisono verso l’unico grande obiettivo della crescita armonica e del benessere dei bambini di oggi. Un viaggio collettivo che ci ha permesso di costruire ponti e delineare identità inedite.
Il progetto è stato strutturato in più fasi. In una prima fase tutte le famiglie e il personale educativo si sono dedicati all’osservazione attenta di come le bambine e i bambini interagiscono in e con il contesto naturale del giardino. Abbiamo così raccolto, attraverso parole e fotografie, un elenco di azioni concrete, veri e propri verbi del fare: un patrimonio di dati essenziali preziosissimi, collezionati con l’obiettivo di comprendere l’esperienza spontanea dei piccoli in natura[4].

Guidati da domande – stimolo, i bambini della scuola ci hanno raccontato come amano giocare e cosa piacerebbe loro fare o avere nel giardino, attraverso linguaggi diffusi, perché laddove non arrivano le parole, si muovono le mani. Ci hanno così guidato all’interno dei loro sogni e desideri anche attraverso disegni, collage, dipinti, manufatti e costruzioni con materiali diversi, oltre che con riviste e albi illustrati e persino abbozzi di progetti su carta millimetrata. Infine, insieme alla cosa, ci hanno indicato anche il dove amavano giocare.
Parallelamente i partecipanti al tavolo di co-progettazione hanno esplorato fisicamente il giardino per conoscerne a fondo le caratteristiche, i punti di forza e le peculiarità.
Insieme abbiamo raccolto una mole straordinaria di dati che, attraverso un attento processo di elaborazione, analisi e interpretazione, sono stati organizzati in categorie di senso: il gioco senso-motorio, quello sensoriale ed esplorativo, il gioco di scoperta e conoscenza, il gioco simbolico, quello costruttivo e di rappresentazione. Inoltre, sono state identificate anche due categorie trasversali: la ricerca della cura e della bellezza e le modalità di gioco.
Tale ricchezza di dati è stata restituita alla comunità attraverso una mostra espositiva, un momento di condivisione pubblica che ha reso visibili e definiti i bisogni reali in outdoor[5]e che ha spinto tutta la comunità scolastica a riflettere. Esistono giochi da maschio e giochi da femmina? Quanto è importante cadere e perché nessun adulto ha nominato questo verbo? Cosa c’è dietro la richiesta dei bambini di avere una statua in giardino? Perché solo i bambini hanno esplorato la dimensione dell’acqua in tutte le sue declinazioni (piovana, lacrime, sudore)?
I bambini hanno poi sottolineato la necessità di inserire dei «cartelli per dire che questa è la scuola dei bambini piccoli, mezzani e grandi». Ci hanno quindi comunicato il loro senso di appartenenza e il bisogno di riconoscere il proprio spazio nella scuola: la scuola è dei bambini e serve un formale cartello per ricordarlo al mondo. E grazie a loro ci è sembrato chiaro: trasformare i cartelli in un patto educativo è davvero un’idea pedagogica potente, il cartello sarebbe simbolo di un impegno reciproco tra bambini, insegnanti, genitori e ambiente scolastico, fornendo informazioni importanti su come abitiamo un determinato spazio.
A questo punto, i partecipanti al tavolo di co-progettazione hanno iniziato a dare forma concretamente ai nuovi ambienti di gioco e di apprendimento pensati proprio per sostenere azioni e bisogni emersi. È stata proprio la lettura di ogni singola categoria di verbi a fare da scintilla, generando idee, proposte e visioni che, insieme ai saperi, hanno guidato la trasformazione del nostro giardino.
Nel tavolo ci siamo interrogati su quali proposte di gioco e quali ambienti fossero più coerenti con l’approccio pedagogico di questa scuola. Ci siamo chiesti cosa renda uno spazio esterno più adatto di altri ad accogliere i corpi, i loro movimenti e le loro azioni. È davvero possibile progettare un ambiente aperto che tenga in considerazione ogni sfaccettatura dei loro bisogni? E come può configurarsi uno spazio che non si limiti a contenere ma che sappia accogliere, sostenere e valorizzare un gioco esperienziale, naturale e curioso?
La sfida è stata quella di far dialogare la dimensione pedagogica, didattico-relazionale e affettiva con quella tecnico-scientifica, politico-amministrativa, corporea, musicale, emotiva e percettiva. Mossi dalla consapevolezza che ogni sapere scientifico, ogni professione e ogni ruolo sociale non solo utilizza le parole in modo diverso, ma abita un vero e proprio mondo di significati a sé stante, il risultato finale non sarà una semplice somma di parti ma una polifonia di voci diverse e sovrapponibili. Una riqualificazione profondamente condivisa del giardino della scuola, capace di riflettere la ricchezza dell’intera comunità.
Il primo passo è stato quello di accordarci su due concetti cruciali, spesso confusi tra loro: il rischio e il pericolo. Troppo spesso, infatti, un’ansia iperprotettiva rischia di limitare l’esperienza stessa della crescita, privando i bambini di occasioni di scoperta.
Abbiamo ridefinito il pericolo come una fonte potenziale di danno o di lesione che il bambino, con le sue sole competenze e la sua esperienza, non può in alcun modo gestire; una minaccia oggettiva che, pertanto, deve essere interamente eliminata dal contesto di gioco a tutela della sua incolumità. Al contrario, abbiamo guardato al rischio come alla probabilità che un evento si verifichi, misurata sulla gravità del danno potenziale, ma all’interno di un contesto controllato in cui il bambino ha la reale possibilità di valutarlo, gestirlo e superarlo attraverso le proprie azioni e la propria intelligenza. In quest’ottica, il rischio cessa di essere una minaccia da evitare e diventa una sfida gestibile, un elemento indispensabile per la crescita. Offrire alle bambine e ai bambini la possibilità di misurarsi con piccoli rischi significa promuovere la loro autonomia e la loro autostima, insegnare loro a valutare le proprie capacità personali in relazione ai limiti dell’ambiente, e migliorare sensibilmente sia la coordinazione motoria sia la capacità di risolvere problemi reali. Il giardino, così co-progettato, diventa spazio sicuro in cui imparare a cadere e a rialzarsi, un luogo dove la cura non si traduce in divieto, ma in fiducia e accompagnamento.
Il secondo punto di incontro ha riguardato la necessità comune di sostenere le azioni e i bisogni profondi delle bambine e dei bambini, aprendo lo spazio a una reale molteplicità di utilizzi. Ci siamo trovati d’accordo su un principio cardine: progettare non significa sovraccaricare e riempire il giardino della scuola di strutture rigide o predefinite impalcature ludiche; al contrario significa inserire elementi semplici, caratterizzati dal minimo livello di strutturazione e di invasività, pensati per aprire a possibilità.
Questo approccio offre una doppia libertà. Da un lato, permette alle insegnanti e alle educatrici di cogliere e rilanciare le infinite potenzialità di gioco e di apprendimento che nascono spontaneamente; dall’altro, offre ai piccoli un terreno fertile in cui esprimere liberamente un bisogno di movimento, di esplorazione, di espressione e conoscenza.

Come suggerisce il pedagogista Roberto Farné l’obiettivo è fare in modo che i bambini possano agire attraverso gli stimoli e i suggerimenti che l’ambiente stesso, nella sua stimolante essenzialità, mette a loro completa disposizione.
Tradurre il pensiero in azione ha significato collocare all’interno del giardino scolastico gli ambienti di gioco e di apprendimento nati e immaginati durante il primo tavolo di lavoro. Questo passaggio cruciale, che ci ha portati dal definire cosa inserire al comprendere come e dove inserirlo, è stato il cuore pulsante della progettazione pedagogica. Fin dall’inizio abbiamo scelto di non calare soluzioni dall’alto, ma di basarci sulle osservazioni reali e sull’ascolto profondo dei bisogni. Per questo motivo abbiamo deciso che il progetto non deve essere statico, ma dovrà crescere e trasformarsi insieme ai bambini stessi.
Il giardino anteriore, l’area che i bambini vivono quotidianamente, è stato l’oggetto di interventi puntuali e precisi; qui abbiamo potuto agire con sicurezza, forti della conoscenza approfondita di come i piccoli abitino questi luoghi e di quali siano le loro consolidate abitudini di gioco.
Il giardino posteriore, al contrario, era lo spazio meno esplorato. Abbiamo scelto di recuperarlo, rendendolo sicuro e fruibile, ma lasciandolo intenzionalmente più aperto e flessibile. Non avendolo ancora vissuto insieme ai bambini, vogliamo prima osservare come si muoveranno al suo interno, quali percorsi tracceranno e come abiteranno lo spazio, per poi inserire in un secondo momento, e solo se necessario, stimoli mirati o arredi stabili. Il fuori è diventato così un cantiere aperto, un luogo in divenire che rispetta i tempi della scoperta e l’autonomia dell’infanzia.
È stato ed è tuttora entusiasmante vedere questo percorso prendere forma, dalle idee astratte alla loro traduzione in fisicità. In un’epoca che rischia di smaterializzare le relazioni, la riqualificazione di questo spazio dimostra che la comunità si fonda ancora sulla concretezza di un impegno condiviso, capace di generare luoghi di vita autentica per le bambine e i bambini di oggi e di domani.
Nella successiva fase di realizzazione allestiremo gli spazi e gli ambienti, dividendoci i compiti secondo le competenze e la disponibilità di ciascuno.
Infine, ci sarà la fase della verifica dell’efficacia di quanto realizzato attraverso l’osservazione attenta del gioco nei nuovi ambienti, valutando come i bambini rispondono agli stimoli e quali opportunità di crescita sappiano generare. E, per concludere questo viaggio, festeggeremo insieme a tutti coloro che hanno partecipato: famiglie, bambini, Amministrazione comunale, specialisti, tecnici e l’intera cittadinanza. Sarà l’occasione per celebrare l’impegno comune che ha permesso di costruire ponti, inaugurare nuovi dialoghi e dare forma a una nuova identità di comunità.
Il percorso Immagina… un posto ci lascia una consapevolezza profonda: fare comunità non è un’azione astratta ma un esercizio quotidiano che prende forma attraverso la cura dei luoghi e la condivisione delle responsabilità.
Il giardino non è più solo un confine scolastico, ma un ecosistema di relazioni in cui l’intera cittadinanza si riconosce e si ritrova.
Questo progetto, però, non esaurirà il suo valore pedagogico e sociale dentro le mura della scuola; diventerà invece un manifesto che parla a tutto il territorio. Come ci ricorda infatti il pedagogista Francesco Tonucci[6], «una città a misura di bambino è una città a misura di tutti».
Abbassare lo sguardo ad altezza di bambino per progettare uno spazio non significa rimpicciolire il mondo ma renderlo finalmente accogliente, inclusivo e sicuro per chiunque lo abiti: per gli anziani, per le famiglie, per chi vive una fragilità. Abbiamo dato prova che se un giardino scolastico sa farsi dimora della complessità, della scoperta, del rispetto della natura e del diritto al rischio gestito, allora l’intera comunità – in questo caso di Cerro Maggiore – compie un passo in avanti verso un’idea differente di cittadinanza.
Con questo progetto, la scuola dell’infanzia si riappropria della sua missione più alta: diventare il punto di riferimento e il cuore pulsante dell’intera Comunità, sperimentando un nuovo modo di stare insieme. Custodire questo spazio, guardarlo con gli occhi carichi di futuro dei nostri bambini, significa fare una promessa a noi stessi: quella di essere una comunità viva, accogliente, capace di fare della vicinanza reale la propria firma distintiva.
[1] Riva, G. (2019). Nativi digitali. Crescere e apprendere tra schermi e reti. Bologna: Il Mulino.
[2] Bauman, Z. (2003). Voglia di comunità. Roma-Bari: Laterza. (Analisi sociologica sulla fragilità dei legami nelle community moderne e il bisogno di stabilità).
[3] Zavalloni, G. (2008). La pedagogia della lumaca. Per una scuola dell’autostima e della lentezza. Bologna: EMI.
[4] Malaguzzi, L. (2010). I cento linguaggi dei bambini. Bergamo: Edizioni Junior.
[5] Farné, R. (2015). Pedagogia dell’outdoor education. In R. Farné (A cura di), Outdoor Education: l’educazione si-cura all’aperto. Parma: Junior.
[6] Tonucci, F. (1996). La città dei bambini. Un modo nuovo di pensare la città. Roma-Bari: Laterza.
Tonucci, F. (2020). Manuale di guerriglia urbana. Per bambine e bambini che vogliono cambiare la città. daccapo edizioni.

