La pedagogia dell’attesa. Educare nell’epoca dell’accelerazione

© Gianluca Carace

Di Gianluca Cacace
Educatore professionale

 

Viviamo all’interno di una trasformazione profonda del rapporto con il tempo, che non riguarda soltanto gli assetti sociali o tecnologici, ma incide direttamente sulle forme della vita educativa. L’esperienza contemporanea sembra infatti caratterizzarsi per una crescente riduzione degli spazi di sospensione, di elaborazione e di attesa, a favore di una logica dell’immediatezza che attraversa tanto le relazioni quanto le istituzioni. In questo scenario, anche l’educazione rischia di essere interpretata secondo categorie di tipo prestazionale: l’intervento educativo viene spesso valutato sulla base della sua capacità di produrre cambiamenti osservabili in tempi brevi, di rispondere a bisogni definiti, di generare esiti misurabili. Tuttavia, chi opera nei contesti educativi sa bene che la crescita delle persone non coincide con questa temporalità lineare e accelerata, ma si sviluppa attraverso dinamiche complesse, non sempre prevedibili, spesso discontinue.
È proprio in questa discrepanza tra tempo sociale e tempo educativo che si colloca la possibilità di una riflessione pedagogica sull’attesa.

Il tempo dell’educazione e la cultura dell’accelerazione
La società contemporanea è stata letta, in modo particolarmente efficace, come una società dell’accelerazione. Hartmut Rosa ha mostrato come la modernità avanzata sia caratterizzata da una continua intensificazione dei ritmi di vita, in cui la velocità non rappresenta soltanto un mezzo, ma diventa una forma di organizzazione dell’esperienza.
Questa dinamica coinvolge in qualche modo anche i contesti educativi. Si può affermare infatti che essa li attraversa e li trasforma, generando una domanda implicita di efficacia immediata: funziona o non funziona? Quanto tempo serve per ottenere un cambiamento? Quali risultati possiamo osservare?
Eppure, il tempo dell’educazione sembra obbedire a un’altra logica. Esso non è lineare, né pienamente programmabile, ma si struttura attraverso soglie, regressioni, riprese inattese, momenti di apparente stasi che spesso precedono trasformazioni significative. In questo senso, l’educazione non può essere ricondotta interamente a una logica di produzione, perché ha a che fare con processi di soggettivazione che richiedono durata, continuità e possibilità di elaborazione. Ridurre l’educazione alla sola dimensione dell’efficienza significa, in ultima analisi, fraintenderne la natura.

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L’attesa come postura educativa
Parlare di attesa in educazione non significa evocare una forma di passività o di rinuncia all’intervento. Al contrario, l’attesa può essere intesa come una postura professionale complessa, che implica una particolare qualità della presenza dell’educatore.
Attendere, in senso pedagogico, significa sostenere la relazione anche quando non produce effetti immediatamente riconoscibili, tollerare la non linearità dei processi, mantenere aperto uno spazio di possibilità senza forzare la trasformazione dell’altro secondo tempi esterni al suo processo.
In questa prospettiva, l’attesa si configura come una competenza relazionale che richiede un lavoro costante su di sé: la capacità di contenere l’urgenza dell’intervento, di sospendere la necessità di controllo, di restare in una posizione di ascolto anche quando l’esito non è prevedibile.
Qui può essere utile richiamare il contributo di Donald Winnicott, in particolare la nozione di holding, intesa come funzione di contenimento che permette al soggetto di attraversare l’esperienza senza esserne sopraffatto. In modo analogo, l’attesa educativa può essere letta come uno spazio relazionale che sostiene senza invadere, che accompagna senza anticipare, che rende possibile la trasformazione senza determinarla.
L’attesa, dunque, non è assenza di azione, ma una forma qualitativamente diversa di azione educativa.

Tempo educativo e soggettivazione
Se il tempo dell’istituzione tende a organizzarsi secondo criteri di programmazione e verifica, il tempo educativo riguarda invece la costruzione della soggettività. È in questo senso che la riflessione pedagogica può incontrare anche la prospettiva di Paulo Freire, per il quale l’educazione non consiste nella semplice trasmissione di contenuti, ma nella possibilità di generare processi di consapevolezza e di trasformazione della propria posizione nel mondo.
Tali processi non possono essere accelerati senza rischio di impoverimento. Ogni forma autentica di apprendimento implica infatti una rielaborazione personale dell’esperienza, che richiede tempo psichico oltre che tempo cronologico.
In questa direzione, l’attesa può essere interpretata come la condizione che consente al soggetto di appropriarsi della propria esperienza, di attribuirle senso, di trasformarla in sapere vissuto. Senza questo spazio di elaborazione, l’intervento educativo rischia di ridursi a una modifica superficiale del comportamento, priva di reale interiorizzazione.

Implicazioni pedagogiche
Assumere la prospettiva dell’attesa significa rivedere alcune categorie centrali dell’agire educativo. In primo luogo, significa mettere in discussione l’idea che l’efficacia coincida necessariamente con la rapidità del cambiamento. Al contrario, molte trasformazioni significative si producono proprio in tempi lunghi, spesso invisibili, che sfuggono a una valutazione immediata.
In secondo luogo, implica riconoscere che l’educazione non è un processo di produzione lineare, ma un campo di possibilità in cui l’educatore opera come facilitatore di condizioni, più che come produttore di risultati.
Infine, l’attesa rimanda a una dimensione etica dell’educare: la capacità di riconoscere l’altro come soggetto in divenire, non riducibile alle sue performance attuali. In questo senso, la posizione educativa si avvicina a quella descritta da Luigina Mortari, per la quale la cura educativa si fonda su una qualità della presenza che sa restare accanto ai processi senza appropriarsene.

Conclusione
In un tempo che tende a comprimere le distanze e a ridurre le soglie di attesa, la pedagogia è chiamata a interrogarsi sul valore formativo del tempo stesso. Non si tratta di opporsi alla trasformazione sociale in atto, né di idealizzare una lentezza astratta, ma di riconoscere che l’educazione ha bisogno di una temporalità propria per poter generare trasformazioni autentiche.
L’attesa, in questa prospettiva, non è un vuoto tra due eventi, ma uno spazio pedagogico denso, in cui si costruiscono le condizioni perché qualcosa possa accadere. È proprio in questo spazio, spesso poco visibile e difficilmente misurabile, che si gioca una parte essenziale del lavoro educativo.

 

Bibliografia
Freire, P. (1970). Pedagogia degli oppressi. Mondadori, Milano.
Mortari, L. (2006). La pratica dell’aver cura. Mondadori, Milano.
Rosa, H. (2015). Accelerazione e alienazione. Einaudi, Torino.
Winnicott, D. W. (1971). Playing and reality. Tavistock Publications, London.


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