Non ho tempo. Intervista a Lara Zucchini

© Lara Zucchini

A cura di REBECCA CONTI

 

Lara Zucchini è psicologa, divulgatrice e speaker specializzata in psicologia positiva, benessere psicologico e relazioni. Da anni porta la psicologia fuori dallo studio, trasformando i risultati della ricerca scientifica in strumenti concreti per aiutare persone, organizzazioni e aziende a costruire una vita e un lavoro più consapevoli. Dopo il suo primo intervento sul palco di TEDx, ha preso parte come speaker a numerosi eventi dedicati alla crescita personale, al benessere e allo sviluppo organizzativo, collaborando con realtà aziendali di primo piano attraverso percorsi formativi e conferenze sul benessere psicologico, la leadership e le competenze relazionali. Nel 2025 ha fondato Bloom, la prima piattaforma italiana dedicata all’allenamento del benessere psicologico, nata dall’idea che prendersi cura della propria mente non debba essere un intervento occasionale, ma una pratica quotidiana, accessibile e fondata sulle evidenze scientifiche.

 

Nelle relazioni, romantiche, di amicizia, familiari: cosa significa la frase non ho tempo?
“Non ho tempo” è una frase che, prima ancora di dire agli altri, diciamo a noi stessi. Viviamo in una società in cui sentire di avere tempo è diventato quasi impossibile: c’è sempre qualcosa da fare di più, qualcosa a cui stare al passo, che sia il lavoro, gli altri, le relazioni. E in questo inseguimento continuo finiamo per sentirci perennemente un passo indietro. Si entra così in quella che chiamo un’ottica performativa: anche le relazioni diventano quindi qualcosa da gestire, da ottimizzare, da incastrare nell’agenda. Ma le relazioni hanno bisogno esattamente dell’opposto. Non, cioè, di doverizzazioni, non di prestazioni, ma semplicemente di presenza. La relazione – romantica, amicale, familiare – dovrebbe essere proprio lo spazio in cui ci si concede di esistere in modo qualitativo, diversamente dal ritmo frenetico del resto. Uno spazio sottratto alla logica del rendimento. Quando diciamo «non ho tempo» all’interno di una relazione, stiamo dicendo qualcosa di più profondo: non sono presente, non sono immerso, non ci sono né per me né per l’altro. È una forma di dissociazione relazionale. Siamo fisicamente lì, magari, ma la nostra attenzione, la nostra energia e il nostro Sé, sono altrove. E una relazione senza presenza non è una relazione che nutre ma che sopravvive. La domanda che vale la pena farsi, allora, non è «come trovo il tempo?», proprio perché il tempo, in senso assoluto, non si trova. La domanda diventa: «che cosa sto scegliendo di mettere al primo posto quando dico che non ho tempo per una persona? E cosa, invece, sto inevitabilmente lasciando indietro?»
La maggior parte delle volte, dunque, non manca il tempo, ma la capacità di esserci davvero.

 

© Magnific.com

Tra i mille impegni giornalieri, come si coltivano gli affetti?
In una società che ci spinge continuamente a essere produttivi e a fare sempre di più, il rischio è, appunto, pensare agli affetti come a qualcosa da incastrare tra un impegno e l’altro. In realtà, credo che la domanda vada ribaltata: gli affetti non sono ciò che resta quando abbiamo tempo, ma ciò che ci permette di stare bene e di affrontare il resto della vita, prima di tutto quanto. Per questo coltivare le relazioni significa innanzitutto tornare a sé stessi. Solo così possiamo riconoscere ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Anche la ricerca scientifica ce lo conferma da tempo. Uno degli studi più celebri – l’Harvard Study of Adult Development sul benessere psicologico[1] – mostra che non sono il successo, il denaro o le prestazioni a predire una vita felice e soddisfacente, ma la qualità delle relazioni che costruiamo. I legami significativi ci proteggono dallo stress, favoriscono la salute mentale e fisica e danno senso alla nostra esistenza. Sono la qualità delle relazioni a fare la differenza, non la quantità. Coltivare gli affetti, allora, non significa trovare altro tempo in un’agenda già piena. Significa cambiare sguardo su ciò che consideriamo prioritario. Prendere atto che una conversazione, un pranzo senza telefono, un messaggio mandato pensando davvero all’altra persona, non sono sottrazioni al nostro tempo produttivo ma investimenti nel nostro benessere che nessuna performance potrà mai darci. Tornare a vivere pienamente anche e proprio a partire dal coltivare gli affetti è possibile grazie a 3 modalità semplici, applicabili anche alle giornate più piene:

  1. Trasforma la presenza in una scelta, non in ciò che resta.
    Spesso aspettiamo di avere più tempo e meno stress, la giornata perfetta. Ma le relazioni non crescono negli spazi vuoti: crescono quando decidiamo di dedicare loro uno spazio, anche piccolo. Una telefonata, una passeggiata, una cena senza distrazioni. La qualità della presenza – mi preme sottolinearlo – conta più della quantità del tempo.
  2. Allenati ai piccoli gesti quotidiani.
    Non servono grandi dimostrazioni d’affetto. Un messaggio per chiedere davvero “come stai?”, un abbraccio in più, cinque minuti di ascolto senza guardare il telefono. Sono le piccole attenzioni ripetute nel tempo a costruire la vicinanza emotiva e a far sentire l’altro visto e importante.
  3. Ricorda che le relazioni non sono un premio dopo aver fatto tutto il resto.
    Viviamo spesso con l’idea che prima venga il lavoro, poi i doveri, e solo alla fine gli affetti. Le persone che amiamo sono invece una fonte di benessere, di sostegno e di significato. Investire nelle relazioni non significa togliere tempo alle cose importanti, ma nutrire una delle risorse più importanti che abbiamo.

Vale poi la pena specificare che la qualità del tempo speso insieme non può diventare una scusa per eliminare completamente la quantità. Le relazioni hanno infatti bisogno di continuità, di una certa frequenza, di esperienze condivise che costruiscono nel tempo fiducia, intimità e senso di appartenenza. È po’come coltivare una pianta: non basta darle tantissima acqua una volta ogni tanto, ma ha bisogno di essere nutrita con costanza. Non credo dunque sia utile mettere quantità e qualità in contrapposizione, come spesso la società sembra suggerirci. Si tratta di un falso dilemma: quantità e qualità non sono davvero in opposizione ma in relazione. La qualità dà profondità alla relazione, la quantità le dà continuità. Ciò che fa davvero la differenza è la capacità di esserci, con intenzionalità e presenza, nel tempo che condividiamo.

 

© Magnific.com/Milanmarkovic

Dottoressa Zucchini, come ci si riappropria del proprio tempo?
Ci si riappropria del proprio tempo quando si smette di vivere con l’idea di dover riempire ogni momento. Oggi abbiamo la sensazione di essere sempre in ritardo, anche quando non lo siamo davvero. Il problema, spesso, non è la quantità di tempo che abbiamo, ma il modo in cui lo percepiamo: la nostra attenzione è continuamente frammentata tra notifiche, richieste, aspettative e la sensazione di dover essere sempre produttivi. Riappropriarsi del proprio tempo significa allora fare un cambiamento prima di tutto mentale. Chiedersi quindi: quello che sto facendo in questo momento è davvero importante o sto semplicemente rispondendo all’urgenza? E questo è importante domandarselo perché urgenza e priorità non coincidono quasi mai. Farsi questa domanda significa anche imparare a mettere dei confini e dire qualche “no” in più per poter dire dei “sì” più autentici. Tutto ciò implica soprattutto accettare che non riusciremo a fare tutto e che il nostro valore non dipende da quante cose riusciamo a spuntare in una giornata.
C’è poi un altro aspetto fondamentale che spesso dimentichiamo: non tutto il tempo deve essere utile. Questa convinzione ha preso così tanto spazio nell’immaginario comune che abbiamo trasformato anche il riposo in qualcosa che deve produrre un risultato. Il nostro cervello, al contrario, ha bisogno di spazi vuoti, di momenti senza uno scopo preciso. Proprio lì recupera energie, integra le esperienze, favorisce la creatività e ci permette di riconnetterci con noi stessi. Riappropriarsi del proprio tempo, quindi, non significa avere un’agenda più libera, ma tornare ad avere la sensazione di abitare il tempo che viviamo, invece di rincorrerlo continuamente. Perché, in fondo, il tempo è l’unica risorsa che non possiamo accumulare né recuperare: possiamo solo scegliere, ogni giorno, a chi e a che cosa dedicarlo.

 

© Magnific.com

Una volta ci si trovava anche senza fare niente di particolare: si chiacchierava, si “perdeva tempo” insieme. Perché oggi sembra così difficile concederci del tempo senza uno scopo preciso, anche con le persone a cui vogliamo bene?
Come menzionato sopra, credo che oggi l’idea che oggi abbiamo interiorizzato sia sottile ma molto potente: il tempo ha valore solo se produce qualcosa. Siamo così abituati a misurare le giornate in termini di risultati, obiettivi e produttività che facciamo fatica ad accettare un tempo che sia semplicemente… vissuto. Così anche le relazioni finiscono per entrare in questa logica. Ci vediamo “per fare un aperitivo”, “per andare a cena”, “per organizzare qualcosa”. Il risultato è che sembra quasi che stare insieme non basti più e che sia necessaria un’attività a giustificare quell’incontro.
C’è anche un altro elemento che tendiamo a sottovalutare: stare con qualcuno senza fare nulla significa esporsi. Quando non siamo distratti da un’attività, rimaniamo più facilmente a contatto con noi stessi, con i silenzi, con le emozioni e con l’altro. E questo, in giornate che ci mantengono costantemente stimolati, può risultare quasi insolito, a volte perfino scomodo. Eppure, è proprio in quei momenti apparentemente “inutili” che si costruiscono molte delle relazioni più profonde. Le conversazioni che non hanno una meta, le pause condivise, il tempo trascorso senza guardare continuamente l’orologio sono spesso gli spazi in cui ci sentiamo davvero visti e in cui nasce la vera intimità. Dovremmo forse iniziare a smettere di parlare di “perdita di tempo”. Il tempo trascorso con le persone che amiamo non è quasi mai tempo perso. È tempo che non produce qualcosa, ma produce qualcuno. Crea fiducia, senso di appartenenza, ricordi condivisi e quella sicurezza emotiva di cui abbiamo profondamente bisogno per stare bene. E paradossalmente, è proprio questo tempo, così poco utile agli occhi della nostra cultura, a essere tra i più preziosi della nostra vita.

 

[1] Waldinger, Robert J., R. J., & Schulz, Marc, M. (2023). Lezioni sulla felicità: Uno studio dell’Università di Harvard (D. Ferrari, Trad.). Mondadori. (Opera originale pubblicata nel 2023).

Sede Legale:
Via Ghisolfa, 32 – 20217 Rho (MI)
pec: cooperativa@pec.stripes.it
P.IVA e C.F. 09635360150




Tel. (02).931.66.67 – Fax (02).935.070.57
e-mail: stripes@pedagogia.it
C.C.I.A.A. Milano REA 1310082




RUNTS N° rep.2360

Albo Società Cooperative N° A161242
Capitale Sociale i.v. € 365.108,00



Redazione Pedagogika.it e Sede Operativa
Via San Domenico Savio, 6 – 20017 Rho (MI)
Reg. Tribunale: n. 187 del 29/03/97 | ISSN: 1593-2259
Web: www.pedagogia.it


Privacy Preference Center