Siamo in ritardo

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Di REBECCA CONTI

 

“Se la vita ti dà limoni, fatti una limonata”, dice un detto. Non so bene dove sia nato, ma alcune fonti dicono che il filosofo americano Elbert Hubbard elogiò così il modo in cui si affrontano le avversità, traendo il meglio dalle difficoltà. Altre fonti sostengono invece sia un detto di un libro motivazionale degli anni 50, di quelli che sposano la famosa retorica del “se vuoi, puoi!”.
Comunque, qualsiasi sia la sua origine, questa storia mi ha sempre creato una certa dose di ansia. Intendo dire: immagina di piantare questo albero di limoni, avere la pazienza di farlo crescere e cogliere i frutti nel momento giusto. Ci vuole un tempismo notevole. Non troppo presto, perché non siano acerbi, e non in ritardo, perché poi, si sa, diventano molli.
A tutto questo acidume, a costo di essere additata di una scontata puerilità, io preferisco invece i mandarini. I mandarini mi ricordano la casa, la sicurezza e, insieme, l’avventura, il profumo di vacanza e il sapore della convivialità. Ecco, io credo che il mio tempo sia quello dei mandarini.
Se, come nel celebre film di Pinoteau “Il tempo delle mele”, l’adolescenza è il tempo delle novità, della scoperta dell’amore e del turbine di emozioni, il tempo dei giovani adulti ha decisamente un altro gusto. È quello dei ritorni, degli sbagli, dei passi incerti, passi che ti sembra di fare bendato, magari sulle travi della tua futura casa. È il tempo dove tutti sanno perfettamente cosa dovresti fare, tranne tu. Dove non sei saggio e temerario come un limone, ma nemmeno spregiudicata e innocente come le mele dolci di Sophie Marceau. Il tempo dei giovani adulti è quello della metro alle 7.23 e del messaggio alle 7.25 sul gruppo dei tuoi amici. L’icona di Whatsapp illumina lo schermo puntuale, per scherzare su questo o su quest’altro, uniti dagli inside jokes che ci fanno sentire tutti così grandiosamente simili. Anche se Giulia sta per andare a convivere, Marco partirà per la Thailandia per restarci, Sara diventerà manager di una delle “Big Four[1]” (che io non cesso di immaginarmi come una sorta di Medusa in cui ogni capo di serpente appartiene ad una consultant society) e Matteo sta finendo il dottorato per poi aprire un agriturismo nel piacentino, noi ci scriviamo tutti i giorni. Ognuno tenta, suppone, improvvisa, conscio che il sapore stucchevole che le mele infantili gli hanno lasciato deve essere custodito gelosamente. Andiamo così avanti sollecitati dai mille stimoli urbani, la mattina, sulle metro stanche: ottimisti come gli agrumi e ingenui come il frutto che leva di torno tutti i medici.
Al liceo classico studiavamo la differenza tra i significati del termine tempo in greco. C’è il Chronos, il tempo misurabile dall’orologio, lineare, sequenziale. E poi c’è il Kairos, il tempo qualitativamente connotato, il momento perfetto. Il tempo del Kairos è quello dell’arciere che scocca la sua freccia nell’istante esatto per colpire il bersaglio, quell’attimo che rivela il tempo fisiologico delle cose, che non si programma ma si riconosce. Ecco, la nostra illusione è quella di vivere immersi in un Chronos che sollecita, non aspetta, supera, mentre si attende quel momento rivelatorio, in cui tutto sarà chiaro, le corse saranno ripagate e le risposte verranno prese in pugno. I greci, in effetti, lo chiamavano proprio così il momento in cui il frutto giungeva alla fine della sua maturazione: Kairos. Da quando l’adolescenza dura fino ai trent’ anni i fruttivendoli dell’Olimpo pedagogico hanno dovuto riorganizzarsi. Non basta più la divisione tra infanzia e età matura, sorge ora anche il nuovo fragile establishment dei giovani adulti. Una via di mezzo, cioè, che ti fa sentire costantemente in ritardo e in rincorsa con le sue dolciamare contraddizioni: sembra tutto difficile ma è ancora tutto possibile.

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La metro delle 7.23 segna ormai le 7.26 sul suo monitor e alzando gli occhi dallo smartphone si dipana davanti a me una distesa di esseri umani, delle varietà fruttifere più disparate.
Una donna giovane di origini sudamericane, che con la mano destra tiene in braccio il suo figlio più piccolo piangente e con la mano sinistra tiene il passeggino che contiene il più grande, che si guarda in giro incuriosito. Il sole è appena sorto e questa mamma ha già preparato i suoi bambini e li accompagna sulla metro verde di Milano verso chissà dove.
Un po’ più in là c’è un ragazzo alto, magro come un torsolo che scruta il vuoto.  Mi sembra drammaticamente esile, come se il ramo su cui si trova potesse essere spezzato dal vento da un momento all’altro. La sua aria assonnata però, mi suggerisce che non è abituato a svegliarsi così presto: non appena il sole sarà alto, il vento passerà e lui sembrerà più saldo al suo ramo. C’è poi una donna sulla quarantina, un viso luminoso e lucido, i tratti maturi, decisi. Lei parla già al telefono ad una velocità che pensavo impossibile prima delle 8 del mattino, gesticolando con le mani rigogliose di parole. Ha un posto a sedere davanti ma sembra quasi sia convinta che sedersi le faccia perdere tempo. Sembra in ritardo, o, almeno, si comporta come se lo fosse. Dalla sua borsa scorgo l’angolo di una trousse stracolma di oggetti. O sono trucchi o armi per minacciare il suo interlocutore mattutino, penso. La immagino svegliarsi alle 5.30 e seguire la sua schedule: skincare, yoga, colazione, vestimento, truccamento, controllo mail, chiamate di allineamento e si parte verso l’ufficio, già lavorando. Così risparmia tempo, ogni giorno un minuto di più.
Sulla metro delle 7.23 (ora l’orologio segna le 7.27) sale un altro uomo in abito sulla sessantina. Lui pare assorto mentre ascolta qualcosa nelle cuffiette bluetoooth. Ha un viso serio e rugoso quindi suppongo che quel che ascolta meriti altrettanta serietà. Sorrido da sola quando penso che magari sta ascoltando una star da teenage dream – chessò, Taylor Swift – ma il suo aspetto stagionato gli impone di mantenere quell’espressione corrucciata. Sono già le 7.28. Il mio telefono si illumina ancora e la sacra entità di gmail fa capolino. Cavolo! Ho dimenticato di avvisare la mia superiore. Immagino la mia collega, anche lei madre di famiglia: dovrebbe lavorare dalle 9 ma avrà voluto scrivermi per tirarsi avanti. In effetti siamo in ritardo. Non c’è più tempo.
Le 7.29 sfrecciano di fronte alla fermata Sant’Ambrogio – Università Cattolica del Sacro Cuore. Mi viene in mente la mia amica Marta con la quale facevo sempre la strada dalla metro all’università, da quanto non la sento! Le scrivo subito un messaggio, telegrafico, affettuoso, efficace: «ci dobbiamo vedere». Mentre digito so bene che tra i vari impegni, non potrei proporle nessun momento prima di un mese. Però comunque lo faccio, sia per farle sapere che non mi sono dimenticata della nostra amicizia, sia forse per togliermi da dosso un gran senso di colpa. La immagino sulla stessa metro dall’altra parte della città, nella direzione opposta. Ha già scritto le date e gli orari in cui potremo finalmente vederci. Siamo alla mia fermata; 8.00 in punto. Da piccola entravo a scuola a quest’ora. All’epoca pensavo che da grande mi sarei sentita adulta, che avrei avuto tutto sotto controllo e avrei detto ai miei amici che ero molto impegnata. E ora penso che solo una di queste cose è vera – l’ultima! – ma che forse non sono poi così fiera di essere sempre impegnata. O per lo meno non oggi.
Oggi vorrei solo poter assaporare ogni frutto che mi si presenta davanti, ogni grinza, ogni buccia, senza fretta. Mentre scendo dalla metro vengo riportata alla questione: la faccenda dei limoni mi sta stretta. Mi sta talmente stretta che, come vorrebbe il prototipo freudiano della formazione reattiva[2], io vorrei fare qualcosa di opposto di seguire la strada “giusta” e massimizzare il risultato di tutte le mie difficoltà. Freud mi direbbe che come terapeuta dovrei lavorare sui miei meccanismi di difesa, ma sono certa che lui la verde di Milano alle 7.23 non l’ha mai presa. A quest’ora invidio chiunque utilizzasse la carrozza.
Forse, se il caro Sigmund mi guardasse ora dalla sua poltrona, penserebbe che sto accelerando troppo. In terapia i minuti spesi a domandare, ad aspettare, ad approfondire, sono essenziali. Chi li forza raccoglie frutti acerbi. D’altro canto il mondo del giornalismo mi insegna ad essere rapida e scaltra. Porto al polso due orologi che segnano ore diverse, ma mentre ascolto una storia di vita, o scelgo la parola giusta da scrivere, la musica di fondo canta sempre lo stesso ritornello: serve tempo per fiorire.
Cammino veloce sul marciapiede – ho 5 minuti per prendere il treno dalla stazione di Cadorna – e rifletto su come il mio tempo sia spesso non abbastanza ancora prima di iniziare. Devo continuare quel progetto, allenarmi, evolvere, socializzare, tutti i giorni con costanza e dedizione, come mi ha insegnato quel libro di crescita personale. Ma a volte mi sento stanca ancora prima di guardare l’orologio; altre volte invece ho così tante energie che mi chiedo se arriverà mai il momento in cui potrò sporcarmi la bocca con i miei frutti.

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Ci sono poi momenti in cui con quei frutti non sai che farci e vorresti esserteli goduti prima, senza pensare alle conseguenze. Per non dover attendere fino all’età adulta. Per non dover affrontare la scommessa dei limoni. Mi chiedo ancora se sia un problema per qualcuno, se faccia un torto alla mia famiglia, alla mia società, a tutte le donne del mondo, a Paola Cortellesi, se – in fondo – non mi andasse di rischiare. I mandarini poi non aiutano, e ti provocano guardandoti con quell’aria succulenta, proiettandoti in un universo di possibilità, sogni, che ti fanno sperare che, qualsiasi cosa accada, sarai in grado di rimanere te stesso. Quando la disillusione della vita adulta si fa prepotente, i mandarini continuano, ostinati, a procedere verso il futuro, anche quando sono schiacciati da un presente che ci vuole sempre sicuri e performanti. Intanto sotto la scorza loro si fanno, l’un l’altro, l’occhiolino.
Mentre salgo sul treno verso casa, improvvisamente so che non sono più in ritardo. Ora è solo il treno che deve correre sui binari e io sono solo spettatrice. Guardo fuori dal finestrino, e vedo i campi della provincia farsi più ampi. Il colore oro delle distese mi ricorda che sta arrivando l’estate, finalmente. Penso che forse non devo ancora decidere cosa farmene di questi limoni, posso aspettare. L’inverno arriva sempre. E con lui i mandarini, che tanto mi ricordano casa.

 

 

[1] Con il termine Big Four si indicano le quattro principali società multinazionali di revisione e consulenza: Deloitte, EY, KPMG e PwC.
[2] La formazione reattiva è meccanismo di difesa attraverso cui una persona manifesta un comportamento o un atteggiamento opposto rispetto a un desiderio, emozione o impulso che non riesce ad accettare consapevolmente (Freud, 1905).

 


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