“Un’estate in montagna”, di Elizabeth Von Armin

Elizabeth Von Armin
Un’estate in montagna
Bur Rizzoli 2026
pp. 213
€ 13.50

 

Di Elizabeth Von Armin, intellettuale e scrittrice di inizio ‘900, dalla vita cosmopolita e avventurosa, amo la scrittura limpida ed essenziale, lo sguardo ironico e tagliente sulle ipocrisie dell’epoca e soprattutto l’intelligenza. Acuta e fin sorprendente, capace di raggiungere il cuore delle cose con leggerezza.

 Un balsamo sono in questo senso i suoi romanzi, poveri di eventi, ma ricchi di finezza introspettiva e descrittiva di personaggi spesso eccentrici, archetipici dei pregiudizi della società dell’epoca. La critica dell’autrice, attraverso le storie che racconta, si appunta soprattutto sul patriarcato e sulle restrizioni che ne derivano alla libertà delle donne. Che ne escono però sempre vincenti sia per le scelte spiazzanti della trama sia per la capacità di mettere in ridicolo, attraverso osservazioni ironiche e argute, chi detiene il potere triste del sopruso maschile.

In Un’estate in montagna l’ambientazione iniziale non potrebbe essere però più difforme da quella delle storie leggiadre a cui Von Armin ci ha abituato. Siamo nello chalet di montagna dove la protagonista, che scrive in forma diaristica, e che lì ha vissuto anni spensierati, si è rifugiata provenendo da Londra. Si è appena conclusa la prima guerra mondiale e sono avvenuti parallelamente eventi personali drammatici, che non vengono espressamente citati ma che formano una cortina di dolore straniante “Questa mattina mi sono trascinata fin qui dalla valle come una formica malata” (p. 7).

 Seguiamo la protagonista in lunghe passeggiate tra rocce, sentieri boscosi e improvvise radure fiorite: un paesaggio di un lirismo che lenisce la sua anima ferita. E non è solo la compenetrazione empatica con la natura che ne favorisce il distacco progressivo dal dolore ma è anche la frequentazione della vita quotidiana e delle sue faccende prosaiche resa con tratti umoristici tra cui sono indimenticabili le descrizioni del contadino svizzero custode dello chalet che cerca di nascondere con scarso risultato i polli, le mucche e i maiali che ha allevato contravvenendo alla proibizione della proprietaria negli anni della sua assenza.  La vita vissuta nella consuetudine diventa più sopportabile e si colorerà di momenti di spensieratezza inaspettata attraverso l’irrompere dell’imprevisto.

Che si palesa sotto forma di due sorelle persesi sugli impervi sentieri di montagna Indossavano entrambe guanti di capretto neri. Più che mai ho avuto la certezza che in realtà ciò che volevano era un omnibus lungo Oxford Street (p. 64). Sono una coppia di strane turiste, dall’aspetto e dai modi in netto contrasto, che nascondono un segreto che ha gettato su di loro un grave stigma sociale. Le tre donne si studiano, nel soggiorno presso lo chalet dove la proprietaria ha offerto ospitalità, rendendosi conto delle difficoltà anche economiche in cui versano le sorelle entrambe vedove. Ha inizio una singolare partita a tre giocata in un riposizionamento continuo tra modi diversi di intendere l’ospitalità: sussiego e compuntezza nell’ospite più anziana, relazionalità curiosa nella padrona di casa che si avvicina alla più giovane, la quale mostra atteggiamenti più spontanei anche se si riveleranno in realtà in certa misura avventati: i suoi defunti mariti sono entrambe tedeschi.  Pur in una tessitura di confidenze personali e di passeggiate condivise, le distanze tra il mondo libero della protagonista e quello costretto della giovane amica permangono. Emblematica è la posizione delle due donne in tema di amore. Una lo rivendica con autenticità, l’altra se ne distanzia con la naturalezza che la contraddistingue, in un modo però che appare rinunciatario.

Hai mai visto una donna abbandonata dall’amante? Abbattuta e incolore. Niente più luce, niente più vita,..io non approvo l’amore-
Non sarò cauta in amore. Averlo avuto è una cosa meravigliosa. Si rischia la vita.-
(p. 155).

La strana convivenza nello chalet prosegue in un routine rassicurante ma sospesa  finché l’intervento di un deus ex machina non spariglia le intenzioni, come spesso fa la vita. Un bizzarro zio di Elisabeth, anziano pastore della chiesa anglicana, vedovo recente che mal sopporta la solitudine, irrompe sulla scena, per riportare la protagonista a casa e….non intendo certo dire come andrà a finire.
È un finale esilarante e sagace del tipo a cui ci ha abituato l’intelligenza dell’autrice.

Luisella Erlicher


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