Il “mascolino vituperato” nella triste era dei femminicidi
Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop
C’è qualcosa che lascia sconcertati, prima ancora di entrare nel merito filosofico: mentre si fatica ancora, nel 2026, a chiamare femminicidio la strage di oltre cento donne uccise ogni anno in Italia da chi le conosceva, da chi le amava o diceva di amarle, e mentre quella parola viene contestata, derubricata, messa tra virgolette come se nominare il fenomeno fosse già un’esagerazione, c’è chi – come Roberto Vannacci – a proposito di educazione alla parità di genere si fa portavoce di una sorta di “mascolino vituperato”.

Come se il problema reale fosse una presunta persecuzione simbolica della virilità, e non il fatto che ogni due o tre giorni una donna muore per mano di un uomo che non ha imparato, o non ha voluto imparare, a gestire il rifiuto, la fine di una relazione, la propria rabbia. Questa inversione dell’ordine delle priorità non è un dettaglio retorico: è il sintomo esatto del problema che l’educazione emotiva vorrebbe prevenire. Chi si sente vittima di un’aggressione culturale nel momento in cui si propone di insegnare ai bambini a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni sta, involontariamente, confermando quanto quella proposta sia necessaria. Proprio questo, tra le altre cose, ci ha ricordato Gino Cecchettin il 15 settembre a Firenze, presentando il progetto nazionale “Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia”.
Chi si oppone a un percorso strutturato di educazione emotiva fin dalla scuola materna spesso lo fa in nome della “neutralità”: la scuola non dovrebbe fare ideologia, dovrebbe limitarsi a istruire. Ma questa posizione parte da un errore filosofico di fondo. Come già sosteneva Dewey, la scuola non trasmette solo contenuti: forma abitudini di pensiero e di relazione, è essa stessa “vita” prima che preparazione alla vita. Non esiste un’educazione senza messaggio: esiste solo educazione che rende esplicito il proprio messaggio, o che lo lascia agire in silenzio. Foucault ha mostrato come ogni istituzione produca soggetti non attraverso proclami, ma attraverso pratiche quotidiane: un tono di voce, chi viene corretto e per cosa, quali emozioni sono permesse a chi. Dire “non facciamo ideologia” significa semplicemente scegliere di non dichiarare l’ideologia implicita che già agisce nello status quo.
Questo vale in modo particolare per l’ambito emotivo e relazionale. L’educatrice americana Nel Noddings, con la sua etica della cura, ha teorizzato che il compito educativo primario sia costruire la capacità di riconoscere e rispondere ai bisogni emotivi altrui: non un’aggiunta rispetto all’istruzione, ma il terreno su cui ogni relazione non violenta si costruisce. Se la scuola d’infanzia forma già le prime capacità cognitive, è incoerente negare che debba formare anche le prime capacità relazionali.
Aristotele ci offre l’argomento decisivo contro chi obietta che i bambini sono “troppo piccoli per capire”: per lui la virtù non si insegna per editto, si forma per abitudine, attraverso l’esercizio ripetuto fin dall’infanzia, prima ancora della piena comprensione razionale. Aspettare l’adolescenza per parlare di rispetto e parità significa aspettare che i pattern relazionali si siano già sedimentati: è una scelta tardiva travestita da prudenza. E i numeri, purtroppo, dicono che quel ritardo ha un costo altissimo.
C’è poi un punto più radicale, che si può trarre dalla filosofa statunitense Judith Butler: se il genere e i suoi squilibri di potere si costruiscono anche attraverso pratiche ripetute, allora sono modificabili attraverso pratiche diverse, altrettanto precoci. L’obiezione “è innaturale intervenire” cade da sé: l’intervento accade comunque, ogni giorno, nella direzione dominante, quella che produce i cento femminicidi l’anno di cui sopra. La domanda filosofica reale non è se intervenire, ma in quale direzione.
C’è poi un altro modo per smascherare chi si nasconde dietro la parola “neutralità”. Chi dice che la scuola non deve occuparsi di emozioni e relazioni, in realtà una posizione ce l’ha già: pensa che il modo in cui oggi maschi e femmine imparano a gestire rabbia, rifiuto, gelosia e affetto vada bene così com’è, e che non vada toccato. Non è neutralità, è una scelta, solo non dichiarata. E chi, in questo scenario, si preoccupa del “mascolino vituperato” mentre le donne continuano a morire, sta scegliendo di quale ferita occuparsi. Questa scelta dice già tutto quello che c’è da sapere.
Il clima in cui un bambino cresce, il tono con cui gli adulti gli parlano, chi viene invitato a giocare a cosa, quali emozioni si possono mostrare e quali vanno nascoste, è già educazione, che lo si voglia o no. L’unica scelta reale è se costruirlo con consapevolezza o lasciarlo formarsi per abitudine, ripetendo gli stessi squilibri che poi, da adulti, chiamiamo violenza, quando ormai è troppo tardi per chiamarli altrimenti.
Ed è per questo che il discorso sul governo dei sentimenti, l’espressione delle emozioni l’autoregolazione, deve iniziare prima possibile. Il primo ambiente emotivo che un essere umano conosce non è l’aula, è la pancia della madre: il tono delle voci intorno a lei, il suo stato di calma o di stress, il modo in cui viene trattata mentre lo aspetta. Investire nell’educazione emotiva fin da lì non è un’esagerazione né un’ideologia: è riconoscere che il primo mattone della capacità di amare senza distruggere si posa molto prima di quanto siamo disposti ad ammettere, e che ogni giorno di ritardo in cui continuiamo a discutere se sia il caso di occuparcene ha un costo che, oggi, si misura ancora in vite di donne.
– John Dewey, Democracy and Education (1916), trad. it. Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze; Experience and Education (1938), trad. it. Esperienza e educazione, La Nuova Italia, Firenze.
– Michel Foucault, Surveiller et punir: Naissance de la prison (1975), trad. it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino.
– Nel Noddings, Caring: A Feminine Approach to Ethics and Moral Education (1984), University of California Press; The Maternal Factor: Two Paths to Morality (2010), University of California Press.
– Aristotele, Ethica Nicomachea (Etica Nicomachea), in particolare Libro II sulla formazione della virtù per abitudine (ethismós); edizioni it. di riferimento: Laterza, Bompiani, Mondadori (varie traduzioni).
– Judith Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990), trad. it. Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, Roma-Bari.
– John Rawls, A Theory of Justice (1971), trad. it. Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano; Political Liberalism(1993), trad. it. Liberalismo politico, Edizioni di Comunità, Milano (riferimento implicito nel concetto di neutralità liberale).

