A proposito della parola LINK (e della 2° edizione del festival CultureLink)

Di IGOR GUIDA

 

Oggi basta un clic per creare un link. Una parola così familiare da sembrare nata insieme a Internet. Eppure link ha una storia[1] molto più antica della rete: la sua prima attestazione in inglese risale infatti all’inizio del XV secolo, quando indicava un anello o una maglia di una catena, oppure una sezione di corda. L’Oxford Learner’s Dictionary ne riconduce l’origine a hlekkr (anello, maglia), termine del norreno antico, la lingua germanica settentrionale parlata dai popoli scandinavi e dai vichinghi tra il VII e il XV secolo.

Il primo significato di link, dunque, è un oggetto fisico che non esiste per stare da solo, ma è parte di una struttura più grande: la sua funzione dipende dal rapporto con l’anello che viene prima e con quello che viene dopo.

Con il tempo il significato si allarga e, a metà del Cinquecento, link comincia a indicare anche tutto ciò che serve a collegare una cosa o una parte a un’altra. Dalla maglia materiale si passa così al significato figurato: link diventa un nesso, un collegamento, un elemento che mette in relazione. Non riguarda più soltanto gli oggetti, ma anche fatti, idee, persone e situazioni.
È un passaggio importante: la parola conserva la propria origine materiale, ma comincia a raccontare qualcosa di più astratto. In effetti, un collegamento non è necessariamente visibile, può essere un rapporto, una relazione, una continuità.

Nell’Ottocento la parola entra anche nel linguaggio dell’evoluzione attraverso l’espressione missing link, anello mancante, utilizzata per indicare l’ipotetico elemento intermedio capace di colmare una lacuna nella ricostruzione dell’evoluzione.

Bisogna però aspettare il Novecento perché link entri nell’ambito delle telecomunicazioni e, più tardi, dell’informatica. L’uso di link per indicare un collegamento o un mezzo di comunicazione tra due punti è attestato già nel 1911.
La trasformazione decisiva arriva con la storia dell’ipertesto. Nel 1945 Vannevar Bush, nel celebre saggio As We May Think, immagina il Memex, un dispositivo capace di mettere in relazione documenti attraverso percorsi associativi. Negli anni Sessanta Ted Nelson sviluppa il concetto di hypertext e nel 1965 presenta pubblicamente il termine per descrivere una forma di testo non lineare, costituita da materiali interconnessi.
A portare questa idea nella vita quotidiana sarà il World Wide Web (da qui il www che ben conosciamo), il sistema che permette di navigare da un contenuto ad un altro, da un link ad un altro, usando internet. In sostanza, se internet è l’infrastruttura globale di reti interconnesse, il web è uno dei servizi che utilizzano quell’infrastruttura. Dunque, quando tra il 1989 e il 1991 Tim Berners-Lee sviluppa al CERN il sistema che diventerà il Web, nasce anche il concetto di ipertesto: un modo nuovo di organizzare le informazioni, per cui contenuti diversi possono essere messi in relazione attraverso link e non necessariamente con percorsi lineari.

Prima una maglia di metallo; poi un nesso; poi un collegamento tra luoghi e sistemi di comunicazione; infine un punto cliccabile che ci permette di passare da un contenuto all’altro. È la storia sorprendente di una parola il cui significato continua ancora a trasformarsi, ad allargarsi, mantenendo tuttavia intatta la propria origine: qualcosa che mette in relazione.

Guardando il programma della seconda edizione di CultureLink, al via tra pochissimo, è evidente che link non parli soltanto di tecnologia, ma di ciò che accade tra. Tra una persona e un’altra. Tra generazioni. Tra esperienze diverse. Tra un individuo e una comunità. Tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare. E ciò che accade tra genera cultura, cioè una nuova mentalità.

Ecco perché il titolo di questo festival, CultureLink, è legatissimo al titolo della sua 2° edizione, persone. Parlare di persone significa infatti parlare dei legami che le attraversano: delle relazioni che ci fanno crescere, delle comunità a cui apparteniamo, delle solitudini, dei conflitti, delle fragilità, del lavoro, della cura, dei desideri e delle possibilità che si aprono quando torniamo a incontrarci.

In un tempo nel quale siamo continuamente linked – connessi attraverso piattaforme, dispositivi e reti – una domanda si fa radicale: essere connessi significa davvero essere in relazione? Tutti rispondiamo di no, eppure… Eppure tendiamo a sottrarci a tutto quello che un legame personale richiede: tempo, presenza, ascolto, attenzione.

In una parola, un legame non si attiva premendo un pulsante. Perché una persona non è un profilo, un account, un utente, un ruolo; così come una comunità non è semplicemente un insieme di connessioni.

La tecnologia ci ha insegnato ad essere profili linked. Solo noi, oggi, possiamo capire come tornare ad essere persone in relazione.

[1] Cfr. Oxford Learner’s Dictionaries, voce “link”, sezione “Word Origin”.

 


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