Imparare a stare da soli, senza sentirsi soli

©iStock.com/Nadejda Krumova

Di Lucia Ferraro
Laureata in Scienze della Formazione e dell’Educazione

 

Saper stare da soli è una competenza che molti desiderano, ma che pochi imparano davvero. In un’epoca in cui siamo costantemente connessi, la solitudine continua a essere vissuta come qualcosa da evitare. Eppure, stare con se stessi è uno dei presupposti fondamentali del benessere psicologico.
La concezione della solitudine è cambiata molto nei secoli. Un tempo, faceva quasi paura, dover presentarsi al mondo da soli, senza una compagnia. Come per esempio in amore, si aveva l’obbligo sociale e morale, di dover per forza essere affiancati da qualcuno. Non era neppure scontato scegliere questa unione per proprio conto, anzi, più era un’imposizione e più si era sicuri, convinti, in un certo senso, che non svanisse negli anni a venire.
Ora invece, non ci si accontenta più di una compagnia non affine a se stessi. La società odierna, infatti, valorizza maggiormente l’individualità e invita ciascuno a costruire il proprio percorso. Quanto più conosciamo noi stessi, tanto meno la solitudine ci spaventa.
Essere consapevoli di chi siamo, di ciò che desideriamo e di ciò che ci rende unici, può aiutarci ad affrontare con maggiore serenità anche i momenti di solitudine.

Perché stare da soli ci spaventa?
Ma allora, perché la solitudine fa ancora così tanta paura? Cosa ci rende così poco capaci di fidarci delle nostre intuizioni, delle nostre speranze e dei nostri timori, senza avere il bisogno di confrontarci con qualcun altro? Perché ci imponiamo di non poter sperimentare e anche sbagliare mentre non abbiamo nessuno a fianco? Ci affidiamo con naturalezza a un pilota durante un volo o a un medico in un momento delicato, pur sapendo molto poco di loro. Perché, allora, è così difficile concedere la stessa fiducia alle nostre intuizioni quando dobbiamo prendere decisioni importanti?
Queste domande non hanno una risposta unica, ma invitano a riflettere su quanto spesso cerchiamo negli altri la conferma del nostro valore.

Solitudine e isolamento non sono la stessa cosa
A volte, trascorrere del tempo da soli, rende, in un certo senso, l’individuo forte e sicuro di sé, portandolo quasi a vantarsi della propria condizione. A volte, invece, il non aver nessuno col quale condividere qualche emozione o esperienza, e dover affrontare innumerevoli situazioni solo con il proprio essere, fa sentire deboli e fragili. Ormai, non si riesce nemmeno più a distinguere la solitudine dall’isolamento. Sembrano quasi uno la conseguenza dell’altro.
Il turbine di emozioni che contraddistingue queste due condizioni è talmente tanto diverso da essere percepito però, inverosimilmente, quasi in modo identico. Per questo, però, è importante distinguerli, infatti, sebbene vengano spesso confusi, non sono la stessa cosa.
La solitudine è un’esperienza soggettiva: può manifestarsi anche quando siamo circondati da altre persone. L’isolamento, invece, riguarda la scarsità di relazioni o di contatti sociali. Quando la solitudine si prolunga nel tempo può essere accompagnata da emozioni come tristezza, rabbia, senso di esclusione o sfiducia.
Le ricerche di John T. Cacioppo hanno mostrato che la solitudine cronica non incide soltanto sul benessere emotivo, ma può influenzare anche la salute fisica, aumentando lo stress e alterando il modo in cui percepiamo le relazioni con gli altri. Questi sentimenti tendono ad affievolirsi quando si capisce che si può vivere anche senza doversi accontentare, o senza dover pregare per la presenza di qualcuno.                                                                                                     In alcune persone può nascere la convinzione di dover bastare esclusivamente a se stessi, evitando nuove relazioni per paura di essere delusi o rifiutati.
Lo psicoanalista Donald Winnicott descrive la “capacità di essere soli” come una competenza che si sviluppa nel tempo grazie a relazioni affettive sicure. Imparare a stare con se stessi, quindi, non significa rifiutare gli altri, ma sentirsi sufficientemente sicuri da non dipendere costantemente dalla loro presenza.

 Imparare a stare bene con se stessi
Come si può trasformare l’inquietudine che spesso accompagna la conoscenza di sé? Come si può colmare questa sensazione di vuoto? Amore per se stessi, fiducia e capacità di costruire relazioni autentiche rappresentano risorse fondamentali per il benessere psicologico. Amare se stessi significa accettare il proprio carattere, il proprio modo di pensare, il proprio corpo e le proprie imperfezioni, senza rinunciare a migliorare ciò che ci fa stare male.
Creare una routine quotidiana può aiutarci a valorizzare ciò che siamo e le nostre capacità. Assecondare il proprio istinto, imparare a fidarsi delle proprie capacità e non sottovalutarsi sono passi fondamentali per costruire un rapporto più solido con se stessi. Fidarsi di sé non significa credere di avere sempre ragione, ma concedersi la possibilità di sperimentare, sbagliare e crescere.
La psicologa Kristin Neff ha evidenziato come trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà favorisca un rapporto più equilibrato con se stessi. Accettare i propri limiti non significa rinunciare a migliorarsi, ma riconoscere il proprio valore anche nelle imperfezioni.

Educare alla solitudine: un percorso di autonomia emotiva
La capacità di stare soli non nasce improvvisamente nell’età adulta, ma si costruisce fin dall’infanzia attraverso esperienze relazionali significative. Secondo John Bowlby, la possibilità di esplorare il mondo e sviluppare autonomia nasce dall’esperienza di una base sicura rappresentata dalle figure di riferimento. Sentirsi accolti e protetti permette infatti al bambino di acquisire fiducia nelle proprie capacità e, gradualmente, anche nella possibilità di stare con se stesso.
Bambini e adolescenti hanno bisogno di sentirsi accolti e sostenuti, ma anche di poter sperimentare gradualmente autonomia, iniziativa e capacità decisionale. Educare all’autonomia emotiva non significa lasciare un bambino solo ad affrontare le difficoltà, né spingerlo a non avere bisogno degli altri. Al contrario, significa offrirgli una base sicura dalla quale possa esplorare il mondo, imparando progressivamente a riconoscere le proprie emozioni, tollerare la frustrazione e trovare strategie personali per affrontare i momenti di difficoltà.
Nell’adolescenza questo processo diventa ancora più importante: il bisogno di indipendenza cresce, ma può accompagnarsi alla paura del giudizio, del rifiuto o del sentirsi esclusi dal gruppo dei pari.
Aiutare i ragazzi a stare con se stessi permette loro di distinguere il desiderio di autonomia dalla chiusura relazionale, comprendendo che avere bisogno degli altri non è una debolezza e che, allo stesso tempo, la propria identità non dipende esclusivamente dall’approvazione esterna.

Uno spazio per crescere
Il dover scendere a compromessi con il mondo esterno deve fare più paura che imparare a conoscere a fondo se stessi, a sfruttare le proprie risorse e a valorizzare le proprie differenze e unicità. Accogliere ciò che siamo richiede coraggio, ma rappresenta una delle esperienze più importanti della nostra vita. La solitudine, quindi, non dovrebbe essere percepita come un vuoto da riempire ad ogni costo, bensì come uno spazio in cui fermarsi, ascoltarsi e crescere. Quando impariamo a stare bene con noi stessi, anche le relazioni con gli altri diventano più autentiche, perché nascono dal desiderio di condividere la propria vita e non dalla paura di restare soli.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
– Cacioppo, J. T., & Patrick, W. (2008). Loneliness: Human Natureand the Need for Social Connection. W. W. Norton & Company.
– Neff, K. D. (2011). Self-Compassion: The Proven Power of Being Kind to Yourself. William Morrow.
– Winnicott, D. W. (1958). The Capacity to Be Alone. In The Maturational Processes and the Facilitating Environment(1965). Hogarth Press.
– Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books.
– Yalom, I. D. (1980). Existential Psychotherapy. Basic Books.
– Frankl, V. E. (2006). Man’s Search for Meaning. Beacon Press. (Opera originale pubblicata nel 1946).
– Baumeister, R. F., & Leary, M. R. (1995). The Need to Belong: Desire for Interpersonal Attachments as a Fundamental Human Motivation.

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