Se la cooperazione fosse in prima pagina?

© Pedagogika

di Rebecca Conti

Il lavoro cooperativo attraversa ogni giorno i territori, dà forma ai servizi, costruisce risposte ai bisogni delle persone. Eppure, quanto di tutto questo riesce davvero a raggiungere le prime pagine dei giornali e a entrare nel dibattito pubblico? Nel mondo di oggi, in cui un algoritmo propone contenuti sempre nuovi e personalizzati, comunicare è una responsabilità che il Terzo Settore deve esercitare. Ma che cosa dovrebbe cambiare perché il lavoro sociale trovi spazio non solo quando diventa emergenza, eccezione o evento capace di suscitare commozione?

Da queste domande è nato il convegno “Se la cooperazione fosse in prima pagina?”, nell’ambito del festival Culturelink, lo scorso 9 ottobre. A cura della redazione di Pedagogika.it e accreditato come corso formativo sul portale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, l’incontro ha messo in dialogo il mondo della cooperazione e quello dell’informazione, coinvolgendo chi racconta il sociale, chi lo studia e chi opera nelle istituzioni. Il confronto è stato occasione per interrogarsi sulle responsabilità, gli strumenti e i linguaggi necessari a raccontare la complessità sociale. Come sottolinea infatti Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine, nel suo articolo “Da quale giornalismo dissociarsi”, pubblicato sul numero 2/2026 di Pedagogika, anche le parole scelte per narrare fanno la differenza. La sfida è essere comprensibili e accurati, capaci di restituire la verità sostanziale, senza discriminare e distinguendo fatti e giudizi. Ma, a fronte di ciò, viene spontaneo chiedersi: come stanno insieme il rigore giornalistico e il sostegno di una causa?
Abbiamo affrontato queste e altre domande insieme ad Anna Scavuzzo, Vicesindaca del Comune di Milano; Franca Maino, direttrice scientifica di Nessi e Percorsi di secondo Welfare; Maria Piacente, direttrice di Pedagogika e Sergio Splendore, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e docente alla Scuola di giornalismo Walter Tobagi.

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Quando il sociale fatica a trovare spazio nel racconto dei media, interrogare il lavoro di chi fa informazione è il primo passo per comprenderne il funzionamento.
Sergio Splendore parte proprio da qui: «Davanti alla difficoltà di rendere noto l’impatto positivo del mondo del sociale è lecito chiedersi “Chi è il colpevole? È forse il giornalismo a non essere in grado di restituire la complessità del reale?” La domanda giusta da farsi è però, probabilmente: “il giornalismo è mai stato in grado di farlo?”. Riuscire a prendere un pezzo di mondo, decontestualizzarlo e restituirlo su pagina è estremamente difficile, e, come intendeva Eco, tradurre è sempre un po’ tradire. Raccontare il terzo settore è spesso difficile, soprattutto oggi. Nella complessità del mondo che abbiamo davanti infatti, quel che diventa rilevante dipende da noi, da quello che cerchiamo sui nostri cellulari e da dove poniamo la nostra attenzione. Se da un lato i media tradizionali peccavano di poca pluralità di sguardi, dall’altro erano in grado di riunirci attorno ad un’agenda comune. Questo oggi succede molto raramente, siamo davanti ad una frammentazione rilevante delle priorità. Anche per questo, abituati in un mondo in cui tutto è accessibile, è importante sostentare anche economicamente la fonte a cui ci affidiamo per informarci».
Ma, una volta riconosciuta la difficoltà, quale cambiamento concreto può rendere visibile il lavoro sociale? Splendore richiama il valore dell’informazione radicata nei territori:
«Mi è capitato di fare delle interviste semistrutturate a personalità del mondo del terzo settore…in moltissimi casi mi sono trovato a piangere per l’emozione e per l’importanza di questi racconti. Mi sono detto: “come è possibile che non riusciate ad andare in prima pagina?”. Se c’è una cosa che vorrei che i giornali facessero è andare nei luoghi e nei territori dove si fa cooperazione e raccontare il quotidiano, non l’eccezione ma quello che le persone fanno per la cura, per produrre giorno per giorno quei contesti confortevoli accessibili a chi vive in situazioni di disagio. Quelle storie, quando vengono raccontate bene rispettando tutti i crismi del giornalismo normativo, sono storie meravigliose e piene».

Proprio per restituire questa complessità a fronte dei rischi di semplificazione, Franca Maino richiama il ruolo dei dati e della ricerca: «Raccontare attraverso i dati è essenziale non solo per restituire il senso di una storia ma proprio per dare l’idea dell’impatto che il mondo della cooperazione può offrire in termini di welfare. Il dialogo tra ricerca, analisi e lavoro sul campo può dar voce a quel che succede dal basso, nelle comunità e nelle organizzazioni con l’approfondimento necessario. Così creiamo contenuti che hanno la capacità di guardare al futuro, mettendo in relazione pratiche ed esperienze del presente. Inoltre, strumenti come quello del comitato scientifico nelle riviste fanno sì che si possa fare affidamento sui rappresentanti di un mondo eterogeneo di cui si tratta negli articoli: ancora una volta si lavora sulla frontiera guardando al dato e a quello che realmente succede. Nella comunicazione e nell’informazione c’è poi sempre un obiettivo a cui i colleghi giornalisti devono puntare, cioè generare apprendimenti in chi ci legge. Proprio questi apprendimenti sono essenziali per cambiare i contesti».

Il racconto, dunque, non si esaurisce nel dare visibilità a un’esperienza: deve aiutare chi legge a comprenderne il significato e le conseguenze.
Resta però una domanda decisiva, qual è la responsabilità di chi comunica e di chi, invece, è fonte dell’informazione? E come si distingue il racconto di una causa dalla sua promozione? Anna Scavuzzo sottolinea la necessità che il sociale e il pubblico siano riconosciuti prima di tutto dagli addetti ai lavori: «Tutto ciò che ha una dotazione pubblica e che si occupa del sociale ha oggi la preoccupazione di essere visto. Sappiamo infatti quanto sia necessaria un’integrazione tra tutte le  politiche urbane per far sì che si possa davvero realizzare una promozione dell’umano, una valorizzazione delle persone e una capacità di rispondere a tutti i bisogni, non solo quelli che sono richiamati in maniera specifica. Mi chiedo dunque: ci crediamo davvero che ciò che si occupa del sociale e del pubblico possa andare in prima pagina tanto quanto quello che viene considerato mainstream e d’effetto?
Il massimo della notorietà nella mia carriera l’ho raggiunto quando mi sono occupata della vendita dello stadio San Siro, una delle questioni più mediaticamente esposte, ma a ciò mi sono data una risposta positiva: in questo caso l’esposizione mediatica può servirci a portare l’attenzione su temi sui quali altrimenti faremmo molta più fatica. È la stessa cosa che accade con i testimonial: ci sia affida a persone popolari che decidono di sposare alcune cause, ecco, questo strumento, ad esempio, ci permette di bucare»
Il punto, quindi, non è scegliere tra visibilità e rigore, ma capire come tenerli insieme. Quali limiti non dovremmo oltrepassare pur di ottenere attenzione? Scavuzzo insiste sulla responsabilità etica delle scelte comunicative: «In questo contesto è giusto chiedersi anche quale cooperazione vogliamo raccontare. Non vogliamo dare spazio solo a quello che, tra una spolverata di commozione e una raccolta fondi, tutto sommato funziona. La responsabilità di chi comunica include anche il tracciare ogni volta un compromesso tra quello che possiamo mostrare e il limite oltre al quale l’eticità della scelta che facciamo svilisce il motivo per cui la stiamo facendo. Se ci interroghiamo su ciò, però, ci stiamo facendo a mio avviso la domanda giusta perché stiamo decidendo di dare importanza a quel che è pubblico, sociale, educativo, culturale. Il valore infatti non può prescindere dal riconoscimento che noi stessi diamo al racconto di quelle cose: se non lo comunichiamo è come non farlo esistere. Purtroppo non possiamo accontentarci del fatto che il nostro operato abbia valore in sé attendendo che il mondo si accorga di noi».

Dalle voci emerse durante il convegno prende forma una responsabilità condivisa. Ai giornalisti spetta andare neiterritori, scegliere parole accurate, dare voce a chi è invisibile, verificare i dati e restituire i fatti senza appiattirli su stereotipi o facili contrapposizioni. Le organizzazioni e le realtà sociali dovrebbero raccontare il proprio lavoro con consapevolezza, mettendo a disposizione esperienze, approcci diversi, informazioni e mezzi anche economici che consentano di sostenerne la diffusione mediatica. A entrambi è richiesta l’integrità per interrogarsi sui criteri con cui si decide che cosa meriti attenzione collettiva, la capacità di aggiornare i propri stili comunicativi a passo con i tempi e il coraggio di porsi sempre nuove domande.
Volgendo lo sguardo anche ai più recenti fatti di cronaca, le manifestazioni e gli scontri anche violenti che attraversano l’Europa e le città italiane sollevano profondi interrogativi in chi ascolta le notizie. Da dove nasce la responsabilità? quali messaggi passano i media nel racconto dell’emergenza pubblica, delle motivazioni e del malessere di una generazione? E soprattutto: cosa sarebbe successo se avessimo dato più spazio alla voce dei ragazzi e a chi, quotidianamente, si occupa di educazione e della tutela del loro benessere?


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