Ti chiamale se vuoi “educanzoni” – Intervista a F. CAPPA, D. GUIDA, A. VILLA

F. Cappa, D. Guida, A. Villa © Pedagogika

a cura della Redazione

 

Un’emozione che non trova nome. Un ricordo che torna con le prime note di un brano. Una storia che per qualche minuto ci porta dentro la vita di un altro. Musica, arte, teatro e poesia arrivano dove concetti e spiegazioni si fermano. Diventano dispositivi pedagogici quando qualcuno costruisce le condizioni perché quell’incontro accada e lasci traccia.
Il tema è entrato anche nell’agenda pubblica. Il protocollo d’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute, approvato in Conferenza Stato Regioni, apre in Italia alla prescrizione culturale, con il medico di base che indica al paziente un museo, un concerto, un laboratorio teatrale. La cultura viene riconosciuta come fattore di salute. Resta da capire quale spazio avrà l’educazione.
Ne parliamo con i curatori di “Se formasse una sola canzone, canzoniere pedagogico per le nuove generazioni”: Francesco Cappa (professore associato di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca e direttore del Centro Studi Riccardo Massa), Dafne Guida (consulente pedagogica e presidente di Stripes Coop) e Angelo Villa (psicoanalista, saggista e direttore scientifico dei Centri di consulenza psicopedagogica Stripes). Il libro, presentato anche alla seconda edizione di CultureLink, raccoglie trentacinque giovani professionisti della cura che raccontano la canzone che li ha formati.

 

La pedagogia ha privilegiato la parola, la spiegazione, il discorso. Cosa accade quando l’educazione si affida a linguaggi che non spiegano, ma fanno fare esperienza?

Francesco Cappa – La pedagogia ha sempre avuto un rapporto ambivalente con ciò che non si lascia spiegare. Lo ha temuto e ne ha avuto bisogno. Una canzone non trasmette un contenuto. Mette chi ascolta dentro un’esperienza, con un tempo, un ritmo, un corpo coinvolto. È un dispositivo nel senso proprio del termine, una struttura materiale che orienta e trasforma prima ancora di essere compresa.

Dafne Guida – Lo dico da chi ha passato la vita tra corsi di formazione, supervisioni, aule piene di operatori. Un libro convince la testa. Una lezione organizza e mette ordine. Una canzone arriva sottopelle. Il ritmo precede il significato, il corpo riconosce una cadenza prima di capire una parola. Nei piani formativi delle cooperative esistono indicatori, obiettivi, output misurabili. Nessuno ha trovato il modo di mettere a bilancio un ritornello ascoltato a sedici anni, in macchina, da soli. Eppure quel ritornello forma più di tre giornate d’aula.

Angelo Villa – La spiegazione arriva sempre dopo. Quando arriva. Chi educa tende a usarla per chiudere ciò che l’esperienza ha aperto. Il linguaggio espressivo lascia aperto. E ciò che resta aperto continua a lavorare. Poiché il lavoro è, se così si può dire, la risposta, vale a dire, la non risposta, cioè la costruzione di un discorso.

 

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Quando una persona si esprime con una canzone, un’immagine, un gesto, cosa si muove in lei e nella relazione con chi ascolta?

A. Villa – Una canzone scelta non è mai neutra. Dice del soggetto qualcosa che il soggetto non saprebbe dire in modo diretto. Lo dice di lato, per interposta voce.  O più ancora suono. Prima ancora delle parole.  Arriva dritta all’inconscio. È vicina all’intimità di ciascuno e nel contempo è un velo. Chi prova a dire attraverso una canzone si espone e insieme si protegge. Quel velo permette di avvicinarsi a ciò che, affrontato di fronte, resterebbe intollerabile. O anche poco dicibile, al limite stesso della rappresentazione verbale.

D. Guida – Nel libro lo abbiamo visto accadere trentacinque volte. Ventenni e trentenni che secondo lo stereotipo vivono di reel e playlist usa e getta hanno portato Radiohead, Battisti, Nirvana, Tedua, i Subsonica. Nessuno ha scelto per gusto. Ognuno ha scelto un passaggio della propria vita. Una rabbia esplosa prima di diventare consapevolezza. Una formazione senza punto di arrivo, fatta di tappe. La canzone ha reso dicibile ciò che nessun colloquio di selezione avrebbe intercettato. Ignorare la musica delle persone significa lavorare su una sagoma, non su una persona.

F. Cappa – La relazione cambia di segno. Chi ascolta non valuta più una risposta. Riceve l’esperienza di un altro e si ritrova dentro la propria. La canzone diventa un terzo tra educatore ed educando, un oggetto comune su cui entrambi lavorano. Educare significa anche accogliere ciò che nell’altro non è ancora visibile o dicibile. Cosa chiede all’educatore la rinuncia a cercare subito una spiegazione?

D. Guida – Chiede di costruire un luogo prima di pretendere un risultato. La mia canzone nel libro è Our House di Crosby, Stills, Nash & Young. Un brano quieto, domestico, senza nulla di epico. La suonavo al pianoforte da ragazza, stanca di ripetere Bach e Beethoven, in cerca di una voce mia. Oggi la leggo come un’idea di professione. Il lavoro educativo consiste nel ricostruire ogni mattina un setting di pace, in un nido, in una scuola, in un servizio, perché da lì emerga il meglio di chi lo abita. Quel setting non è gratuito. Va costruito, protetto, difeso. Rinunciare alla spiegazione immediata non è passività. È una forma di cura che richiede struttura, tempo, presenza.

A. Villa – Chiede di sopportare il non sapere. È la competenza più difficile, perché la domanda di sapere arriva da ogni parte, dalle famiglie, dalle istituzioni, dall’educatore stesso. Come la ricerca di una certezza. Ma restare in ascolto senza la fretta di riempire    di immaginarie cognizioni lascia all’altro il tempo di arrivare alla propria parola.

F. Cappa – Chiede anche di riconoscere che l’educatore ha la sua canzone. Nessuno educa da una posizione neutra. Il canzoniere nasce da qui. Prima di chiedere agli altri, abbiamo chiesto a chi lavora nella cura di guardare la propria storia di formazione. Il protocollo tra Cultura e Salute apre alla prescrizione culturale. Cosa guadagna e cosa rischia l’educazione quando l’arte entra nel sistema pubblico dalla porta della sanità?

D. Guida – Riconosco il merito. Per anni chi lavora nel welfare ha sostenuto che la cultura non è un lusso per chi ha tempo libero. L’OMS lo ha scritto nel 2019. Esperienze come Sciroppo di teatro in Emilia Romagna o i musei toscani per l’Alzheimer lo dimostrano sul campo. Ora lo scrivono due ministeri. È un passo serio. Il rischio sta nella grammatica che accompagna la porta d’ingresso. La sanità ragiona per diagnosi, dose, esito. Una canzone trattata come un farmaco perde ciò che la rende formativa, l’imprevisto. Propongo di allargare il campo. Accanto alla ricetta serve una progettualità pedagogica, con medici, educatori, scuole, biblioteche e cooperative allo stesso tavolo. I servizi educativi lavorano con i linguaggi espressivi da decenni, nei nidi, nei centri di aggregazione, nelle comunità. Sanno accompagnare. C’è poi la questione delle disuguaglianze. La diffusione di queste esperienze è a macchia di leopardo e non tutti i comuni hanno una biblioteca. Una ricetta senza un luogo dove andare resta un foglio.

A.Villa – La parola stessa merita attenzione. Prescrivere significa scrivere prima, decidere in anticipo cosa gioverà all’altro, sapere per lui, al suo posto. L’esperienza estetica funziona al contrario. Accade quando il soggetto incontra qualcosa che non si aspettava. Il medico indica la soglia. Attraversarla spetta al soggetto. Una canzone non si prescrive. Si offre.

F. Cappa – Dal punto di vista pedagogico la domanda è chi accompagna dopo. Un’esperienza diventa formativa quando qualcuno la riprende, la narra, la mette in forma insieme a chi l’ha vissuta. Senza questa mediazione la prescrizione rischia di diventare consumo culturale con ricevuta.

 

Quali condizioni servono perché un linguaggio espressivo diventi dispositivo pedagogico nei servizi, nelle scuole, nelle comunità, e non resti intrattenimento?

D. Guida – Serve il coraggio di non usarlo come veicolo di un messaggio. Quando una canzone nasce con un obiettivo dichiarato perde la densità che la rende formativa. La didascalia toglie complessità. E la complessità educa. De André non scriveva manuali di educazione civica, eppure ha formato generazioni intere. Le condizioni sono altre. Un tempo protetto dentro il cuore del lavoro, non in un’ora aggiuntiva o in un progetto facoltativo. Un’organizzazione che riconosce l’ascolto profondo come competenza professionale, da coltivare. Una casa tenuta aperta oltre i confini del singolo servizio, tra scuola, famiglia, territorio. Resta poi una questione che chi dirige una cooperativa conosce bene. Bandi e accordi quadro chiedono risultati misurabili in tempi prestabiliti. La trasformazione ha tempi lunghi, deviazioni, ritorni improvvisi. La sfida dei prossimi anni sta nel tenere insieme queste due velocità. CultureLink nasce anche per questo, perché innovazione sociale, cultura e formazione sono la stessa cosa vista da tre angolazioni.

F. Cappa – Serve un dopo. Senza un lavoro di rielaborazione la canzone resta un bel momento e nulla più. Con quel lavoro diventa memoria condivisa, e una comunità educante si riconosce anche dalle canzoni che sa ascoltare insieme


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