La persecuzione anticristiana che pochi raccontano

Di CRISTIAN NANI
Direttore della Fondazione Porte Aperte ETS[1]

 

Ogni fenomeno razzistico sembra faticare a irrompere nel dibattito pubblico per una varietà di resistenze (culturali, sociali, politiche, ecc.). Quando poi fa breccia nelle maglie della comunicazione pubblica, le narrazioni che accompagnano i fenomeni di intolleranza appaiono spesso distorte, semplificate o fortemente politicizzate, fungendo da filtro banalizzante o assolutizzante che non favorisce una discussione matura, sistemica e consapevole.
Tuttavia, il fenomeno della persecuzione delle minoranze cristiane coinvolge oltre 388 milioni di persone nel mondo, un dato che dovrebbe allarmare chiunque, eppure si riconosce se non un’assenza totale nei media (comprendendo ovviamente i social media), una presenza sporadica e superficiale.
Prima di tutto diamo un’occhiata al fenomeno in sé, quantifichiamolo per capirne l’entità.

 

La persecuzione anticristiana: un fenomeno in costante aumento
È importante dire due parole su chi nel contesto internazionale e italiano ha fotografato in numeri e storie il fenomeno, al fine di far comprendere ai lettori che ciò di cui si parla, senza timore di errore, ha fondamenti solidi per essere incluso nell’alveo dei razzismi. Da 33 anni la Fondazione Porte Aperte (conosciuta come Open Doors a livello internazionale) si è specializzata nella realizzazione della World Watch List, il rapporto sulla libertà religiosa dei cristiani nel mondo. Ma sono più di 70 anni che la nostra agenzia lavora sul campo portando un sostegno pratico ai cristiani perseguitati in oltre 70 paesi, ed è grazie a questa esperienza di aiuto concreto alle persone che Porte Aperte è stata in grado di creare reti locali divenute una componente unica ed essenziale della ricerca sul campo; a queste reti si aggiungono ricercatori nazionali, esperti esterni, e il nostro team di analisti che combina tutti i dati raccolti per redigere il report convergente nella mappa della persecuzione. Stiamo parlando di un totale di circa 4.000 persone coinvolte e la produzione di 2.500 pagine di report ogni anno.

La World Watch List 2026, che prende in esame il periodo dall’1 novembre 2024 al 31 ottobre 2025, conferma che siamo nuovamente di fronte a un anno record di intolleranza anticristiana, con il più alto livello di persecuzione in termini assoluti da quando pubblichiamo la nostra ricerca. Vale la pena sottolineare che tutti i nostri dati seguono una scelta metodologica conservativa, ossia vanno considerati dati da cui partire, poiché il fenomeno è sicuramente superiore. Inoltre, si riferiscono a persone vittime di odio direttamente connesso alla loro scelta di fede, quindi si propongono di fotografare le violazioni dirette della loro libertà religiosa analizzando 5 sfere della vita, che nella fattispecie sono: la vita privata, la vita in famiglia, la vita in comunità, la vita nazionale e la vita in chiesa. Il sesto ambito di ricerca è la violenza, ossia tutti quegli eventi violenti che colpiscono trasversalmente le 5 sfere della vita del singolo (una, più o tutte) e che per loro natura, sono più evidenti e misurabili. A titolo esemplificativo, un attacco a una chiesa che uccide 2 persone e ne ferisce 10, è misurabile (ovviamente la reperibilità di informazioni in contesti africani o asiatici rurali, poi, è un altro tema, da cui l’essenzialità di avere reti locali); mentre la pressione, altra dinamica cruciale analizzata dalla nostra ricerca, è fatta di un mix di soprusi, abusi, marginalizzazione e violazione dei diritti fondamentali capace di rendere la vita impossibile al soggetto.
Fatta questa premessa metodologica, salgono da 380 a 388 milioni i cristiani nel mondo che non godono appieno del diritto fondamentale di credere in ciò che vogliono, di cui 201 milioni sono donne o bambine: globalmente 1 cristiano su 7 è colpito da questo fenomeno. Oltre a questo, è importante segnalare che, rispetto all’anno precedente, salgono da 13 a 15 i paesi che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile estremo (le prime 15 posizioni segnalate in rosso nella mappa). Di seguito alcune cifre che possono dare una dimensione del fenomeno, che ricordiamo riguardano persone colpite a causa della loro fede, non per altre ragioni:

  • il numero di cristiani uccisi è 4.849
  • il numero di chiese o proprietà cristiane pubbliche attaccate con diversi gradi di gravità è 632
  • il numero di cristiani detenuti e/o condannati anche senza processo è 712
  • il numero di cristiani rapiti è diminuito: 302
  • il numero di attacchi a case, negozi e attività di cristiani è 25.794
  • il numero di cristiani che hanno subito abusi fisici o mentali (comprese percosse e minacce di morte) è 67.843. Questo dato non include l’alto livello di insicurezza e paura causato dal flusso incessante di attacchi contro i cristiani e le comunità cristiane da parte di estremisti islamici e altri gruppi religiosi radicali in molti paesi subsahariani e asiatici.
  • Seppur complessissimo da misurare, stimiamo inoltre che il numero di cristiani forzati a lasciare le proprie case come sfollati interni o come profughi in altri paesi sia salito a circa 000.

 

Un silenzio assordante
Secondo alcune analisi sui contenuti offerti, in effetti giornali e televisioni (quindi media più tradizionali) tendono a dare una copertura sporadica al tema della persecuzione anticristiana, pur riconoscendone alcuni la gravità. Si registra un trend diverso invece nei social media, i quali tuttavia sembrano obbedire a ondate di hype scorporate da una analisi sistematica del fenomeno. A cosa poi rispondano gli algoritmi che dominano queste tecnologie è materia estranea a questa analisi, ma vale una fugace citazione: essi sono dominati da tutt’altre dinamiche che i diritti umani essenziali come la libertà religiosa.
È altresì evidente che, in media tradizionali e non, altre forme di discriminazioni trovino enormemente più spazio rispetto alla persecuzione dei cristiani, pur magari non coinvolgendo centinaia di milioni di individui. Volendo essere provocatori, diremmo che vi è più coscienza del pericolo che corrono i panda (1900-2000 esemplari in vita) rispetto ai cristiani; o che immagini di maltrattamenti contro cani e gatti creino più hype rispetto a chiese date alle fiamme.
Se poi un media vi dedica un approfondimento, l’attenzione dell’audience non giustifica ulteriori investimenti e spesso rimane confinata al mondo cristiano. È come se la percezione diffusa fosse che non sia un problema reale o attuale. Nell’immaginario collettivo, alimentato proprio da una scarsa informazione, la persecuzione dei cristiani infatti viene spesso associata ai martiri dei primi secoli, come se fosse un fenomeno del passato, oggi estinto. In realtà, anche altri studi esterni a quelli di Porte Aperte ricordano che il Novecento e gli anni recenti hanno registrato più vittime cristiane che tutti i secoli precedenti messi insieme.

 

La libertà religiosa, un diritto orfano
La libertà religiosa è un diritto orfano della Dichiarazione Universale dei diritti umani, pur essendo – secondo esperti di diritti umani – la libertà madre di tutte le libertà umane.
La Dichiarazione Universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, denominata la magna carta delle libertà individuali (siglata nel dicembre 1948 da 48 paesi, ma oggi formalmente riconosciuta dai 193 paesi che compongono le Nazioni Unite), recita all’articolo 18: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti».
Perché nei circoli internazionali di esperti di diritti umani la si definisce un diritto orfano? Perché dopo poco meno di 80 anni dalla sua redazione, la libertà religiosa nel suo articolo 18 è priva delle convenzioni necessarie affinché venga applicato. Lo spiego meglio: la gran parte degli esseri umani non è libera di credere in ciò che vuole e in svariati decenni non si è riuscito a fare molto in questo campo. Eppure, lo ripeto, questa è una libertà madre, da cui derivano le altre libertà di pensiero, di parola, di riunione e di associazione, per le quali invece abbiamo combattuto.
In quasi 80 anni come umanità abbiamo lavorato alacremente perché il commercio diventasse globale, perché io potessi bermi una coca cola in India o in un paese remoto dell’Africa, che io potessi avere copertura internet in zone sperdute del Sud America o dell’Asia Centrale. Per fare ciò abbiamo immaginato, pensato, organizzato e realizzato ambiziosissimi piani strategici, enormi investimenti globali, ma poco o niente di tutto questo per dare libertà di fede e di credo alle persone. Ovviamente, a scanso di equivoci, vale la pena specificare che la libertà di religione o di credo richiede la protezione dei diritti degli individui, non la protezione delle religioni stesse. Il focus non è la religione musulmana, cristiana, l’ateismo di stato cinese: il focus è la libertà dell’essere umano. E questa non è negoziabile! Ragion per cui questa forma di razzismo, oggi, è una delle violazioni dei diritti umani più diffusa al mondo, dovuta oltre che a regimi autoritari, estremismo jihadista o nazionalismo etnico-religioso, anche a indifferenza calcolata e codardia istituzionalizzata nel vedersi immersi in una situazione geopolitica complessa, di fronte alla quale questa libertà fondamentale non appare prioritaria. Ma quando esattamente, la geopolitica mondiale sarà mai lineare?

 

Una forma di “autocensura culturale”
Alcuni osservatori rilevano che, poiché il cristianesimo è percepito come religione “maggioritaria” in Occidente, denunciarne la persecuzione globale non risponde a una narrativa vittimaria considerata più spendibile mediaticamente. Di conseguenza, i cristiani perseguitati non rientrano facilmente nelle categorie sociali che i media sono abituati a raccontare come vulnerabili. L’errore sociologico alla base è lapalissiano: il baricentro del cristianesimo mondiale non è più in Occidente da tempo, anzi la fede cristiana in Occidente decade, o al massimo è stabile grazie all’immigrazione: è il cosiddetto “sud del mondo” a catalizzare il movimento cristiano maggiore ed è proprio nel sud del mondo che le violazioni della libertà dei cristiani sono enormi, che cioè questo antico e nuovo razzismo ha la sua acme. L’intero processo di secolarizzazione della società italiana ha poi svolto un suo preciso ruolo nel silenziare questo razzismo. Gli scandali di abusi di vario tipo in seno al mondo cattolico hanno generato una generica avversione alla cristianità, pur essendo essa ben più ampia della sola confessione cattolico-romana. Ovviamente tale crescente avversione – o se non avversione, apatia, per ciò che è religioso – ha colpito l’Occidente tutto nelle ultime decadi, anche se una inversione di tendenza si registra soprattutto nel post covid (mi riferisco a una rinnovata ricerca di spiritualità, non necessariamente cristiana).

 

Alcune azioni possibili
Porte Aperte porta avanti da anni un’azione di patrocinio presso le istituzioni nazionali e internazionali, per cui ha formulato precise raccomandazioni presentate anche al governo italiano. Di seguito riportiamo quelle più generali, tralasciando quelle relative a paesi specifici: promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; promuovere l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli, dai diplomatici al personale delle questure, per prevenire discriminazioni; promuovere la collaborazione con attori religiosi cristiani locali in contesti di violazione della libertà religiosa, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni.

 

In conclusione
La persecuzione dei cristiani fatica a emergere nei media e nell’opinione pubblica italiana per una combinazione di fattori: scarso interesse mediatico e selezione delle notizie orientata ad altre priorità; il fatto che la libertà religiosa rimanga globalmente un diritto orfano; la percezione errata che si tratti di un fenomeno storico, non attuale, con annessa difficoltà culturale a riconoscere i cristiani come minoranza perseguitata. Infine, la complessità geopolitica e la progressiva secolarizzazione della società.
Ma i dati parlano chiaro.

 

[1] La Fondazione Porte Aperte è un’organizzazione internazionale dal 1955 impegnata a fornire supporto ai cristiani perseguitati a causa della propria fede. Dal 1993 la Fondazione redige la World Watch List, il rapporto annuale sulla libertà religiosa dei cristiani nel mondo: l’edizione 2026 è stata presentata in Senato in un’apposita conferenza.
IMMAGINI © Fondazione Porte Aperte ETS

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