Siamo più cattivi? Intervista a Chiara Volpato
Chiara Volpato è psicologa e professoressa senior di Psicologia Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Ha una laurea in Lettere, una in Psicologia, un diploma di Perfezionamento in Metodologia della Ricerca Filosofica e in Filosofia delle Scienze e un dottorato in Psicologia Sociale e della Personalità, con periodi di ricerca e insegnamento all’estero, tra cui all’Università di Losanna e Université Paris Descartes.
I suoi interessi di ricerca includono le relazioni intergruppi, la disuguaglianza, gli stereotipi, il sessismo e l’analisi psicosociale di testi storici.
È autrice di opere fondamentali come Deumanizzazione. Come si legittima la violenza (Laterza, 2011), Psicosociologia del maschilismo (Laterza, 2013; ed. aggiornata 2022), Le radici psicologiche della disuguaglianza (Laterza, 2019) e, più recentemente, Raccontare le molestie sessuali. Un’indagine empirica (Rosenberg & Sellier, 2023).
Ha ricevuto diversi riconoscimenti per l’impegno nella diffusione della psicologia sociale, tra cui il premio della Sezione di Psicologia Sociale dell’Associazione Italiana di Psicologia per attività divulgativa e impatto sociale; è attualmente membro del comitato scientifico della Fondazione Giulia Cecchettin.
Professoressa Volpato, cos’ è la deumanizzazione e dove si annida?
Deumanizzare significa pensare l’altro come “meno umano” di noi, collocandolo quindi in una posizione di inferiorità. Le forme di deumanizzazione sono tante. Esiste l’animalizzazione: chiamare l’altro con il nome di un animale, ad esempio un cane, implica che sia privo di razionalità, dominato dagli istinti e incolto. Poi c’è la demonizzazione, in cui la persona viene collocata paradossalmente “più in alto”, ma in senso negativo: l’altro diventa un mostro, un diavolo, un terrorista. Questo lo rende pericoloso ai nostri occhi e finisce per legittimare la violenza nei suoi confronti, anche al di fuori delle norme sociali e giuridiche.
La deumanizzazione si annida così nelle manifestazioni più esplicite, ma anche in quelle apparentemente innocue. È presente nei mezzi di comunicazione, nelle istituzioni, nelle modalità con cui si esercita violenza su determinati gruppi. È centrale nei conflitti: li precede, li accompagna e soprattutto li giustifica.
Esistono poi forme più sottili e insidiose che fanno parte della nostra quotidianità: come il categorizzare l’altro come incapace di provare emozioni complesse o dolori simili ai nostri. Questa rappresentazione fa sì che le sfumature emotive più “alte” vengano riservate al nostro gruppo di appartenenza. Un esempio evidente in questo senso è l’oggettivizzazione sessuale delle donne, storicamente considerate meno razionali degli uomini.
Si tratta di processi di pensiero e comportamenti latenti, pervasivi nella nostra cultura, in cui viviamo immersi spesso senza rendercene conto.
In che modo i media aumentano o riducono l’attenzione verso ciò che accade nel mondo? Secondo lei siamo dipendenti da quel che ci mostrano?
I media giocano un ruolo centrale nello stabilire cosa importa e cosa no, e ciò viene reso possibile attraverso il meccanismo dell’agenda setting. Lo abbiamo visto chiaramente con Gaza, per molto tempo le violenze non sono state rese invisibili. Poi, grazie a manifestazioni e mobilitazioni popolari, sono entrate nel discorso pubblico, anche in modo molto intenso, ma solo per un periodo limitato. Proprio stamattina, infatti, sentivo che stanno continuano a morire dei bambini per il freddo sulla striscia, ma sembra non interessare più a nessuno. Decidere che cosa apparirà in prima pagina incide in maniera decisiva sulle notizie che le persone ascoltano e sul modo in cui percepiamo e riflettiamo sugli eventi del mondo.
Come scegliamo le battaglie da combattere, come esseri umani?
Credo che le scegliamo quando ci sentiamo coinvolti, sia razionalmente sia emotivamente. Questo accade quando percepiamo le vittime simili a noi, come appartenenti allo stesso gruppo umano. Ma la medaglia ha anche una faccia più oscura. Uno dei problemi centrali dei conflitti è infatti proprio l’empatia selettiva: proviamo empatia per il nostro gruppo, ma non succede allo stesso modo per chi percepiamo come diverso. Il libro Empatia Selettiva di Roberto De Vogli[1], che ho letto volentieri, guarda in faccia a questo meccanismo brutale e si chiede: perché proviamo empatia nei confronti di un certo gruppo in un certo momento storico e non verso altri?
Tornando poi alla comunicazione, ci sono volte in cui anche solo un contenuto può suscitare un effetto di indignazione su un fatto. Mi ricordo quando è stata pubblicata quella foto – tristemente famosa – del bambino senza vita sulla spiaggia, da cui si è generata un’ondata di empatia nei confronti dei migranti che morivano in mare. Ci sono sicuramente anche aspetti retorici legati alla comunicazione – aspetti che io stessa conosco meno – che fanno in modo che anche la nostra percezione di quel che accade sia plasmata, amplificata o ridotta.
Dopo la Seconda guerra mondiale sembrava in qualche senso che le basi dell’uguaglianza e della Pace fossero state ridisegnate, almeno in Europa… sta cambiando qualcosa secondo lei? Il fatto che siano passati tanti anni dalla Seconda guerra mondiale ha affievolito l’attenzione nei confronti di certi fenomeni e ne ha sottolineati altri. In questo senso, Thomas Piketty parla dei “30 anni gloriosi” del dopoguerra caratterizzati da una serie di azioni di diminuzione delle diseguaglianze in Italia e nel mondo e, aggiungo io, anche da una maggiore attenzione ai diritti umani e alla ricerca di strumenti per sostituire la violenza nelle relazioni internazionali.
L’ONU è diventata un caposaldo importante, così come tutte le organizzazioni non governative. Con l’allontanarsi dalla guerra, però, questo impulso si è progressivamente indebolito. A partire dagli anni Ottanta, con i governi Reagan e Thatcher[2], si è affermato un modello che si è diffuso globalmente. Arriviamo oggi ad una situazione in cui i diritti umani sembrano davvero sostituiti dalla legge del più forte.
Io temo che perlomeno per l’occidente aver dimenticato c’entri: sono passate le generazioni, non ci sono più i testimoni diretti, e abbiamo davanti un tema di perdita della memoria storica.
Guardando i telegiornali, sembra che il limite di dove il male può arrivare si sia alzato sempre di più. Siamo più cattivi di un tempo?
Non saprei, credo che questa sia la risposta più onesta. È molto difficile fare confronti storici affidabili. Non sappiamo in effetti quanto fossero violenti i gruppi umani della preistoria e di migliaia di anni fa, né abbiamo strumenti per misurarlo.
In letteratura esiste però un interessante dibattito a riguardo, con persone che sostengono le due tesi contrastanti.
Ci sono degli storici che dichiarano che il 900 è stato il secolo più violento della storia, cosa per certi versi vera per il numero di morti; tuttavia, bisogna considerare questo dato in proporzione alla popolazione di quel momento. Altri intellettuali, come Steven Pinker, affermano che la violenza complessiva sta diminuendo e portano dati a sostegno di ciò. C’è tutto un discorso, ripeto, di misurabilità e visibilità di certi fenomeni che rende complesso avere un’idea chiara a riguardo. Consideriamo il tema dei femminicidi, per i quali sappiamo che negli ultimi anni in Italia i numeri sono tristemente stabili. Noi non possediamo i numeri, ad esempio, del 1700, e ogni potenziale dato concreto va calato nella cultura di riferimento: allora era molto più accettabile una morte di una donna per uccisione rispetto a quanto lo sia adesso.
È certo però che oggi i media rendono l’aggressività e la violenza molto più visibili. Non sappiamo se la nostra percezione sia distorta o realistica, ma sappiamo che tutti i fattori ambientali, e quindi anche l’esposizione ai media, contano.
Negli Stati Uniti, alcune ricerche interessanti sulla concentrazione territoriale di serial killer hanno mostrato che in contesti dove la violenza è più legittimata – attraverso linguaggio, i programmi tv e la militarizzazione delle strade – si crea un clima che può incoraggiare soggetti già patologici a passare all’azione. È un esempio che ben ci spiega come l’influenza tra violenza e contesto sia complessa e reciproca.
La diversità fa parte dell’essere umano, e di diversità siamo circondati. Siamo capaci, come esseri umani, di accoglierla?
Nel mio libro Deumanizzazione inizio un’analisi partendo dall’uomo di Neanderthal. La presenza di geni neanderthaliani nel nostro DNA dimostra che, fin dalla preistoria, ci sono stati incontri e unioni tra gruppi diversi. Anche dando uno sguardo alla storia, ci accorgiamo che tutte le grandi civiltà sono nate dal contatto tra diversità. Le città più floride, economicamente e culturalmente, erano luoghi di scambio di risorse e di incontro col diverso: Alessandria d’Egitto, Costantinopoli, Roma.
L’essere umano è dunque intrinsecamente altruista: senza altruismo non potremmo costruire insieme, allevare i bambini e, in definitiva, ci saremmo estinti molto presto.
Se le civiltà che hanno accolto e accettato la diversità sono durate più a lungo; quelle basate solo sulla violenza e lo sterminio, come l’impero mongolo, sono state effimere.
Credo quindi che sebbene la violenza e l’aggressività rappresentino una parte della natura umana, abbiamo un ampio margine d’azione per costruire condizioni storiche e sociali che favoriscano l’accoglienza.
Secondo lei, noi giovani cresciuti nella diversità, siamo effettivamente più abituati a contemplarla? C’è una differenza generazionale?
Penso di sì. Credo che i giovani siano così abituati a viaggiare, a pensare al futuro e alla percezione positiva della diversità che faccio fatica ad immaginarli aderire a discorsi di chiusura e regressione.
Soprattutto alla luce delle pulsioni che tendono a disgregare l’Europa e in generale a fronte del periodo così difficile come quello in cui ci troviamo oggi, sono molto fiduciosa sul fatto che i ragazzi e le ragazze possano porsi in contrapposizione a questo sentire.
Ogni fase storica ha poi le sue difficoltà. Quando ero giovane io c’era la guerra in Vietnam e anche allora sentivamo un forte legame con i ragazzi dall’altra parte del mondo che rischiavano la vita. Oggi questo sentimento è forse più individuale, ma sono più che convinta che esista ancora, e si manifesta in molti modi: dalla forte attenzione ai diritti umani alla preoccupazione sulle emergenze ambientali.
Probabilmente, più che di generazione, è anche una questione anagrafica. I vent’anni, si sa, sono un’età di maggiore apertura di orizzonti e possibilità, un aspetto di personalità che tende a ridursi e stabilizzarsi col passare del tempo.
Da studiosa e ricercatrice dell’esperienza umana, legge nell’attualità dinamiche e meccanismi che riconosce nei suoi studi?
Ci sono sicuramente alcune cose che mi hanno molto colpito. Da un punto di vista relazionale, per restare nelle nell’ambito del genere, sono notevoli i nuovi movimenti maschilisti “INCEL”[3], o, più in generale, i gruppi non organizzati che difendono lo stereotipo della mascolinità tossica. Mi hanno colpito proprio perché sono forme di arroccamento su posizioni che si sperava fossero superate, anche se superate non sono. In un’ottica più sistemica, invece, sono tristemente sbalorditivi gli ultimi sviluppi della politica internazionale: un esempio lampante è quella dichiarazione di Trump che durante un’intervista alla Casabianca ha descritto i migranti provenienti dalla Somalia come “persone da paesi di merda”.
L’uso di espressioni come questa, o di metafore biologiche e igieniche come “malattia” o “cancro” per riferirsi a persone o gruppi sociali, rientra in forme di biologizzazione del discorso sull’altro. Questo tipo di linguaggio era presente anche in testi come il Mein?Kampf[4].
Il fatto che simili espressioni vengano pronunciate da chi detiene potere politico è un segnale gravissimo, perché contribuisce a creare un clima che legittima l’esclusione e la violenza sia simbolica che reale. È come un segnale di “liberi tutti”.
Un altro esempio che mi ha impressionata è il passaggio dal “Dipartimento della Difesa” al “Dipartimento della Guerra”, misura adottata dall’amministrazione Trump.
Non si tratta solo di parole: è un atto che rende accettabili una serie di comportamenti. L’aggressione al Venezuela si appoggia proprio su questo clima di annullamento delle norme morali e giuridiche, un agito talmente assurdo che sembra quasi una pulsione di autodistruzione. A riguardo mi viene in mente il libro di Anna Foa che ha parlato di Suicidio di Israele[5]: alcune politiche diventano impossibili da sostenere.
A CURA DI REBECCA CONTI
[1] Roberto De Vogli, Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza, Milano, Feltrinelli, 2024.
[2] Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti (1981–1989), e Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito (1979–1990), sono stati i principali interpreti politici del neoliberismo negli anni Ottanta.
[3] Incel: comunità online di uomini che si definiscono “celibi involontari”.
[4] Il Mein?Kampf è il celebre testo di Adolf Hitler (1925–1926) che combina autobiografia e manifesto politico, esponendo le idee alla base dell’ideologia nazista.
[5] Anna Foa, Il suicidio di Israele, Bari, Laterza, 2024.
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