Sant’Anastasia Calcio: 81 anni di perseveranza. Intervista a Giuseppe Di Marzo

© Sant’Anastasia Calcio 1945

A cura di PAOLA NAVOTTI

 

Sant’Anastasia Calcio è una società dilettantistica con sede nell’omonimo paese in provincia di Napoli e con una storia iniziata nel 1945. Muovendo i primi passi nei campionati regionali e passando poi al Campionato Nazionale Dilettanti, negli anni Novanta la società viene promossa in Serie C2, ma nel 2002 deve rinunciarvi per motivi economici. Nel campionato 2019-2020 (attraverso l’acquisizione del titolo dell’Ercolanese) ritorna all’eccellenza. Oltre ai traguardi sportivi, questa società ha fatto parlare di sé per essere esempio tangibile di integrazione: concependo ed utilizzando lo sport come formidabile strumento che favorisce coesione e solidarietà tra persone di culture diverse. In che modo? Integrando stabilmente nel proprio organico giovani di diversa provenienza nazionale. Favorendo la partecipazione di ragazzi stranieri, o di seconda generazione, senza distinzione rispetto ai coetanei italiani. Promuovendo (insieme alla Cooperativa sociale Proodos, con il progetto Social Lab) la creazione di una squadra femminile così da favorire la partecipazione delle donne in uno sport per lo più maschile. Ospitando anche attività legate al calcio paraolimpico. Infine, promuovendo l’approccio educativo del metodo Football3 che, attraverso la definizione condivisa delle regole e l’autovalutazione del comportamento, focalizza giocatori e giocatrici sul proprio fair play in campo, prima che sui risultati sportivi. In sostanza, si tratta di un modello di integrazione dal basso che concepisce l’attività sportiva come un importantissimo strumento di prevenzione del disagio giovanile. Dal 2009 presidente della società Sant’Anastasia è Giuseppe Di Marzo, figura apicale della Cooperativa Sociale Arturo sita anch’essa nel comune napoletano di Sant’Anastasia. In orario d’ufficio (come presidente della Coop Arturo) e nel tempo libero (come presidente della Sant’Anastasia), Giuseppe Di Marzo sta dedicando la vita – non appena quella professionale – all’ideale della cooperazione: anche per questo la sua figura ha destato la nostra curiosità.

 

© Sant’Anastasia Calcio 1945

Presidente, quanti atleti ha oggi il Sant’Anastasia?
Oltre 500 tesserati, di cui l’80 % sono minori. Il calcio da noi ha innanzitutto un potere di aggancio, nel senso che permette di coinvolgere tanti ragazzi in difficoltà (e le loro famiglie) con una proposta sportiva che è anche educativa e aggregativa. Basti pensare che il 30% dei nostri atleti viene da altre province e accetta di farsi anche un’ora di macchina prima e dopo ogni allenamento, con diversi genitori che si organizzano dividendosi i trasferimenti. In ogni contesto territoriale, tanto più in alcuni, una squadra è una risorsa sociale fortissima, perché giocando tutti con la stessa maglia, le differenze tra “figli di” sono azzerate: ciò aiuta molto i ragazzi a liberarsi da certe barriere – interne o esterne – che da soli non è facile superare. Nel tempo siamo diventati una sorta di associazione di prossimità. Da quando poi, nel 2016, abbiamo preso in gestione, ristrutturato e aperto al pubblico lo stadio comunale di Sant’Anastasia, la nostra reputazione è ulteriormente cresciuta: siamo visti come un ente che, seppur non pubblico, fa del bene pubblico. Così – per esempio tramite l’8 per mille, o i voucher della regione Campania, o anche attraverso la narrazione social – il passaparola della gente ci sostiene sempre di più. E questo passaparola non riguarda solo la tecnica sportiva. Mi ricordo per esempio che la diffidenza dei ragazzi di un campo rom nei nostri confronti si era sbloccata con la possibilità gratuita della visita sportiva: per molti di loro era la prima visita medica. Così come, per alcuni ragazzi, è tuttora un lusso poter fare la doccia dopo gli allenamenti. Per quelle problematiche economiche che impedissero di tesserarsi, abbiamo istituito uno sportello gratuito. Le tariffe non sono uguali per tutti, ma dipendono dal reddito e, nel momento in cui si rileva un certo grado di difficoltà, vengono attivati i voucher a disposizione: voucher derivanti dai progetti di inclusione che portiamo avanti soprattutto attraverso il crowdfunding.

 

© Sant’Anastasia Calcio 1945

Quante atlete femmine avete?
Per ora 60. Stiamo ancora imparando a lavorare sull’ambito femminile: per esempio sul fatto che alcuni papà di figlie appassionate di calcio pensino di avere un problema; o sul rilevante tasso di omosessualità che si riscontra nel calcio femminile. Impostare le attività tenendo conto anche di questi elementi non è cosa da poco. Sta tuttavia accadendo che atlete arrivate da noi facendo trasparire un disagio sulla propria omosessualità, nelle ore di allenamento si sentano bene, cioè uguali agli altri. Oggi la squadra femminile del Sant’Anastasia gioca in eccellenza campana.

 


Vi occupate anche di calcio paraolimpico: come sta funzionando?
All’inizio collaboravamo con centri diurni per disabili, ma – in quegli spazi essenzialmente ricreativi – i ragazzi coinvolti non riuscivano a vivere una vera e propria esperienza sportiva. Abbiamo allora cominciato a portarli allo stadio; poi a programmare allenamenti; a instaurare collaborazioni con diverse associazioni (per esempio con una di non vedenti con cui stiamo sperimentando un progetto riconosciuto dal comitato paraolimpico); fino a partecipare a delle gare, benché inizialmente i genitori volessero evitarle.
Non mi dimenticherò mai la nostra prima partita di campionato paraolimpico: giocavamo contro il Napoli e ci abbiamo messo mezz’ora buona a convincere i nostri ragazzi a uscire dagli spogliatoi per provare ad affrontare la loro squadra del cuore… Ad oggi abbiamo 15 iscritti al Comitato Paraolimpico Italiano[1]. Tra questi, nella fascia dei pulcini, anche piccoli atleti affetti da autismo inseriti all’interno di gruppi misti, comprendenti cioè anche bambini normodotati.

 

Come selezionate e come formate allenatori che si prendano a cuore la persona, prima delle sue percentuali di tiro…?
Selezioniamo sui criteri sportivi, ma con colloqui che durano più settimane e nei quali abbiamo modo di condividere anche gli obiettivi educativi imprescindibili, oltre ad alcune regole di comportamento. Un mister che ripetutamente non rispettasse tali indicazioni viene allontanato dal progetto, così come vengono allontanati da una partita quei genitori che violassero il decalogo anche con loro condiviso. Se per esempio accade che un allenatore litighi andando oltre i limiti del rispetto sempre dovuto, per me è fuori dal progetto. Ma è fuori dal progetto anche quel mister che si ostinasse a presentarsi in partita senza divisa, dando cioè pretesto di un eccessivo protagonismo personale. Così come non gioca in partita quell’atleta che incontrassi casualmente la sera prima a bere alcool.
Ad oggi abbiamo 30 allenatori e 10 dirigenti.

 

Qual è, tra i vostri tesserati, la percentuale di minori che ha problemi con la giustizia?
Sposterei la domanda sulla percentuale opposta: è molto alta la percentuale media di ragazzi incensurati che, se non praticassero calcio al Sant’Anastasia, farebbero qualcosa di diverso e potrebbero anche mettersi in pericolo. Il confine tra questi due mondi non è mai definitivo e il nostro ruolo è proprio quello di aiutare i ragazzi a decidere di sapersi opporre alle tentazioni, così come alle scorciatoie. Anche quando attiviamo percorsi alternativi alla detenzione di minori già condannati, la nostra preoccupazione è quella di dare un unico messaggio: noi siamo qui per aiutarti e per dimostrarti che un altro modo di stare al mondo è possibile ed è più bello. Come facevano i miei allenatori quando ero io un ragazzo, negli anni Novanta: c’era una guerra di camorra in corso e mi telefonavano sempre per accertarsi che fossi arrivato a casa dopo gli allenamenti. Ecco, se proviamo a testimoniare ai ragazzi la nostra concreta vicinanza, l’effettiva disponibilità ad aiutarli, io credo che il più sia fatto.

 

© Sant’Anastasia Calcio 1945

Ci racconta un episodio?
Era appena finita la giornata di uno stage estivo e all’improvviso, verso le 18.30, mi arriva una telefonata da un numero strano: ho pensato che fosse un call center e ho lasciato suonare a vuoto. Qualche minuto dopo però lo stesso numero è comparso sul cellulare del direttore sportivo e così abbiamo deciso di rispondere: era un detenuto nel carcere di Orvieto, che desiderava ringraziarci per la grande occasione data a suo figlio, che aveva giocato da noi e che il giorno prima aveva firmato per una squadra professionistica. Mi torna alla mente anche quando si presentò la moglie di un uomo poco prima arrestato per omicidio, dicendoci che se suo figlio fosse rimasto nel quartiere di Napoli in cui vivevano, non avrebbe mai giocato a calcio. Adesso quel ragazzo gioca in serie A.
Tutto ciò per dire che situazioni difficili ci sono capitate, ma questo non ci ha impedito di diventare un’istituzione di prossimità. Faccio un ulteriore esempio. Per un certo periodo, il parcheggio esterno del nostro stadio comunale è stato preso di mira da diversi furti: tutti gli atti formali necessari, a partire dalla denuncia, li ho fatti senza spostarmi dal campo… nel senso che non solo i carabinieri, ma perfino il vicequestore e perfino il giudice sono venuti ad aiutarci. Il calcio, in sostanza, è per noi una grande rete, una grande occasione di mettere in atto la pratica della sussidiarietà. Siamo come uno sportello informale di mutuo soccorso: la gente ha visto di potersi fidare di noi e così si sente libera di domandare aiuto (arrivando anche a chiederci indicazioni pratiche come il riferimento di un bravo dentista…), ma si sente anche “in dovere” di aiutarci.

 

Il suo lavoro sembra una missione e per di più senza sosta… come fa a reggere una simile intensità?
Sono stato bravo a trovare le persone giuste. Il 90% del lavoro viene fatto da loro: dalla loro dedizione a una comunità sportiva non geolocalizzata. Tra cooperativa Arturo e società sportiva Sant’Anastasia, siamo 50 persone; oltre a 20 ragazzi del servizio civile. Senza tutti costoro non saprei come fare. E poi c’è un altro aspetto: fin da quando ero un ragazzo, ho sperimentato un contesto in cui quando per esempio ero in difficoltà ad arrivare agli allenamenti in tempo, la mia società mi metteva con contatto con qualcuno che mi poteva portare. Voglio dire che anche la gratitudine per tutti gli aiuti che io per primo ho ricevuto, ha influito sul mio lavoro.

 

Quando lo sport non è più “sano”?
Quando prevalgono gli interessi economici. Qualche esempio: il figlio dello sponsor che ha agevolazioni che altri non hanno; ragazzini che non vanno in una squadra perché non si sono messi d’accordo sul premio, o che chiedono ai genitori di mettere un po’ di soldi nella società sportiva. Tutto ciò nei bambini fa perdere credibilità e semina conflitti: con i genitori (dai quali non ci si sente capiti); con se stessi (perché non ci sente mai abbastanza bravi); con il mondo (ingiusto perché sembra conti solo il denaro). Ai ragazzi noi diciamo sempre che non diventeranno tutti professionisti, ma tutti avranno chance utili alla vita: soltanto imparare a gestire l’incomprensione con l’arbitro, per esempio, allena a gestire quei rapporti conflittuali che nella vita abbiamo tutti. Ecco, lo sport non è più sano anche quando tali chance non vengono più riconosciute. O quando una squadra non si interessa minimamente dei risultati scolastici di un ragazzo. O quando non scatta il rammarico di aver penalizzato la squadra con il proprio comportamento. O quando prevale la logica dello scarto: al Sant’Anastasia, per questo, saltare la partita significa essere convocati ma non entrare in campo.

 

© Sant’Anastasia Calcio 1945

L’epoca in cui viviamo è sempre più determinata da performance mondane (soldi, carriera, visibilità). In base alle sue scelte lavorative, cosa vorrebbe dire ai giovani che stanno scegliendo una professione?
Vorrei dire che il modello vincente non è quello per cui si salva chi ha più soldi. Il modello vincente per rapportarsi con l’economia reale io credo sia la cooperazione, cioè quella mentalità di impresa che mette la condivisione alla base di qualsiasi progetto. Io, che sono figlio di un operaio, non sarei stato un buon imprenditore senza il modello cooperativo, senza cioè aver imparato a mettermi in relazione con persone a me pari. Il modello vincente è partecipativo. Per la condivisione ricevuta, per esempio, moltissimi nostri ex atleti ci chiedono di ospitarli per il servizio civile: sentono di volerci restituire qualcosa, anche per il fatto che l’esperienza da noi ha contribuito a delineare il loro profilo lavorativo. Un’impresa sociale può non dipendere totalmente dai servizi pubblici, ma essere un canale autonomo per puntare all’eccellenza.

 

Quale parola allora riassume meglio l’attività del Sant’Anastasia?
Perseveranza. Confidando che i risultati potessero arrivare in tempi diversi da quelli che immaginavamo, noi non ci siamo arresi davanti ai primi insuccessi: e proprio questo, innanzitutto, vogliamo trasemettere ai nostri atleti.

 

[1] Il Comitato Paraolimpico Italiano è l’ente che disciplina, regola e gestisce le attività sportive per persone disabili.

 


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