Bionic dreams. Intervista ad Alessandro Ossola

© Alessandro Ossola

A cura di REBECCA CONTI

 

 

Alessandro Ossola è atleta paralimpico della Nazionale Italiana di Atletica Leggera. È fondatore di Bionic People, un’associazione che – attraverso eventi, competizioni e formazione in scuole e aziende – promuove l’inclusione educando sul tema della diversità. Nel 2015, dopo un’incidente che lo ha portato ad avere una protesi alla gamba, Alessandro ha iniziato la sua carriera sportiva. Dalle paralimpiadi alle aule di formazione, ci racconta come tutti i giorni la storia di un singolo si può trasformare in quella di molti.

 

Che rapporto hai con la parola resilienza?
La resilienza è un concetto che mi sta molto simpatico e antipatico allo stesso tempo. Antipatico perché credo sia stato un po’ abusato nel tempo, se ne è parlato fin troppo. Io arrivo da un ufficio tecnico dove ho lavorato per 9 anni, per cui ho ben presente il concetto ingegneristico di resilienza: l’attitudine di un materiale a non cambiare le sue caratteristiche nonostante venga sottoposto a pressione, temperature e sollecitazioni. Se però applicato alla lettera al contesto umano e sociale, la resilienza di per sé diventa l’attitudine della persona a non cambiare e restare sempre la stessa, il che non è sempre qualcosa di buono. Al contrario, ognuno di noi ha proprie caratteristiche personali sulle quali è bene lavorare per migliorarsi e può essere infruttuoso, se non poco saggio, sperare che le situazioni non ti cambino. Io conducevo una vita per la maggior parte diversa rispetto a quella che vivo adesso. Non vivevo prettamente con gli altri e, ad esempio, non facevo volontariato; in questo senso non sono stato resiliente nei miei cambiamenti passati. Da dopo il mio incidente, ho cambiato completamente le priorità e il valore che attribuivo a tanti aspetti della vita. Prima pensavo a lavorare, uscire con gli amici e fare un po’ di sport. Oggi mi dedico agli altri, investo tempo per aiutare le persone e sono passato dal lavorare in un ufficio tecnico come impiegato, ad essere un formatore che sensibilizza sul tema della diversità. Per altri aspetti, invece, sono sempre il solito Alessandro: prima organizzavo i calcetti a 5, adesso mi do più al padel.

 

© Alessandro Ossola

Padel inclusivo? Come funziona?
L’esigenza di creare qualcosa legato al padel è nata nel settembre del 2021, quando ero appena rientrato dalle Paralimpiadi di Tokyo e la determinazione era altissima: sono tornato di giovedì e il lunedì ero già in palestra per iniziare la preparazione in vista delle Paralimpiadi di Parigi. Ero un po’ stanco della quotidianità degli allenamenti: l’atletica è uno sport che ti porta a passare la maggior parte del tempo da solo; perciò, mi mancava la dimensione dell’“animale sociale” che mi appartiene. Così mi sono confidato con il mio allenatore, con il quale si era creata una connessione speciale, e lui ha preso, come si dice, la palla al balzo. Mi ha proposto quel giorno di giocare a padel anziché fare gli allenamenti canonici, e io ho subito obiettato che con la mia gamba bionica non ce l’avrei fatta. «Non preoccuparti…» mi ha detto lui: «se non riesci a far rimbalzare la palla una volta, fallo con due rimbalzi, vedrai che poi giochi come tutti gli altri». Detto fatto. Dopo 5 minuti, mentre giocavo, ho capito che sarebbe stato lo sport del futuro e se fossi riuscito a farlo io, sarebbe stato possibile per tutti: ho proposto ai ragazzi dell’Associazione (Bionic People) di iniziare subito un corso di padel. Dal primo torneo a Pesaro del maggio 2022 in cui eravamo 6 coppie, siamo oggi 35 coppie che arrivavano da Cina, Argentina, Francia, Spagna, Emirati Arabi… Tutto il mondo! È bastato crederci uscendo dallo schema predefinito.

 

Come si fa a crederci sempre, anche quando sembra impossibile?
Spesso ho dubitato di poter fare delle cose. Quando chi attorno a me mi diceva che ce l’avrei fatta, sentivo una forza in più per buttarmi e di conseguenza per far tentare tutti gli altri che si trovavano in situazioni simili. È molto più difficile farcela quando si è immersi in un ambiente che non dà fiducia, quando la visione di chi ti circonda spesso affossa la tua… quindi menomale che gli altri esistono. Ricordo la preparazione della mia seconda paralimpiade, quando per tre anni non sono riuscito a superare il mio record. Facevo record su 60, su 200 ma mai sui 100 metri, e ciò mi ha fatto cadere in una vera crisi. Ero stanco del vento contro, della pioggia e degli ostacoli, ma i miei allenatori continuavano a dirmi: «Ale, ce l’hai nelle gambe, abbi fede e vedrai che arriverà». Così è stato. Io sono nato senza disabilità e prima del 2015 ero, come si dice, un normodotato.  Non conoscevo nulla di tutto il mondo che ha a che fare con la diversità o l’inclusione: conducevo una vita considerabile normalissima e abbastanza ordinaria. Ero sposato con mia moglie e un sabato mattina, mentre ero in moto con lei, ci ha colpito un’auto. Si è rotto tutto il veicolo e lei purtroppo è mancata. La mia gamba è rimasta così danneggiata che, un mese dopo, non si è potuta evitare l’amputazione. Da lì ho dovuto resettare tutta la mia vita e ripartire da zero: da rientrare a casa, a vivere da solo, a tutto il resto che era completamente diverso da prima. All’inizio è stata una sfida continua e avevo paura. Poi, un pezzettino alla volta, grazie agli amici, ai parenti, ai genitori e a tutte le persone che credevano in me, ho iniziato a ricostruirmi. Mi sono rialzato in particolare grazie allo sport che è – lo dico sempre – come un treno che ti porta lontano fino a dove non pensavi neanche di arrivare. Ho iniziato prima a giocare a golf, poi a correre e lì si è aperto un mondo. Ero già molto veloce quando, prima dell’incidente, giocavo in A2 nei tornei di calcio a 5, quindi io credo sia stato destino. Sono migliorato sempre di più, fino al primo record italiano, alla prima gara internazionale e poi alla prima paralimpiade. È stata ed è una bella carriera.

 

Di tutti i modi di “ricostruirti”, perché lo sport?
Lo sport ti dà quello di cui hai bisogno, cioè gli obiettivi. Gli obiettivi non ti danno il tempo di pensare alle noie, ai problemi e ai limiti. Io non avevo più tempo di occuparmi solo della mia tristezza: ero solo concentrato a diminuire di due decimi il mio tempo.
La gamba mi faceva male spesso, ma l’idea di fondo era solo una: «metto la crema e vado avanti, metto il ghiaccio perché domani devo correre. Devo riuscire a diminuire il tempo di un minuto». Così, diminuivano di conseguenza tutti gli altri problemi. L’energia che serve per realizzare certi risultati rende tutto fattibile e ci dà – sembra una banalità ma non lo è affatto – la benzina per portare il focus sugli aspetti positivi, che sono poi quelli che contano. In più, io ci metto sempre una giusta dose di ironia: sono convinto che con la mia protesi di giocare meglio a calcio rispetto a molti che hanno entrambe le gambe (non per dire, ma ho rubato una palla a Pirlo…). Spesso scarto i miei amici e gli dico che si sono fatti scartare da uno “tutto scassato”, utilizzo cioè l’ironia per sdrammatizzare e mettere anche gli altri in una situazione di agio. Soprattutto quando mi capita che dei giocatori abbiano paura di tirare la palla forte, io li provoco scherzosamente: così una partita diventa anche occasione per insegnare agli altri come avere a che fare con la disabilità. Senza lezioni, ma solo giocando.

 

© Alessandro Ossola

Secondo la tua esperienza di formatore: come si traduce oggi concretamente la diversità, equità e inclusione nelle aziende italiane?
Ci sono dei macrotemi – legati al gender, all’orientamento sessuale, all’age gap – che per fortuna sono ancora valorizzati nelle formazioni di alcune aziende. Tuttavia, ci abbiamo messo più di vent’anni a “normalizzare” molte diversità, ma poi bastano due battute fuori posto per tornare indietro nel tempo, o qualche mossa per tagliere i fondi ai progetti. Quindi sì, parlare di questi temi è ancora necessario, benché alcuni interlocutori esteri dicano il contrario.
La questione centrale è che purtroppo a parlare di diversità, rimangono spesso solo coloro che ci credono davvero o che hanno a cuore la questione. Non dobbiamo per forza chiamarlo D&I, o con qualsiasi altra sigla inventata. Chiamiamola motivazione, energia, saper vivere, progresso: possiamo chiamarla come vogliamo, ma c’è sempre bisogno di parlare di diversità ed è essenziale non smettere di farlo, proprio per far sì che chi non rientra negli standard della normalità venga tagliato fuori. Si pensi alla legge 104: è ovvio che una persona dovrebbe essere assunta per le proprie competenze e la propria proattività, ma togliendo una legge che obbliga ad assumere anche chi ha una disabilità, il rischio è che le persone disabili non vengano assunte mai. Per scongiurare il rischio di creare ambienti omogenei, in cui ognuno è uguale al proprio vicino – nella “normalità” e nella diversità – continuare a esercitare le best practice è vitale per creare un ambiente culturale e lavorativo giusto.

 

Da dove partire per tutti i bambini e le bambine che oggi sognano lo sport?
Direi dai sogni. Tutto nasce dai sogni che si compongono di desideri. Tutte le volte che vado in una scuola cerco sempre di trasferire questo messaggio: non arrendetevi all’impossibilità o alla difficoltà di un sogno, che sia grande o piccolo; perché un sogno è un sogno e non ha dimensione. Ha solo materia. Se avessi detto che sarei riuscito a portare 30 bionici davanti al Burj Khalifa illuminato per i giochi olimpici di Dubai, probabilmente non avrei creduto a me stesso. Non avevo nessuna disponibilità economica, eppure abbiamo raccolto 10 mila euro e abbiamo portato ragazzi in giro per il mondo per tutto l’anno. Questo sembrava un sogno impossibile finché non è stato realizzato. Alla fine del 2025 Bionic People contava circa 400 tesserati. Il nostro iniziale obiettivo era quello di cambiare lo sguardo della gente sulla disabilità: oggi c’è anche l’obiettivo di non farsi determinare dalle insicurezze e dalle paure che derivano da una condizione di generale diversità.

 

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Olimpiadi e Paralimpiadi. In termini di parità, come siamo messi?
Non ho numeri sottomano, ma per quanto riguarda le proporzioni della partecipazione di donne e di uomini, credo siano migliorate molto rispetto al passato, anche se certamente si potrebbe fare meglio. Per esempio si potrebbe non dividere Olimpiadi e Paraolimpiadi e fare un solo evento: immaginiamo di veder prima correre i ragazzi con la protesi e, subito dopo, Marcell Jacobs con tutti i più grandi fenomeni della corsa. Sarebbe un bel messaggio di uguaglianza. Anche perché in Italia, oggi, sembrano interessare più le Olimpiadi delle Paralimpiadi: unirle, in effetti, potrebbe incidere sull’audience. Noi oggettivamente facciamo più fatica a fare certe azioni, non mi vergogno a dire che non correrò mai veloce come Jacobs, ma ciò non significa che non dia il massimo e che debba ricevere un minor riconoscimento. Dal punto di vista privato, se un’azienda riceve più visibilità da un atleta olimpico piuttosto che da uno paralimpico, sceglierà il primo e lo pagherà di più. Dal punto di vista pubblico, invece, un cittadino ha pari diritti qualsiasi siano le sue caratteristiche: ogni stato, quindi, dovrebbe pagare la stessa cifra per i premi vinti da persone con e senza disabilità; invece, ciò rimane a discrezione delle singole nazioni. Nel mio lavoro all’interno dell’associazione, non mi sento perbenista e sottolineo ai ragazzi che è importante anche per noi, come per tutti, avere la partnership con Sky o con altre grosse aziende: cioè è importante farci scegliere dal mercato.

 

Cosa diresti al te bambino?
Non crederai mai dove arriverai!


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