Mente da supereroi? Intervista a Francesco Pagnini

A cura di REBECCA CONTI
Francesco Pagnini è psicologo, psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia Clinica all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dopo aver lavorato come ricercatore alla Harvard University, al Karolinska Institute e all’University of Cambridge come Visiting Professor, si è dedicato allo studio a 360° del benessere mentale in condizioni estreme. È consulente per la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea, con i quali si occupa della preparazione mentale degli astronauti per le missioni spaziali. Tra i suoi numerosi contributi alla scienza sugli effetti placebo, nocebo e sulla mindfulness, ha recentemente portato a termine un esperimento descritto in un articolo di ricerca dal titolo “Unexpected events and prosocial behavior: the Batman effect”[1]. L’esperimento, in cui il professor Pagnini è andato per più giorni in metropolitana vestito da Batman, ha mostrato come la comparsa di un elemento inaspettato nell’ambiente può aumentare l’attenzione e la nostra tendenza a mettere in atto comportamenti prosociali. È amante degli sport di endurance come Ultra Trail, arrampicata, Ironman.

Le sue esperienze di ricerca e lavoro alla NASA ed ESA mostrano come allenare gli astronauti migliori la gestione dello stress e l’esperienza. Che cosa, come esseri umani, non ci fa mollare di fronte alla fatica?
Ci sono molti fattori che ci permettono di non arrenderci alla fatica. Ma prima di tutto dovremmo chiederci: la fatica è davvero qualcosa che richiede una resa? Io, come uomo, posso fare delle attività che richiedono fatica e godermela. Nella mia esperienza personale negli sport di endurance – Ultra Trail, Ironman – la fatica è una componente che mi sfida e mi stimola. Se l’obiettivo ha senso, la fatica non è un limite, ma diventa qualcosa da esplorare con curiosità. Esistono molte forme di fatica – relazionale, lavorativa, sportiva – che a volte diventano un muro contro cui ci scontriamo: e allora l’altezza di quel muro diventa maggiore. In ambiti come quello sportivo, in cui il corpo è al centro, far fatica significa mettersi alla prova, cioè sforzare le nostre risorse mentali, fisiche e relazionali ad andare un po’ più in là. Ma quando il task che stiamo svolgendo ha un significato forte per noi, la sensazione di dura prova viene controbilanciata da una crescita della motivazione. Il risultato è che la fatica percepita diminuisce. Al contrario, possiamo sentirci stanchi anche restando passivi in un contesto noioso: in tal caso non è una questione di risorse, ma di motivazione. Ecco, si gioca tutto nell’equilibrio tra questi due elementi.
Cosa hanno in comune le missioni aerospaziali e lo sport?
Gli astronauti, allo stesso modo di altre popolazioni come i militari d’élite e gli sportivi di alto livello, sono una popolazione molto particolare che lavora su di sé un modo eccezionale. Per molti aspetti gli astronauti rappresentano una grande espressione della potenzialità del genere umano. Così come l’atleta olimpico incarna l’eccellenza in un determinato sport, anche gli astronauti in qualche modo sono “un’eccezione”: si pensi alla cura e alla scrupolosità con i quali vengono selezionati, addestrati e poi seguiti quotidianamente. Anche gli astronauti, come tutti, percepiscono la fatica e subiscono lo stress. Quel che li distingue è che possiedono, per una combinazione tra percorsi di vita personali e caratteristiche specifiche, una particolare predisposizione che facilita il loro rapporto con le difficoltà. Con ciò si intende dire che – pur esistendo certamente una predisposizione “innata” che facilita lo stare in situazioni estreme – tale inclinazione viene rafforzata da intensi percorsi di allenamento che rafforzano ulteriormente le skills di adattamento e di risposta alle circostanze. Traducendo questa logica sugli atleti olimpionici, il funzionamento è simile. Ad esempio, è molto diverso lavorare sulla respirazione con un atleta professionista, o con un amatore. In entrambi i casi siamo di fronte a menti e corpi abituati a spingersi oltre certi limiti.
Come definire il limite del nostro corpo e della nostra mente?
Il limite è uno di quei concetti che ogni tanto mi sfugge nella sua definizione principale. Chiaramente noi umani abbiamo dei limiti, non possiamo volare: ma chiedersi qual è il nostro limite non vuol dire porsi una domanda che, in fondo, contiene già una risposta? Io mi dico che noi non possiamo volare, va bene, però poi abbiamo costruito gli aerei. Cioè: non possiamo fare una serie di cose, ma in qualche modo sopperiamo. È chiaro che il fatto che esistano gli aerei non significa che l’uomo diventi invincibile, ma è un esempio di come si possa girare intorno ad un obiettivo in relazione al quale non è detto che questo limite sia fisicamente presente. Per i 100 metri si diceva che non si poteva scendere sotto il tempo dei 10 secondi, finché poi non è successo. Si è detto che non si poteva scendere dalla montagna con il crociato rotto, fino a che qualcuno non lo ha fatto. Oggi si parla del limite delle due ore nella maratona. Probabilmente non correremo mai una maratona in un’ora, ma il fatto stesso di non avere una definizione precisa del limite, ci spinge a continuare a cercarlo spingendoci sempre ad un gradino superiore. Il rischio, dunque, è che la parola limite diventi essa stessa una barriera. Qual è il tuo limite?: chiedere questo presuppone esista già una risposta che, anziché allargare le possibilità, le restringe. Molti grandi atleti, infatti, sospendono tale domanda e si concentrano piuttosto sul “come” portare a termine il compito. Il punto non è sentirsi onnipotenti, credere di poter fare tutto, ma riformulare la domanda: non se posso o non posso, ma in che modo posso? Ragionando con umiltà sulla strategia.
Come è possibile partire dal corpo per educare la nostra mente?
Mente e corpo sono parte di un unico sistema. Spesso immaginiamo che la mente guidi il corpo, ma la relazione è bidirezionale. Tendenzialmente, se all’interno di una pratica sportiva mi dico che «adesso andrà male», probabilmente il corpo creerà un effetto di autosabotaggio. D’altra parte, il self talk – l’auto dialogo positivo – ha invece un impatto positivo sulle performance: è un esempio semplice di come generiamo con la nostra mente effetti placebo. D’altra parte, fornendo tantissime informazioni, il corpo contribuisce tanto alla conoscenza che la mente può produrre. Se impariamo ad ascoltare il nostro corpo, saremo in grado di conoscere meglio noi stessi e quanto succede intorno a noi, oltre che intuire come adattare alle circostanze il nostro comportamento e i nostri pensieri.
Ecco perchè nella sezione “corpo” io metto anche le emozioni che proviamo. Le emozioni, che si intendono spesso come un fenomeno mentale, sono in realtà prevalentemente una componente fisica perché le sento nel corpo. Con esse acquisisco quindi informazioni accurate, anche se non sempre definitive. Se ad esempio sono nel mezzo di un attacco di panico e l’informazione che il fisico mi sta dando è quella di una minaccia impellente, non è detto che io debba assecondare per forza questo tipo di reazione: l’origine va sempre tenuta in considerazione. Da una parte allora il corpo è un grande maestro di quello che siamo; dall’altra parte la mente sa dargli un indirizzo. Personalmente non sono un sostenitore di una supremazia di una parte sull’altra, ma credo si tratti di una continua influenza biunivoca.
Qual è la differenza tra pensare sempre positivo e la consapevolezza?
Credo che la differenza chiave sia proprio nella parola sempre. Chi ha la famosa “Sindrome di Pollyanna”[2] e pensa sempre e solo in positivo, molto probabilmente andrà incontro ai grossi problemi: è una rigidità che resiste agli adattamenti. Lo stesso vale con un atteggiamento negativo che può rischiare di farci imbattere in seri pericoli.
D’altra parte, però, un costante atteggiamento negativo può davvero rischiare di impattare anche la performance fisica. Pensiamo ad una fase delicata come quella del post infortunio: rimuginare sull’accaduto può portare ad interpretare negativamente i segnali che arrivano dalla parte del corpo infortunata e peggiorare così le nostre prestazioni. Il trade off – secondo me – è avere un atteggiamento di apertura e di ascolto legato al momento: una disposizione che sia positiva e possibilista. In generale l’essere umano ha più possibilità di quelle che crede di avere. Se sento un dolore mentre corro, non significa che sarà la fine della mia corsa; ma se mi dico che non è niente, magari sto sottovalutando la cosa: la chiave è monitorare senza interpretare per forza subito, ma dicendosi «vediamo che succede».
Come ripartire da un’educazione del corpo?
È difficile dare una ricetta precisa. Credo che i numeri dei ragazzi e delle ragazze che praticano sport siano migliorati rispetto al passato, mi sembra infatti ci siano più persone aperte all’ascolto del corpo, alla salute mentale e quindi anche agli aspetti legati all’importanza del movimento. Nonostante sia facile essere un po’ confusi da contenuti social di bassa profondità, è necessario fin dall’infanzia avvicinarsi allo sport ed educare al contatto col corpo. Penso all’educazione emotiva nelle scuole, che può diventare anche sessuoaffettiva.
Come esseri umani, noi siamo anche un corpo: non sentire questo corpo, non riuscendo ad ascoltarlo e a cogliere i segnali che ci manda, significa non essere completamente connessi a noi stessi. Il primo passo per arrivare a questa connessione credo sia sentire l’importanza e la bellezza di poter fare un’esperienza corporea: il corpo non è qualcosa che ci accompagna e rimane sullo sfondo della nostra vita, ma siamo noi. Così, in modo molto concreto, praticare sport è una grandiosa modalità di sentire: dal cuore in gola mentre si corre, al dolore alle gambe il giorno dopo l’allenamento. La perseveranza che caratterizza lo sport, anche lo sport amatoriale, è poi una competenza che nel mondo del lavoro è altamente trasferibile. Il vantaggio di affacciarsi ad un contesto professionale padroneggiando questa affinatura è solo uno degli sterminati benefici fisici e psicologici citati in letteratura.

Le sue numerose ricerche attestano gli svariati benefici della mindfulness[3]. È davvero uno “strumento” da utilizzare quando ci si sente al limite?
Penso che ci sia un problema di fondo nel modo in cui noi, a livello di società, concepiamo il concetto di mindfulness. Spesso pensiamo alla mindfulness come qualcosa che si fa come fosse una pratica meditativa, ma la mindfulness è un concetto diverso, che a che fare con le nostre caratteristiche, le nostre disposizioni psicologiche e con la modalità con cui ci interfacciamo con la realtà, col presente e con i nostri schemi mentali. Non si fa mindfulness, così come non si fa depressione o intelligenza. Si può lavorare su una predisposizione, ma l’impatto della nostra capacità di stare nel presente riguarda tutta la vita. I dati mostrano che il lavoro su questa disposizione ripaga tanto perché migliora la qualità della vita, la soddisfazione e la capacità di adattarsi, portando una serie di risultati positivi. Si è diffusa l’idea semplificata del “fai un po’ di mindfulness e ti passa”, come se fosse qualcosa di rilassante: di per sé, mindfulness e rilassamento non hanno assolutamente niente a che vedere l’una con l’altro. Il concetto non si presta ad essere comunicato sui mass media, men che meno sui social media, perché richiede più tempo e più ascolto. Non si tratta cioè di qualche cosa che può essere espresso in un reel di un minuto: quello che è comunicabile è solo una semplificazione molto distante da ciò da cui gli studiosi e colleghi sono partiti. Tornando allo sport, in qualche modo c’è sempre una componente di ascolto e di consapevolezza in tutte le pratiche. In alcune attività sportive, come ad esempio l’Ultra Trail, è assolutamente fondamentale una forma di contemplazione di ascolto del Sé. Ad esempio, nelle gare in cui partecipo nelle quali devo correre per 160 chilometri a 10.000 metri di dislivello, la difficoltà più grande è che il cervello non può concepire queste grandezze. Scomporre la gara concentrandosi sulla distanza – fino al prossimo ristoro, o al prossimo quartiere – rende tutto molto più fattibile. Allo stesso modo ci si concentra spesso su quello che c’è intorno, arrivando ad un vero stato di contemplazione del corpo e dell’ambiente, condizione da cui si entra e si esce continuamente. Soprattutto in montagna, dove si praticano questo tipo di gare, è più facile esercitare la presenza ed entrare in una dimensione di comunione con quello che c’è intorno.
Nelle gare olimpiche come negli sport in generale: quanto conta la mente e la consapevolezza di essere visti?
In alcune gare esiste sicuramente una componente più “narcisistica” legata allo sguardo degli altri. Quando poi le gare diventano più “pop”, come ad esempio la famosa gara dell’Ironman, la componente dell’essere guardati c’è eccome. Può esserci anche nell’Ultra Trail, ma in tutti gli sport è allo stesso modo presente la sfida con se stessi: mettersi in gioco e provare a superare un limite percepito. Sicuramente gli atleti olimpici riescono ad entrare nello stato “contemplativo” di cui accennavo sopra, nonostante la consapevolezza di essere visti in diretta da milioni di persone. I giochi olimpici sono un evento straordinario in cui la mente ha, ovviamente, un enorme impatto sulla performance. Negli sport in cui l’esecuzione può essere visualizzata in modo più costante, come per esempio l’atletica, è più facile mantenere lo stato di flow e di concentrazione rispetto a quegli sport – per esempio quelli di combattimento – in cui c’è un’interazione dove è necessario adattare il proprio movimento in diretta. A prescindere dalla disciplina, oggi tutti i grandi campioni lavorano molto sulla capacità di stare nel momento: questo lavoro sulla mente è essenziale.
[1] Pagnini, F., et al. (2025). “Unexpected events and prosocial behavior: the Batman effect”, Mental Health Research, 4, 57.
[2] La sindrome di Pollyanna – il cui nome deriva dal romanzo Pollyanna (1913) di Eleonor H. Porter – è un bias psicologico che porta a concentrarsi prevalentemente sugli aspetti positivi della realtà, minimizzando o ignorando quelli negativi.
[3] Pagnini, F., & Phillips, D. (2015). “Being mindful about mindfulness”. The Lancet Psychiatry, 2(4), 288-289.
Pagnini, F., Phillips, D., Bercovitz, K., & Langer, E. (2019). “Mindfulness and relaxation training for long duration spaceflight: Evidences from analog environments and military settings”. Acta Astronautica, 165, 1-8.

