Voglio che vi svegliate felici. Intervista a VINCENZO SCHETTINI

V. Schettini e P. Navotti © Pedagogika.it

A cura di PAOLA NAVOTTI

 

Uno dei volti più riconoscibili della divulgazione scientifica italiana è quello di Vincenzo Schettini: oltre 3 milioni di follower su Instagram, circa 2 milioni su TikTok, quasi 1 milione di iscritti su YouTube. Pugliese doc, ma nato a Como nel 1977, è un fisico (specializzato in didattica della fisica presso l’Università degli Studi di Bari); ma anche un musicista (diplomato in violino presso il Conservatorio di Monopoli e direttore del gruppo gospel Wanted Chorus, da lui fondato quando era studente liceale). Dopo la laurea comincia ad insegnare fisica nelle scuole superiori del territorio pugliese (attualmente è in servizio presso l’Istituto “Luigi dell’Erba” di Castellana Grotte) ed è proprio la passione per l’insegnamento a potenziare la sua creatività. L’obiettivo è sempre stato chiaro: raccontare la fisica in modo semplice e coinvolgente, cercando di superare quel linguaggio troppo forbito che rischia di allontanare. Così – con uno stile didattico che mescola sapientemente esperimenti, ironia e buffi riferimenti alla vita quotidiana – il prof. Schettini nel 2015 inaugura La fisica che ci piace, un format nato come canale YouTube e poi approdato su tutte le piattaforme social. Nel 2016 inizia anche una collaborazione con “Italian Teachers Program”, prestigioso programma di formazione dei docenti italiani al Cern. Pubblica poi libri di successo[1], porta la fisica in show teatrali sempre sold out e in programmi televisivi; perfino in giochi da tavolo e in un album di figurine.


Prof. Schettini, La fisica che ci piace non è solo una community, ma riempie fisicamente anche teatri e scuole: quando ha capito di avere tra le mani qualcosa che andava oltre i social?
Appena ho iniziato a insegnare. Era il 2007 e insegnavo a Molfetta. Da subito mi sono reso conto di avere una naturale empatia verso gli studenti e loro verso di me. Basti pensare che ogni giorno facevo 100 Km, tra andata e ritorno da casa a scuola, ed ero felice. Il lungo tempo dei trasferimenti non mi pesava, anzi: lo percepivo addirittura come bellissimo. Poi, alla fine del mio primo anno, il preside mi disse che ero in gamba. Ecco, ciò per dire che ho sempre avuto conferma che la scelta di insegnare era azzeccata. Questo lavoro continua ad essere ciò che più fa per me, che più mi corrisponde. Solo 10 anni dopo ho cominciato ad innamorarmi dei social.


Nei suoi video lei parla non solo di termodinamica ed elettromagnetismo, ma anche di quei fatti di cronaca che più impattano nella quotidianità dei giovani (per esempio abuso di sostanze, violenze, episodi di bullismo, gestione dello stress). Perché ha sentito necessario prendersi questa responsabilità?
Perché è davvero necessario nei tempi in cui viviamo. È necessario cioè esserci: prendere una posizione, dire la propria opinione, e offrire aiuto. Non basta la grammatica e non basta la fisica per diventare grandi né per essere felici. È quello che dico sempre in classe: voglio che vi svegliate felici! Come dire: a tema è la vita e la sua conoscenza, non solo le materie di scuola. La vita con tutta la sua positività, ma anche con le fatiche e le insidie, quei pericoli che di questi tempi ci fanno preoccupare. Insomma, non è nelle mie corde dare risposte “fredde”, cioè slegate dalla vita.


Nel febbraio 2026, a seguito di una lettera anonima, le è stato contestato di obbligare gli studenti ad interagire nei suoi video: secondo lei perché questa maldicenza?
In realtà quel termine l’ho usato io in più di un’occasione, ma in maniera ironica: come mai avrei potuto costringere i miei studenti a seguire le mie lezioni? Se lo avessi fatto, questa cosa sarebbe emersa come scorretta.
Di anno in anno gli argomenti si ripetono, ma gli studenti cambiano e cambia il mondo; io non smetto di scervellarmi per trovare un modo sempre più efficace di trasmettere il sapere; questo mi porta ad impostare le lezioni in maniera diversa, sempre più scrupolosa verso le specifiche caratteristiche degli studenti che ho davanti. Non nascondo che questo episodio mi ha fatto molto male, è stato come un fiume in piena che ha travolto sia me, sia i miei studenti. Ma proprio da loro, dalla lettera firmata con la quale hanno voluto mettere la loro faccia a difesa della mia, ho ricevuto la più grande consolazione rispetto alle strumentalizzazioni emerse.

 

©Pedagogika.it

Come secondo lei dovrebbe cambiare il ruolo dell’insegnante nell’epoca digitale in cui siamo immersi?
Premesso che un insegnante non può rifiutarsi di seguire il programma, né di sostituirlo con un altro; tuttavia, io credo che a un docente possa essere molto utile la capacità di personalizzare un programma dando spazio a ciò che lo circonda. Un esempio. Quando in classe affronto il tema della propagazione del calore, non parto dalla definizione di conduttore, ma semplicemente tocco il muro e chiedo cosa c’è nel muro. Chi ha il padre operaio, risponderà dettagliando i diversi tipi di mattoni; chi ha il padre elettricista, risponderà elencando invece le diverse tipologie di tubi elettrici. Solo dopo aver ricapitolato tutti questi contributi esperienziali, cioè solo dopo averli collegati nel merito del discorso, allora potrò anche enunciare la formula di calcolo sulla conversione del calore. Partire dall’esperienza, dal contesto in cui si vive, dall’ambiente che ci circonda, anche della rete digitale a cui i ragazzi così tanto ricorrono: tutto questo non è un optional quando si insegna.


Quanto incidono i messaggi della sua community nel modo in cui costruisce i contenuti?
Incidono sempre e questo è uno dei motivi della crescita continua della mia community. Dalla persona che mi domanda se l’abbronzatura faccia male, se l’acqua vada salata prima o dopo che bolle; perché le fette biscottate cadano sempre dalla parte imburrata; o perché gli uccelli appoggiati ai cavi dell’alta tensione non prendano la scossa. Fino a quel ragazzo che mi domandò perché a scuola gli venisse l’ansia e se potevo fare un video per spiegarglielo. Dalla sua domanda, era il 2021, sono nati i video del venerdì, cha vanno molto oltre la fisica: come combattere la solitudine, come riconoscere le amicizie tossiche, come avere fiducia in se stessi. E molti altri temi esistenziali. Le domande che ricevo diventano le mie, cioè un dubbio di un ragazzo diventa un contenuto di approfondimento. D’altra parte, se i contenuti sono imposti, o preconfezionati, non servono a nessuno.


Limitandosi a cercare online delle figure di riferimento, molti giovani rischiano di confondere le connessioni digitali (i follower) con le relazioni reali (gli amici in carne e ossa): secondo lei perché?
Perché vivono una realtà digitale che sta rubando la possibilità di chiedersi il perché delle cose. Il digitale sembra dare tutto, occupa così tanto spazio che a un ragazzo sembra un luogo vero e proprio, un luogo in cui poter fare tutto. Sono rimasto scioccato, per esempio, quando ho scoperto che su Telegram anche un dodicenne può farsi arrivare le sostanze direttamente a casa. Questo è malefico. Come è malefico che addirittura i ragazzi della scuola media, me lo raccontava una collega, comincino a svapare. E dove si procurano lo svapo? Sulla rete. Ecco, io credo che o noi adulti prendiamo coscienza di tutto questo e cerchiamo insieme come fare a migliorare la situazione, oppure andrà sempre peggio. Gli adulti devono essere oggi più che mai presenti, cioè disposti ad entrare nel merito di tutto ciò che i ragazzi vivono: anche mettendoli in guardia, non esitando a insistere su certi argomenti. Continuando – per esempio – a parlare del fatto che dallo svapare si può arrivare facilmente a drogarsi. Dobbiamo dirle noi queste cose ai ragazzi. La tv ha smesso di dirlo (una volta c’erano almeno le “pubblicità progresso”…) e neanche la rete lo dice più.
Molti genitori tendono a delegare tutto questo alla scuola, ma la scuola da sola non basta. Dai genitori innanzitutto bisogna passare per crescere. Io non ho esperienza diretta da questo punto di vista, ma pensando ad esempio al fatto che i ragazzini chiedono sempre prima l’acquisto di uno smartphone, mi permetto dire che questa richiesta può diventare per un padre e una madre l’occasione importante di parlare: sia delle enormi potenzialità di uno strumento del genere, sia anche dei gravi pericoli nei quali un ragazzo può incorrere.


La sua community è trasversale: studenti, genitori, insegnanti, adulti. Cosa tiene insieme pubblici così diversi?
Io credo il fatto che sono cresciuto in maniera uguale su tutti i social: da Facebook, familiare soprattutto agli over, fino a Tiktok per i più giovani. Forse le persone di diverse età mi apprezzano innanzitutto per la mia spontaneità. I miei video in effetti sono evidentemente non costruiti: dalla mia persona agli ambienti in cui mi trovo, è tutto senza filtri. A questo aspetto tengo molto, come sa bene chi mi aiuta a editare i video: se un video non riproduce le mie “pulsazioni”, non esce.

 

©Vincenzo Schettini

Nei suoi video parla spesso di emozioni… cosa c’entrano con la fisica?
È il tema del mio ultimo libro: La vita che ci piace (Electa Mondadori, 2025). Ad esempio, per spiegare la pressione come aspetto della vita, parto da un esperimento: 100 spilli non riescono a forare un palloncino, 1 solo spillo sì. La fisica ci insegna che la pressione è matematicamente il rapporto tra l’intensità della forza che agisce perpendicolarmente su una superficie, e l’area della superficie stessa. Cioè: il motivo per cui 100 chiodi non riescono a forare un palloncino, mentre 1 solo sì, è che la forza di 1 solo chiodo viene distribuita su una superficie molto piccola e questo causa una grande pressione sul palloncino, che infatti scoppia. Quando invece la pressione viene distribuita su un letto di chiodi, la pressione è bassa e il palloncino resiste. Funziona così anche nella vita: il letto di chiodi sono le persone, le relazioni grazie alle quali la pressione, lo stress, non ci fa scoppiare.


Ogni educatore (cioè ogni adulto) non dovrebbe avere timore di esplicitare il proprio punto di vista, ma sui social tale esposizione frequentemente scade in rigurgiti reattivi. È possibile disintossicarci da questa istintività senza smettere di essere digitali?
Sì, ma bisogna che ci diamo da fare tutti, a partire dai genitori. Già noi adulti sentiamo la pressione negativa dei social, figurati un ragazzo! Anche io sento che non ce la faccio più, cioè non mi immagino per sempre sui social. Mi piacerebbe vivere una nuova primavera che, chissà, potrebbe realizzarsi continuando a girare nelle scuole, ma dedicandomi a dei corsi per noi insegnanti. Ho insegnato 20 anni agli adolescenti e lo farò ancora, ma forse devo cominciare ad indirizzare la mia esperienza a chi non ha più tanta fiducia in questo mestiere, o sente le difficoltà più forti dei punti di appoggio. Insomma, mi sto mettendo in discussione a partire dalla pressione negativa dei social che avverto su di me. Il mio messaggio, cioè la mia esperienza, è molto semplice: come dicevo poco fa, voglio che i miei studenti si sveglino felici, ma per svegliarsi felici bisogna avere uno scopo. Ecco, questo scopo è da ritrovare anche negli adulti. Da qui si possono sviluppare tanti talenti, per esempio anche l’arte nel parlare.

©Pedagogika.it

Prof. Schettini, se dovesse sintetizzare all’osso il suo lavoro, quale parola sceglierebbe?
Spontaneità. Chi si frena e ha paura impara solo ad alzare muri, e smette di comunicare. Imparare ad essere più spontanei può diventare quell’occasione straordinaria di conoscenza che, nel profondo, tutti desideriamo.


Al termine di questa intervista, ho avuto il grande piacere di assistere (in un affollatissimo Teatro Regio di Parma) all’ultima data di “La fisica che ci piace. La lezione show”: spettacolo che da 3 anni gira nei teatri di tutta Italia e che, complessivamente, ha avuto quasi 100 mila spettatori. Ne potrebbe avere altrettanti, se continuasse: e non solo per le numerose originalità (dal coinvolgimento di tutti gli spettatori, all’intelligente ilarità delle spiegazioni, all’efficacissimo mix tra fisica, musica ed emozioni); ma soprattutto per quella verità che il prof. Schettini non si stanca di esemplificare. L’amore è la più grande e misteriosa forza che muove il mondo. Che muove soprattutto noi.

[1] La fisica che ci piace (2022), Ci vuole un fisico bestiale (2023), La vita che ci piace (2025): tutti pubblicati da Mondadori Electa.


Sede Legale:
Via Ghisolfa, 32 – 20217 Rho (MI)
pec: cooperativa@pec.stripes.it
P.IVA e C.F. 09635360150




Tel. (02).931.66.67 – Fax (02).935.070.57
e-mail: stripes@pedagogia.it
C.C.I.A.A. Milano REA 1310082




RUNTS N° rep.2360

Albo Società Cooperative N° A161242
Capitale Sociale i.v. € 365.108,00



Redazione Pedagogika.it e Sede Operativa
Via San Domenico Savio, 6 – 20017 Rho (MI)
Reg. Tribunale: n. 187 del 29/03/97 | ISSN: 1593-2259
Web: www.pedagogia.it


Privacy Preference Center