VERGOGNA e LIBERTÀ: quando la prima impedisce la seconda

Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop

 

 

Un padre ha sparato a suo figlio. Poi ha sparato a sua moglie. Lei che quel figlio lo comprendeva, lo amava, non se ne vergognava. La motivazione, quella che circola nelle prime ricostruzioni, è questa: il figlio amava un uomo, era gay.
Non è una notizia che stupisce. È una notizia che conferma.
Conferma che esiste un sistema di pensiero in cui l’identità di un figlio può diventare una minaccia all’identità del padre. In cui la vergogna funziona come movente. In cui il controllo sull’altro è percepito come diritto naturale, non come violenza.
Jonathan Franzen in Libertà scrive di persone intrappolate nelle aspettative che hanno su se stesse, prima ancora che sugli altri. Walter Berglund, protagonista del libro di Franzen, distrugge tutto ciò che ama nel tentativo disperato di restare fedele a un’immagine di sé che nessuno gli ha chiesto di mantenere. È finzione. È anche una mappa precisa di come certa mascolinità funziona: non come forza, come prigione.
David Leavitt lo sapeva già negli anni Ottanta. I suoi ragazzi cercavano un nome per qualcosa che il mondo intorno faceva finta di non vedere. Pagavano prezzi altissimi. Famiglie che chiudevano porte. Padri che sparivano nel silenzio. Il silenzio, allora, era la forma ordinaria della violenza.
Oggi un padre usa una pistola.
In Olanda, in Spagna, in Portogallo, in Svezia, quella pistola non avrebbe lo stesso carburante culturale. Non perché quegli uomini siano diversi biologicamente. Perché crescono in un contesto in cui l’identità del figlio non appartiene al padre. In cui esistere non richiede permesso. In cui la libertà non è una concessione, è un dato di fatto.
L’Italia fa fatica. Non è un insulto al paese. È una lettura onesta di una cultura che ha tenuto la “famiglia tradizionale” (quella eterosessuale che esiste solo nella narrativa romantica) come istituzione al centro di tutto, e dentro quell’istituzione ha lasciato prosperare anche gerarchie che nessuno nominava.

Oggi c’è il Pride. Qualcuno dirà che è troppo, che è esibizione, che provoca. Quel qualcuno non ha mai dovuto scegliere tra esistere e sopravvivere.
Con i ragazzi che incontriamo ogni giorno il compito è proprio questo: non predicare tolleranza, parola che già contiene una dissimmetria, chi tollera e chi viene tollerato. Costruire la capacità di riconoscere l’altro come pienamente reale. Insegnare che la libertà non si divide, si moltiplica.
Un padre ha sparato a suo figlio. E proprio per questo oggi dovremo parlare di lui, dei suoi sogni, delle sue paure, del suo futuro spezzato e della sua libertà. È solo attraverso la parola che si decostruisce la vergogna, le si toglie ogni nutrimento.
La vera libertà non conosce gli anfratti inquieti della vergogna ma si nutre solo di rispetto.


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