Community = comunità? (editoriale)

Di IGOR GUIDA

 

La parola community è tra le più diffuse nel linguaggio quotidiano e descrive gruppi di persone che interagiscono online attorno ad interessi, esperienze o valori comuni. Ma quante volte ci siamo fermati a chiederci se quella parola – così fluida, così apparentemente inclusiva – corrisponda davvero a ciò che intendevano i nostri nonni quando parlavano di comunità? Come oggi le community stanno cambiando il bisogno umano di comunità, cioè di legami reali e di condivisione? Le community sono in grado di rispondere a tale bisogno? Ce lo siamo chiesti in questo numero, interpellando numerose figure di spicco sia del “mondo digital”, sia del “mondo reale”, con la convinzione che proprio dal confronto tra queste due dimensioni emergano le domande più feconde.
La sfida del nostro tempo, a nostro avviso, non sta nello scegliere tra reale e digitale, ma nell’imparare ad integrarli. Sembra ovvio, eppure nella pratica quotidiana – nelle scuole, nelle famiglie, nelle organizzazioni – continuiamo a trattarli come se fossero due mondi separati e inconciliabili, oppure al contrario come se fossero perfettamente equivalenti. Non lo sono. Oggi è possibile entrare in relazione con persone che vivono in qualsiasi parte del mondo e trovare sostegno in gruppi basati su passioni, esperienze o difficoltà condivise: una cosa impensabile appena 30 anni fa. Una persona che vive con una malattia rara può trovare online chi condivide la stessa esperienza, rompere un isolamento che altrimenti sarebbe insostenibile. Questo è un guadagno straordinario, e sarebbe disonesto negarlo.
Superando barriere geografiche e sociali, il digitale ha dunque ampliato enormemente le possibilità di connessione. Ma – ed è un ma che merita tutta la nostra attenzione pedagogica – quest’ultima non coincide automaticamente con una relazione autentica. Connessione e relazione sono cose diverse: la connessione è tecnica, la relazione è umana. La prima si stabilisce con un clic, la seconda si costruisce nel tempo, attraverso la vulnerabilità, il conflitto, la riparazione, la storia condivisa.
Anche se favorisce nuove forme di inclusione, il contatto digitale è uno scambio di informazioni e di interessi, ma non è un luogo reale di condivisione come lo può essere una piazza, una scuola, un quartiere, una parrocchia, un’associazione, una casa. Questi spazi – che sembrano così poco contemporanei nella loro fisicità – custodiscono qualcosa che nessuna piattaforma ha ancora saputo replicare: la dimensione del non detto, del corpo presente, dell’attesa, dell’inaspettato. Quanto di noi passa attraverso uno sguardo che non riusciamo a descrivere a parole? Quanto di ciò che costruisce fiducia avviene nel silenzio di una stanza condivisa, non in uno scambio di messaggi?
Online tendiamo infatti a mostrare solo una parte di noi stessi – la parte che abbiamo scelto, curato, ottimizzato. Non è necessariamente disonestà: è anche comprensibile desiderio di essere accettati. Ma questa curatela permanente di sé ha un costo relazionale che non misuriamo abbastanza. Non solo: come ormai ben sappiamo, gli algoritmi spesso ci espongono a contenuti e persone simili a noi e, così, rischiano di creare ambienti omogenei – le cosiddette filter bubbleo camere d’eco – dove si è connessi con gli altri, ma non coinvolti nell’intera loro vita. Si è circondati da eco, non da voci diverse. Eli Pariser, che per primo ha descritto sistematicamente questo fenomeno nel suo The Filter Bubble(2011), metteva già in guardia su come la personalizzazione algoritmica potesse erodere silenziosamente la nostra capacità di incontrare il diverso da noi. Oggi, oltre un decennio dopo, quella previsione si è rivelata persino ottimistica nella sua moderazione.
Nessuna community, in estrema sintesi, può sostituire uno sguardo, una stretta di mano, un abbraccio, perfino un silenzio condiviso. Tuttavia – ed è questo il punto che ci sta più a cuore – le community possono diventare comunità quando non restano chiuse nello spazio virtuale, ma diventano ponti verso esperienze reali di incontro, di collaborazione e partecipazione. Il confine non è tra online e offline: è tra comunità aperte o chiuse, tra aggregazioni che generano responsabilità verso l’altro o che coltivano soltanto il proprio specchio.
Diventa allora sempre più urgente un’educazione digitale – di cui la nostra rivista sta parlando da trent’anni, con una costanza che talvolta ci è valsa accuse di essere apocalittici e talaltra di essere troppo ottimisti – che non riguardi solo le competenze tecniche, ma anche quelle relazionali ed etiche. È necessario comprendere che dietro ogni schermo c’è una persona reale e che ogni forma di comunicazione comporta responsabilità. È necessario ripeterci che il valore di una relazione non si misura in follower o like, ma nella qualità del legame che si riesce a creare. È necessario, soprattutto, educare alla lentezza: alla capacità di stare con l’incertezza di una risposta che non arriva subito, di un problema che non si risolve con un algoritmo, di una persona che non si capisce al primo scambio di messaggi. Solo così la dimensione digitale può diventare uno strumento per promuovere partecipazione, volontariato e cittadinanza attiva – non un surrogato della cittadinanza, ma un suo moltiplicatore.
Come ricorda Manzoni, «si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio»[1]: ciò per dire che le relazioni autentiche, quelle che aggiungono qualcosa alla nostra vita, nascono dalla disponibilità a contribuire al bene degli altri, non dalla ricerca individuale di visibilità o gratificazione. È una frase che sa di ottocentesco, lo sappiamo, eppure contiene una verità antropologica che nessun aggiornamento di sistema ha ancora reso obsoleta. Anzi: in un’epoca in cui l’economia dell’attenzione premia chi appare più di chi agisce, quella frase suona come una provocazione necessaria. Forse il problema non è che le community siano troppo digitali: è che siamo diventati troppo spettatori di noi stessi, anche quando siamo fisicamente nella stessa stanza.
Questa riflessione, per altro, non riguarda soltanto il presente, perché il desiderio di creare relazioni attraverso la tecnologia accompagna Internet fin dalle sue origini – e questo ci dice qualcosa di importante sulla natura del bisogno che stiamo cercando di soddisfare. Le prime forme di aggregazione online[2] nacquero infatti con l’obiettivo esplicito di mettere in contatto persone accomunate da interessi, passioni e valori condivisi, anticipando molte delle dinamiche che caratterizzano il web contemporaneo.

AI generated ©Pedagogika.it

L’aspirazione è sempre stata quella di un incontro con l’altro, per sentirsi parte di qualcosa di più grande di sé. Se oggi quella aspirazione rischia di essere tradita – se le piattaforme sono diventate macchine di engagement più che spazi di incontro – non è perché il sogno fosse sbagliato: è perché il modello di business che le governa ha interessi divergenti rispetto al benessere relazionale dei loro utenti. È una distinzione che vale la pena tenere a mente, prima di condannare il mezzo per le storture di chi lo gestisce.
La domanda da porsi, quindi, non è se le community siano buone o cattive, utili o dannose – una domanda che rimane sempre troppo vaga per essere utile – ma che cosa scegliamo di farne. Se restano semplici spazi di consumo, di auto-rappresentazione o di solo intrattenimento, rischiano di alimentare connessioni fragili e superficiali: tante frecce in molte direzioni, nessuna che arriva davvero a destinazione. Se invece diventano occasioni per ascoltare, collaborare, partecipare e costruire legami che si estendono oltre lo schermo – se il gruppo Telegram del quartiere si trasforma in una rete di mutuo aiuto durante un’emergenza, se la community di appassionati si incontra di persona e diventa un’associazione, se il forum scolastico diventa il luogo dove uno studente trova finalmente qualcuno che lo capisce – allora possono contribuire a generare autentiche comunità. Non è automatico. Non è garantito. Ma è possibile.
In effetti, la differenza tra community e comunità non sta nella tecnologia. Sta nelle persone. Sta nella qualità dell’attenzione che siamo disposti a portare all’altro – anche quando quell’altro è scomodo, lento, diverso da noi. Sta nella nostra capacità di trasformare la connessione in cura. Ed è esattamente di questo che si occupa la pedagogia: non di stabilire se uno strumento sia buono o cattivo, ma di educare le persone a farne un uso umano.

[1] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXVIII.
[2] Pensiamo per esempio ai BBS (Bulletin Board System), The WELL (Whole Earth ‘Lectronic Link), SixDegrees; o alle italiane Italiamac, Atlantide, Tin, Digiland. Offrendo chat, forum e spazi personali per la socializzazione, questi esempi ci ricordano che le community digitali non sono nate per sostituire le relazioni umane, ma per facilitarle.


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