Madre e figlia (Francesca Sanvitale)
Francesca Sanvitale
Madre e figlia
Nottetempo ed., Milano 2026
Pp. 261, € 18
Poiché mi piacciono i compiti difficili mi sono immersa nell’affasciante e complesso testo di Francesca Sanvitale e cerco di dare conto dello snodarsi di un amore duro, violento a tratti, totalizzante sempre, fagocitante, ma anche tenero e dolcissimo nel ricordo ricreante, e nebuloso come la materia del trasognare. L’ amore che lega Sonia, la protagonista, alla madre, solo il corpo di mia madre è per me un corpo d’amore. (pag 20). Intorno a questa affermazione si snoda il racconto della relazione di una vita tra madre figlia, su uno sfondo storico che attraversa il primo lustro del ‘900, dove gli eventi affiorano non per ordine cronologico ma per analogia, allusione richiamo simbolico come avviene quando si lascia vagare liberamente la mente nel ricordo.
Particolare è anche la posizione dell’autrice nei confronti del narrato: Sanvitale non giudica i suoi personaggi. Non giudica la storia, che pure è presente in descrizioni crude dei vinti. Il suo è uno sforzo di comprensione, per come le vite si dipanano spinte da forze esterne o interne. Per destino, per fluire dell’esistere, per caparbietà, per legami, per vincoli. Per questo non compare mai il tema della scelta.
Marianna, la madre rimane fedele a un amore di gioventù, con un ufficiale crudele e bugiardo, che la segna escludendola socialmente come madre nubile. Ma la sua non è una scelta bensì una assunzione ostinata del proprio destino. La rappresentazione che ne fa la figlia trascinata in una vita misera di fughe di casa in casa e di città in città, è quella di una donna fedele a se stessa. Alle sue origini aristocratiche che ne fanno una madre che non pulisce, non mette in ordine, non ripara i vecchi abiti ormai sdrusciti, che non lavora per mantenere sé e la figlia, e addirittura spreca il denaro infine guadagnato da Sonia scommettendo e indebitandosi
Questa è l’iconografia della madre che ci viene presentata, anche se in vecchiaia quando raggiunge il benessere attraverso il matrimonio agiato della figlia, Marianna diventa quasi riconoscente alle cure di Sonia che la segue nella malattia.
Ma non è questa la raffigurazione che alimenta il sogno d’amore di Sonia: è invece l’immagine ricreata dalla fantasia di una Marianna giovane e leggiadra. Ritorna nel vestito di raso albicocca, appoggia indietro le spalle nude lisce e snelle, la collana di perle scende fino alla vita (pag 20)
E dopo la morte è addirittura una donna-regina, nel sogno che l’autrice, che finalmente si svela, elabora compenetrandosi nella psiche con Sonia. Una anziana signora altera sulla sedia a rotelle collocata su una balza montuosa con una folla di sudditi giù nella piana. il cielo annuvolato stava basso su di noi ma alla nostra destra invece si apriva lo spettacolo più grandioso visto nella mia vita Guarda-esclamai-E’ la regina E’la regina ( pag 259).
Inutile sottolineare che nel romanzo gli uomini siano comparse svalutate: sono i padroni che definiscono le condizioni e il perimetro di vita delle donne come il padre, sono gli anaffettivi freddi e lontani, innervositi dalle dimostrazioni dei sentimenti, come il marito, o sono figure comiche, riprese in una sessualità non governata come gli esibizionisti intravisti da bambina da Sonia o come uno zio, in gioventù scapestrato viveur, che ricompare nella vita della madre e della figlia e sviluppa un amore senile per la nipote.
Sonia non ha una sessualità e non ha un amore se non quelli orientati alla madre. C’è un ragazzo il cui ricordo emerge insieme all’isola che li accoglie in una vacanza giovanile: ma l’approccio non si sviluppa. C’è il medico dell’hospice dove la madre è ricoverata, che nel votarsi professionale alla cura innesca un riconoscimento che alimenta per quest’unica volta il desiderio fugace di Sonia. La vita della figlia si consacra al solo amore per la madre, in quello che Sanvitale ci presenta sì come un cammino di arrendevolezza ma segnato dalle tappe di una ricerca instancabilefaticosa di comprensione di sé e della vita. Ciò che fa di Sonia una figura che percepisco non come sottomessa, direi persino una figura di libertà femminile.
Ma l’amore fusionale che caratterizza Sonia può dirsi libero? E si può chiamare identità quella che si riscopre nella perdita dei confini? L’autrice lascia insoluto il dilemma e ce lo consegna. E io con lei.
Luisella Erlicher

