Gaza: anche il tempo è smembrato

© Mohamed O. Abu Shawish

Di MOHAMED OMRAN ABU SHAWISH
Dottore di ricerca in Psicologia Clinica, Psicoterapeuta, Co-fondatore del Trauma Therapy Institute – Gaza, oltre che Visiting Professor presso l’Università di Milano Bicocca.

 

«Un’intera vita può trascorrere in cinque minuti… e cinque minuti possono trasformarsi in un peso insopportabile che si estende per mille anni». Mentre sono seduto alla mia scrivania, con la penna in mano per scrivere queste parole, tutta la mia vita vissuta sotto il genocidio scorre davanti ai miei occhi. Passa come una rapida sequenza cinematografica nell’arco di pochi minuti: minuti che non durano nemmeno una tazzina di caffè. In quell’istante preciso ho compreso come il tempo, a Gaza, sia una creatura strana, instabile e spietata, incapace di qualsiasi misericordia.
Nelle società stabili, cinque minuti rappresentano una breve pausa per sorseggiare un caffè caldo che rende piacevole l’inizio della giornata. A Gaza, invece, quegli stessi cinque minuti segnano il confine sottilissimo tra l’esistenza e l’annientamento: possono essere sufficienti per estrarre una persona viva dalle macerie, oppure per cancellare un intero quartiere e far scomparire famiglie intere dai registri civili. Qui le coordinate psicologiche del tempo sono completamente capovolte. Un’intera giornata, con tutto il suo peso, potrebbe non bastare per procurarsi una sola bottiglia d’acqua di pessima qualità, o un pugno di farina con cui placare la fame dei propri figli, in attesa nell’oscurità dello sfollamento.
Un padre descrive questa straziante esperienza dell’attesa mortale, dopo che suo figlio rimase disperso sotto le macerie per quattro giorni, prima che alle squadre di soccorso fosse finalmente consentito di recuperare i corpi, con queste parole: «Mi sembrava di trascinare le lancette dell’orologio con il peso di montagne schiacciate sul petto. Il cuore mi si lacerava; non avevo alcuna notizia di mio figlio. Non riuscivo a respirare, né a deglutire, né a dormire anche solo per un istante. Ogni possibilità era peggiore della precedente: martire, prigioniero, ferito oppure mai ritrovato. Il momento in cui mi dissero che il suo corpo era stato identificato fu ancora più amaro e terrificante. Quel periodo trascorse come se enormi montagne continuassero a precipitare sul mio cuore, e io non sono mai riuscito davvero a sopravvivervi». Questa testimonianza non descrive il tempo ordinario, bensì un tempo carico, opprimente, che si comprime fino a trasformarsi in una sostanza densa capace di gravare sul petto, sulla gola e sulla coscienza stessa.

© Mohamed O. Abu Shawish

Scene dai corridoi della morte – Il tempo nel pronto soccorso
A Gaza il tempo non è mai stato un arbitro imparziale; si è sempre comportato come un cacciatore in agguato, in attesa della propria preda. Diventa pesante e lento quando i cuori tremano, aspettando che trascorrano le ore della notte sotto i bombardamenti; poi si restringe e svanisce come un miraggio proprio quando ogni secondo è indispensabile per salvare ciò che può ancora essere salvato. Ho vissuto questa distorsione del tempo con ogni fibra del mio essere all’inizio del genocidio, mentre lavoravo presso l’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa, a Deir al-Balah[1]. Ricordo con estrema chiarezza il giorno successivo al bombardamento di un supermercato a Nuseirat: il piccolo pronto soccorso fu rapidamente sommerso da un numero enorme di morti e feriti. A causa della gravissima carenza di attrezzature, materiali sanitari e personale medico, le équipe furono costrette ad applicare il sistema del triage, dando priorità ai pazienti con maggiori possibilità di sopravvivenza e lasciando coloro che erano ormai in fin di vita ad affrontare il proprio destino con cure minime. Nel mezzo di quel caos, un giovane giaceva sul pavimento con gravi lesioni multiple in tutto il corpo. In quel piccolo ospedale, privo delle strutture necessarie per interventi chirurgici avanzati, non esisteva alcuna concreta possibilità di salvarlo. Poco distante, suo fratello, che aveva riportato soltanto lievi ferite, gridava con tutto il fiato che gli rimaneva, implorando medici e chiunque fosse presente di salvare la vita del fratello. Fui chiamato dal reparto di salute mentale per assistere quel giovane. Appena arrivai compresi che qualsiasi tentativo di parlare di qualcosa che non fosse «salvare suo fratello» sarebbe stato inutile. Guidato tanto dal mio dovere professionale quanto dal senso di umanità, presi uno stetoscopio e gli feci cenno di accompagnarmi dal fratello. Appoggiai lo stetoscopio sul petto del morente, fingendo di eseguire una visita medica. Poi colsi l’istante opportuno, lo guardai negli occhi, colmi del peso di una verità insopportabile, e gli dissi con voce colma di empatia: «Fratello mio, so che ciò che sto per dirti è estremamente difficile e sconvolgente, ma è la verità… Tuo fratello sta morendo e il suo cuore sta per smettere di battere. I pochi preziosi minuti che gli restano devono essere impiegati per fare qualcosa che aiuti entrambi ad affrontare la morte in pace. Siediti accanto al suo capo, recita il Corano e aiutalo a pronunciare la Shahada» – la testimonianza finale di fede – «È un’opportunità preziosa che a molti, qui a Gaza, è stata negata». In quel piccolo angolo del pronto soccorso, il tempo sembrò paralizzarsi completamente. Si muoveva con una lentezza soffocante sopra i due fratelli, come se le lancette dell’orologio si fossero volontariamente fermate su di loro. A pochi metri di distanza, invece, i medici del pronto soccorso combattevano una battaglia feroce contro quello stesso tempo, cercando di strappare qualche secondo in più per salvare altri pazienti.
Questa frattura nella percezione del tempo – immobile sopra il letto di un morente e, allo stesso tempo, sfuggente tra le mani dei medici impegnati negli altri letti – rappresenta l’essenza di ciò che, in ambito clinico, definiamo «distorsione temporale sotto trauma». Un collega ha sintetizzato questa esperienza con parole che ne colgono profondamente il significato: «A Gaza il tempo non si misura più in ore o in giorni, ma in istanti di sopravvivenza, paura e attesa. A volte i minuti scorrono come anni sotto i bombardamenti o nell’attesa di notizie dei propri cari; altre volte i giorni passano così rapidamente che perdiamo completamente il senso della loro successione».

La lunga notte della fame – Chiodi conficcati nella coscienza
Questa manipolazione psicologica del tempo non si arresta alle porte dell’ospedale; si estende alle case distrutte, alle tende di fortuna e alle interminabili file per il cibo. Immaginate una notte in cui la fame divora le viscere dei bambini e un padre resta impotente, incapace di procurare loro anche un solo pezzo di pane. In una notte come questa, il tempo non scorre: diventa come una serie di chiodi conficcati nella coscienza di quel padre, che ad ogni gemito e ad ogni singhiozzo alimentano il tormento della sua impotenza.
Una madre descrive così questa percezione del tempo, sospeso e opprimente: «Nel presente abbiamo la sensazione che il tempo scorra lentissimamente, soprattutto quando cerchiamo di soddisfare i bisogni più elementari, come procurare cibo e acqua. Eppure, quando passano giorni o settimane, ci sembra che siano trascorsi in un attimo. In entrambi i casi abbiamo l’impressione che il tempo sia fermo, immobile, immutabile… una routine mortale. Siamo bloccati. Il passato non ha più spazio, soffocato dalla paura e dalla durezza degli eventi; il futuro non offre alcuna visione, nessun orizzonte, certezza, mentre la morte ci circonda come un cappio. Abbiamo la sensazione di vivere in un tempo perduto».
Un sopravvissuto all’assedio di Khan Younis[2] descrive il tempo dell’assedio come qualcosa di simultaneamente congelato e dilatato: «Nel momento della paura senti il ticchettio dell’orologio fermarsi completamente; non si muove più. Un solo giorno sembra lungo quanto un anno, per l’intensità dell’attesa che tutto finisca. Pensavamo di essere al sicuro in una struttura delle Nazioni Unite, ci muovevamo liberamente, quando all’improvviso i proiettili hanno iniziato ad arrivare da ogni direzione e i colpi di artiglieria cadevano ovunque. Non sapevamo dove nasconderci. Nessuno poteva entrare né uscire… A ogni istante sentivo che sarebbe stato il nostro turno, che il proiettile successivo avrebbe colpito uno di noi. Quella scena, in ogni suo dettaglio, è rimasta impressa nella mia mente e non potrà mai essere dimenticata».
In questo contesto, una sola giornata sembra racchiudere due dimensioni temporali in conflitto tra loro: da un lato un tempo lento, interminabile, che domina i momenti di terrore; dall’altro un tempo fugace e inafferrabile, nel quale ogni energia è interamente assorbita dall’unico obiettivo della sopravvivenza biologica.

Il tempo sotto le macerie – Ogni dolore ha il proprio orologio
Nelle operazioni di rimozione delle macerie si manifesta uno degli aspetti più crudeli di quella che possiamo definire l’«architettura dell’agonia temporale». Gli operatori della Protezione Civile, armati soltanto delle proprie mani e di strumenti rudimentali, lavorano senza sosta per sollevare enormi blocchi di cemento da un’abitazione crollata sui suoi occupanti, ingaggiando una disperata corsa contro il tempo. Ogni secondo che passa riduce le possibilità di sopravvivenza di una bambina intrappolata sotto le macerie. Per loro, il tempo è un nemico veloce e implacabile che corre sempre un passo avanti, divorando l’ossigeno rimasto nella piccola sacca d’aria sotto i detriti. Per quella bambina, invece, il tempo assume un significato completamente diverso: i secondi si dilatano fino a trasformarsi in ere interminabili; ogni respiro è soffocato dalla polvere, mentre l’oscurità della sua tomba provvisoria avvolge ogni cosa. In quel luogo, ogni istante trascorso nell’attesa di un flebile rumore o di un sottile raggio di luce si trasforma in un’eternità senza fine. In questo scenario, le testimonianze delle persone si intrecciano con l’osservazione clinica. Una giovane donna di Gaza scrive: «Una delle cose che più ho notato durante questa guerra è che il tempo, a Gaza, non scorre in modo uguale né giusto per tutti. Il minuto vissuto da una madre in attesa di notizie del proprio figlio non è lo stesso minuto vissuto da un medico che cerca di salvare una vita, né quello di un bambino terrorizzato sotto le macerie. Ognuno di noi vive all’interno di un proprio tempo personale, modellato dal dolore, dalla paura e dall’attesa. Per questo sento che oggi Gaza non sta combattendo soltanto una guerra contro le persone… Gaza sta combattendo una guerra contro il tempo stesso». In questo senso, il tempo a Gaza non costituisce più una dimensione comune e condivisa. Si è frammentato in molteplici “fusi orari psicologici”, differenti per ogni individuo, determinati dalla maggiore o minore vicinanza alla morte, alla fame e alla perdita.

© Mohamed O. Abu Shawish

La routine forzata e la perdita del valore del tempo
Accanto ai momenti di esplosione e terrore, esiste un’altra forma di violenza temporale, più silenziosa ma altrettanto devastante: la routine forzata che riduce ogni giorno a un circuito chiuso di compiti legati alla sopravvivenza. Un giovane ci descrive questo cambiamento: «Ci è stato insegnato che il tempo è come una spada: per motivarci a lavorare, impegnarci e raggiungere i nostri obiettivi. Oggi, il tempo è l’ultima cosa di cui ci preoccupiamo; è diventato qualcosa di insignificante. Le nostre vite sono state organizzate intorno al soddisfacimento dei soli bisogni di cibo e acqua… un cerchio chiuso senza alcuna finestra aperta su un domani diverso. I lamenti, il dolore e la sofferenza di ogni secondo ci hanno fatto perdere il senso delle cose, come un corpo morto trafitto da un coltello ora dopo ora. Quindi, quale tempo si può chiedere a un uomo morto?». Un altro partecipante aggiunge, ancora: «La guerra ha corrotto il nostro passato, il nostro presente, e si è estesa anche al nostro domani. Siamo sul punto di perdere la nostra identità, di dimenticare chi siamo e chi eravamo, e di perdere fiducia in noi stessi e nella nostra società. Le nostre menti si sono smarrite, i nostri cuori hanno vacillato, le nostre anime si sono ristrette, le nostre energie sono state prosciugate e i nostri corpi sono esausti. Se non fosse stato per la misericordia di Dio, per la nostra fede, la nostra pazienza e la speranza rivolta soltanto al volto di Dio – che non abbiamo perduto – saremmo sprofondati nel fango della resa, del crollo e della perdita».
Dietro tutto questo vi è una dolorosa consapevolezza del ruolo del tempo come strumento di controllo politico. Un residente scrive: «Abbiamo vissuto questa condizione in ogni momento fin dall’inizio del genocidio… Siamo stati spinti tutti ai margini di un’attesa infinita e continuiamo a chiederci: cosa succederà dopo? Il tempo è diventato uno strumento strategico nelle mani dell’occupante più di quanto sia a nostro favore. Il nostro cibo, la nostra acqua, la nostra salute, la nostra istruzione, il nostro lavoro, i trasporti e persino i nostri vestiti… tutto è nelle loro mani, e sono loro a stabilire il ritmo secondo la propria volontà, pianificazione ed esecuzione». Così, il tempo stesso diventa parte dell’«infrastruttura del genocidio»: non soltanto ciò che accade al suo interno, ma anche il modo in cui viene gestito, bloccato e trasformato in un circolo chiuso di impotenza e attesa.

Decostruire la struttura temporale del trauma – Una lettura clinica
Nel corso di oltre quindici anni di pratica clinica nell’ambito del trauma psicologico e delle crisi complesse, non ho mai incontrato un fenomeno più complesso e aggressivo della distorsione della percezione del tempo sperimentata in condizioni di genocidio prolungato. In un contesto psicologico relativamente stabile, il tempo funziona come una cornice organizzativa della coscienza e dell’identità. Esso conferisce all’individuo un senso di continuità e sicurezza, collegando il passato al presente e permettendo la proiezione verso il futuro. È ciò che Janoff-Bulman[3] descrive come il “mondo delle assunzioni”: la convinzione implicita che il domani esista e che il tempo sia un alleato nella strutturazione della vita e nel raggiungimento degli obiettivi. A Gaza, questa cornice è sottoposta a uno “schiacciamento sistematico”. Quando l’ambiente circostante impone una minaccia esistenziale costante e diretta, il sistema di risposta al trauma del cervello entra in uno stato di iperattivazione cronica. Questa attivazione prolungata non modifica soltanto la chimica del corpo; altera anche il modo in cui vengono percepiti i secondi e i minuti. Shalev[4], nella letteratura che distingue lo “stress” dallo “stress traumatico”, osserva che l’esposizione continua al pericolo di morte interrompe l’elaborazione temporale degli stimoli: la memoria perde la propria sequenzialità e il presente si trasforma in un «impasse infinito e ineludibile».
La testimonianza di un sopravvissuto illustra questa fissazione temporale del trauma: «Siamo ancora bloccati nella mattina del 7 ottobre, aspettando che la guerra finisca. Giorni e mesi sono passati velocemente nonostante la loro pesantezza, come se fossero soltanto ore o minuti… perché, semplicemente, stiamo ancora aspettando». In questo stato, il trauma non è più un singolo evento collocato nel passato; diventa un presente circolare e autoriproducente – una ferita che non si rimargina.

© Mohamed O. Abu Shawish

La ferita morale continua e il crollo dell’illusione di sicurezza
La scena in cui un medico, un infermiere o un professionista della salute mentale deve decidere chi curare e chi lasciare indietro non è soltanto emotivamente devastante; è ciò che Litz e colleghi[5][6] definiscono “ferita morale”: il danno profondo inflitto al nucleo morale del sé quando una persona è costretta – in circostanze coercitive, non per libera scelta – a violare i propri valori fondamentali. A Gaza, questa ferita non si verifica come un episodio isolato; è un’esperienza ripetuta, quasi quotidiana. Ciò ci impone di estendere il concetto verso quello di «ferita morale continua». Ogni volta che un medico è costretto ad abbandonare un paziente morente per salvarne un altro, o che una famiglia deve lasciare il corpo di una persona cara sotto le macerie perché non riesce a raggiungerlo, la stessa ferita morale si riapre e si approfondisce a ogni nuovo ciclo temporale. Dal punto di vista clinico, la trasformazione del tempo in un «predatore» che dà la caccia alle persone – come descritto da numerose testimonianze – riflette il crollo dell’«illusione positiva di sicurezza» di cui parla Janoff-Bulman (1992). In tali condizioni, l’attesa stessa va oltre lo stato emotivo; diventa una forma di tortura psicologica cronica che logora la resilienza individuale. L’attesa della morte, degli aiuti, dell’ingresso in un’area assediata per recuperare un corpo, o di un cessate il fuoco che non arriva mai: tutte queste sono forme di violenza temporale persistente.

© Mohamed O. Abu Shawish

Verso una nuova architettura del tempo sotto il genocidio
Ciò che stiamo documentando qui non sono semplicemente rappresentazioni letterarie della sofferenza o impressioni soggettive. Si tratta piuttosto di ricchi dati clinici e umani raccolti sul campo, che obbligano la comunità scientifica internazionale a riconsiderare i modelli classici della psicotraumatologia. La maggior parte delle teorie tradizionali è stata costruita su un presupposto fondamentale: che il trauma sia un evento «con un punto finale chiaro». Il famoso “post-trauma”, dopo il quale è possibile studiarne le conseguenze. A Gaza, invece, ci troviamo di fronte a un trauma vivo e in corso, riprodotto a ogni bombardamento, a ogni assedio, a ogni chiusura di un valico e a ogni notte di fame. Qui, il tempo stesso diventa parte dell’arma: si dilata in un’eternità soffocante nei momenti di terrore e attesa; si contrae in una frazione di secondo, dentro una decisione che determina il destino di un intero quartiere; viene svuotato di significato in una routine quotidiana chiusa, priva di qualsiasi finestra sul domani.
Le voci di Gaza – medici, padri, madri, sopravvissuti, persone sotto assedio – rivelano che il tempo sotto il genocidio non è più neutrale né condiviso. Si è frantumato in un tempo personale per ciascun individuo, modellato dalla propria vicinanza alla morte, alla fame e alla perdita, e dalla profondità della ferita morale che porta con sé.
Documentare questa “architettura dolorosa del tempo” non significa soltanto registrare la sofferenza; significa lanciare un appello affinché la psicologia clinica e le scienze del trauma sviluppino i propri strumenti teorici e metodologici, riconoscendo la violenza temporale costruita e continua come una delle armi più insidiose della guerra moderna.

 

 

[1] Deir al-Balah è una città della Striscia di Gaza centrale, importante centro urbano e area di accoglienza per sfollati durante il conflitto.
[2] Assedio di Khan Younis, operazione militare nella Striscia di Gaza meridionale caratterizzata da intensi combattimenti, assediamento urbano e massicci sfollamenti della popolazione civile.
[3] Janoff-Bulman, R. (1992). Shattered Assumptions: Towards a New Psychology of Trauma. Free Press.
[4] Shalev, A. Y. (1996). Stress versus traumatic stress: From acute reactions to post-traumatic stress disorder. In Traumatic Stress: The Effects of Overwhelming Experience on Mind, Body, and Society. Guilford Press.
[5] Litz, B. T., et al. (2009). Moral injury in the military and mental health professionals: A conceptual framework and guidance for research. Clinical Psychology Review, 29(8), 695–706.

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