La neuro-sintonia del cuore. Educare all’affettività per una cultura della pace.

Di Sabina Galleri e Luisa Ferronato
Pedagogiste, formatrici, insegnanti di Brescia, con un’esperienza trentennale nella fascia 0/6 e nella consulenza pedagogica genitoriale. Autrici di articoli per riviste pedagogiche e formatrici per agenzie educative 0/6.
Nell’attuale scenario internazionale assistiamo impotenti alle strategie geopolitiche che invadono i confini di intere popolazioni con una ferocia inarrestabile, lasciando però in risposta una sorta di anestesia emotiva. Mentre il conteggio dei conflitti globali aumenta in modo esponenziale e la guerra si trasforma in un rumore di sottofondo alle nostre vite quotidiane, emerge l’urgenza pedagogica di riportare la pace nel mondo, ripartendo dall’alfabetizzazione emotiva nei contesti educativi.
La pedagogia è chiamata a riscoprire il suo ruolo sociale e civile di prendersi cura dell’umano per tutelare la pace e il rispetto tra le persone. Parlare di libertà di pensiero e di espressione, di legami, di tutela delle fragilità, di ascolto e comprensione pare tutt’altro che scontato nel tempo che stiamo attraversando. Le scuole di ogni ordine e grado, compresi i servizi all’infanzia, avvicinano gli alunni alla conoscenza del mondo, ma possono anche fornire gli strumenti per cambiarlo e affrontare le sfide del presente con empatia, consapevolezza e responsabilità. Per riuscire in questo ambizioso obiettivo ci vogliono impegno e coraggio, doti che non mancano a chi ha scelto di lavorare nel mondo dell’educazione.
In particolare, il periodo di vita che va da zero a sei anni, costituisce un arco di tempo relazionale straordinario e per questo è un periodo cruciale per lo sviluppo umano, nel quale il bambino costruisce le prime rappresentazioni del sé e dell’altro, sviluppa l’autostima, apprende progressivamente a riconoscere e modulare le proprie emozioni e pone le basi delle future competenze relazionali. In questa fase delicata l’educazione affettiva si configura, quindi, come un prerequisito per ogni altra conquista cognitiva e sociale, ricoprendo un ruolo essenziale in ambito educativo. L’apprendimento autentico è sempre radicato nell’esperienza ed è inseparabile dalla dimensione emotiva, perché, come sottolineava J. Dewey, “l’educazione non è una preparazione alla vita, è la vita stessa.”[1]
L’educazione affettiva come strumento di pace
In questa prospettiva si inserisce il contributo di D. Goleman, noto per aver divulgato il concetto di intelligenza emotiva: la capacità di riconoscere i propri sentimenti e quelli altrui, motivarsi e gestire le relazioni con efficacia. Spostando il focus dal quoziente intellettivo alle competenze emotive, Goleman ha dimostrato come queste siano fondamentali per il benessere e la realizzazione personale, ma soprattutto come esse rappresentino un potenziale educabile fin dall’infanzia.
Tale apprendimento non avviene nel vuoto, ma necessita di una guida consapevole che trasformi il vissuto istintivo in coscienza sociale, come ampiamente approfondito nella metodologia: la Didattica delle Emozioni®. “Adottando tale prospettiva si capisce su quali direttive deve svilupparsi una buona ed efficace educazione: si tratta infatti di sintonizzarsi sui bisogni dei bambini e contemporaneamente, attraverso regole gradualmente più circoscritte e adeguate, aiutare a contenere le pulsioni e a trasformarle in emozioni e poi in azioni adeguate ed efficaci.” [2]
Educare all’affettività significa, perciò, effettuare una scelta pedagogica intenzionale e al contempo compiere un atto politico, contribuendo alla costruzione di una cittadinanza equa e promuovendo l’educazione come autentico strumento di pace. Il bambino ha un vissuto interiore intenso fin dalla nascita, spesso difficile da comprendere e in questa fase, l’adulto assume un ruolo fondamentale di co-regolatore emotivo, aiutandolo a tradurre l’esperienza sensoriale in linguaggio e pensiero.
Nominare le emozioni non è un atto puramente descrittivo, ma un processo di mediazione simbolica che consente al bambino di organizzare l’esperienza interna e di renderla comunicabile. Winnicott sottolinea che un “ambiente sufficientemente buono, è quello che permette al bambino di esistere, di fare esperienza e di costruire un senso di sé che sia reale”[3], capace di rispecchiare e contenere i suoi stati interni, favorendo il passaggio dall’emozione pura all’espressione verbale.
Attività come il gioco simbolico, la lettura di albi illustrati, i rituali quotidiani di condivisione e i momenti di calma e ascolto rappresentano strumenti privilegiati di alfabetizzazione affettiva. In questo senso, i servizi educativi 0-6 anni costituiscono contesti fondamentali per promuovere fiducia, sicurezza e rispetto, dove ognuno possa essere accolto senza giudizio e dove ogni differenza possa essere trasformata in occasione di crescita.

Dialoghi in contatto
Il tatto è il primo senso a svilupparsi e rappresenta uno dei canali primari di comunicazione affettiva. Le ricerche di H. Harlow hanno dimostrato come la necessità di contatto e conforto sia primaria rispetto alla semplice soddisfazione dei bisogni fisiologici, evidenziando la sua funzione regolativa nello sviluppo emotivo. Tali studi hanno contribuito a superare visioni riduttive del legame madre-bambino, confermando le intuizioni di J. Bowlby sulla centralità dell’attaccamento come bisogno fondamentale di sicurezza.
Ashley Montagu negli anni 70 aveva sottolineato come il contatto corporeo fosse essenziale non solo per la crescita fisica, ma anche per lo sviluppo psicologico e sociale dell’individuo.
Più recentemente, le neuroscienze hanno approfondito il ruolo dell’affective touch: Laura Crucianelli ha evidenziato come il tatto affettuoso attivi specifiche vie nervose e favorisca il rilascio di ossitocina, spesso definita “ormone della fiducia”, contribuendo alla costruzione del senso di sicurezza e al benessere relazionale. “Ciò che rende unico il tatto rispetto agli altri sensi è la sua reciprocità. Possiamo guardare senza essere guardati, ma non possiamo toccare senza essere toccati”.[4]
Anche Daniela Lucangeli, nota per il suo lavoro nel campo dell’educazione e dello sviluppo cognitivo, si è espressa sostenendo il valore della postura, dello sguardo, della voce dell’insegnante e soprattutto del contatto fisico, per aiutare il bambino a superare momenti di paura e a favorire la fiducia in sé stessi e nella relazione con l’adulto. Nel contesto delle sue ricerche, utilizza il concetto di “intelligenza tattile” riferendosi alla capacità del nostro cervello di imparare attraverso l’interazione fisica con l’ambiente, sottolineando l’importanza delle esperienze sensoriali e motorie nel processo di apprendimento. I gesti affettivi non sono meramente consolatori, ma aiutano a ridurre lo stress, abbassano i segnali fisiologici di paura e favoriscono un senso di sicurezza, condizioni necessarie per sviluppare l’autostima e sospingere all’esplorazione.
Riconoscere il valore del tatto, in ambito educativo, significa restituire dignità pedagogica a gesti semplici, ma profondamente significativi, come una carezza o un abbraccio rispettoso nei momenti di difficoltà emotiva.
Come sintonizzarsi
Tradurre le conoscenze teoriche e scientifiche in pratiche educative quotidiane richiede intenzionalità e coerenza. Nel percorso di crescita tra zero e sei anni, in particolare, la cura della sfera affettiva si realizza innanzitutto attraverso la continuità di gesti e contatti rassicuranti, che permettono al bambino di sentirsi parte integrante di un legame sicuro. “Siamo nati per essere sintonizzati con gli altri[5]”, afferma il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti. Attraverso i neuroni specchio, il cervello del bambino risuona con le emozioni dell’adulto: quando l’educatore abita uno stato di pace e accoglienza, attiva nel bambino le stesse aree neurali, costruendo le fondamenta di una cultura della cura.
?Allo stesso tempo, l’adulto funge da interprete dei vissuti infantili: attraverso una narrazione attenta e partecipe, egli aiuta il piccolo a tradurre in parole le sue sensazioni e i suoi moti interiori, aiutandolo a trasformarli in consapevolezza. La creazione di spazi “caldi” e significativi, come angoli morbidi, ambienti accoglienti, materiali sensoriali e ritmi non frenetici, favorisce la libera espressione individuale. L’educatore, attraverso l’ascolto e il contenimento, accompagna il bambino nel ritorno all’equilibrio emotivo, senza sostituirsi a lui, ma sostenendone progressivamente l’autonomia.
In molti servizi all’infanzia, sia in ambito europeo che in molti altri Paesi del mondo, si stanno avviando, ormai da diversi anni, percorsi di valorizzazione di competenze che afferiscono al mondo interiore. Si sono diffuse diverse pratiche, come la Mindfullness, la Klassens tid (tempo di classe), il metodo della Didattica delle Emozioni®, il programma DREAM e il programma Ruler, attraverso le quali i bambini, guidati e accompagnati dagli insegnanti, sviluppano competenze empatiche ed emotive foriere di benessere dentro e fuori la scuolUn contributo rilevante è offerto dall’Apprendimento Socio-Emotivo (SEL), che integra la gestione delle emozioni con competenze quali l’empatia, il problem-solving interpersonale e la presa di decisioni responsabili. Questo approccio, sostenuto da un ampio corpus di ricerche, rafforza la capacità dei bambini di affrontare i conflitti in modo costruttivo e di sviluppare relazioni cooperative.
Emergenza silenziosa
L’Europa ha stanziato, nel mese di gennaio 2026, oltre 27 milioni di euro con i bandi denominati “Brain Health”[6], allo scopo di finanziare progetti che studino come i fattori sociali e ambientali influenzino la salute del cervello lungo tutto l’arco della vita.
Per la prima volta, al centro della strategia sanitaria, ci sono i disturbi sensoriali che si presentano quando il cervello fatica a interpretare i messaggi provenienti dai sensi e dall’ambiente esterno, come quando si verifica una mancanza di contatto fisico o un eccesso di stimoli digitali.
La qualità delle relazioni e del tocco nei primi anni di vita determina la resilienza del cervello adulto, ma noi, che viviamo nell’era digitale, siamo di fronte a un’emergenza silenziosa, definita fame di pelle o anestesia tattile dei bambini di oggi, i nativi digitali, che toccano solo schermi.
Sappiamo che la pelle è l’organo più esteso del nostro corpo, che svolge una funzione protettiva e di filtro con il mondo, ma le neuroscienze ci dicono anche che essa è un organo di comunicazione sociale, che possiede al suo interno un sistema di fibre specializzato, chiamate “fibre C-tattili”, che ci permettono di sentire una carezza, una pressione dolce, un contatto lento.
Nel marzo 2026, il settore della robotica e delle protesi ha raggiunto un ulteriore traguardo: l’integrazione di sensori avanzati con l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale.[7] Questa nuova pelle elettronica può toccare gli oggetti e sentire la pressione, la consistenza e il calore in modo quasi identico a quella biologica.
?Dobbiamo immaginare il contatto fisico come un nutriente biologico, considerando che un essere umano nasce con la necessità di vitamine per far crescere le ossa, ma anche con il bisogno di stimolazioni tattili.
Ciò serve a stabilizzare il sistema nervoso, che altrimenti entra in uno stato di allerta: i livelli di cortisolo, ovvero l’ormone dello stress, rimangono alti e il cervello non riesce a dedicarsi all’apprendimento o alla socializzazione perché è troppo impegnato a difendersi da un mondo che viene percepito come distante o freddo. Si rivela perciò fondamentale incoraggiare i bambini a toccare oggetti differenti e a manipolare materiali, ma anche nutrire il loro senso di sicurezza, permettendogli di abbassare la guardia e iniziare a imparare.
Nel suo celebre libro: “Il linguaggio della pelle”, l’antropologo A. Montagu definisce il tatto, come il nostro senso di prossimità, che ci permette di sentirci a casa, nel nostro corpo e nel mondo.
Alleanze educative
Condizione imprescindibile per il benessere dei bambini è la costruzione di un ponte solido tra casa e scuola attraverso la coerenza educativa. La collaborazione, l’ascolto reciproco e la promozione di alleanze educative, permettono al bambino di percepire una continuità che gli consente di esplorare, crescere e anche sbagliare, senza sentirsi solo.
Già alla fine degli anni ’90, l’autrice Joyce Epstein, partendo dal modello ecologico di Bronfebrenner, parlava dischool-like families e family-like schools per rappresentare l’approccio cooperativo e integrato all’educazione, nel quale le famiglie sono di supporto nel rafforzare le competenze scolastiche, mentre le scuole lo sono altrettanto nel proporre una relazione affettiva e di cura.
Ad oggi per raggiungere tale corresponsabilità, sono necessari la fiducia, il dialogo e la condivisione di strategie: lavorare su una linea comune, salda e coerente, risulta necessario al bambino per non sentirsi disorientato.
L’alleanza tra genitori ed insegnanti, con i loro ruoli diversi ma complementari, trasforma il percorso educativo in un’esperienza di cura condivisa, dove al centro c’è l’attenzione ai bisogni del bambino offrendo una cornice di coerenza che contribuisce alla sua crescita armonica.
Pratiche quali la documentazione pedagogica e lo scambio costante di osservazioni tra adulti, non si riducono soltanto al monitoraggio del percorso del bambino, ma custodiscono e valorizzano la sua identità nei vari ambiti in cui cresce. Rendere visibili i processi di apprendimento aiuta a rafforzare la sinergia tra nido, scuola dell’infanzia e famiglia. In questo modo, l’esperienza del bambino non risulta frammentata, ma viene accompagnata e armonizzata, garantendo una coerenza educativa che lo fa sentire compreso e riconosciuto in ogni sua evoluzione.
Progettare didatticamente il dialogo vuol dire creare rituali condivisi, prevedere momenti di incontro costruiti non solo per “informare” ma per co-progettare, riflettere, ascoltare e riconoscere gli sforzi reciproci. La progettazione didatticadeve includere strumenti, pratiche e protocolli che rendano il dialogo non episodico ma strutturale. Coltivare questa relazione significa prendersi cura del futuro, proteggere la delicatezza dell’infanzia e costruire una comunità che educa in modo consapevole.
Non è necessario essere adulti perfetti, ma “sufficientemente buoni” che riescono cioè, per la maggior parte delle volte, a sintonizzarsi con i bisogni emotivi dei bambini e a costituire per loro una “base sicura”. Insegnanti e genitori lavorano insieme utilizzando un vocabolario comune: l’educazione emotiva funziona solo se il bambino sente che gli adulti che lo circondano, parlano la stessa lingua del cuore.
Grammatica della pace
Rodari con la sua “grammatica della fantasia” sosteneva che liberare la fantasia significasse fornire al bambino le chiavi per schiudere il proprio mondo interiore, evidenziando il legame indissolubile tra creatività e affettività.
In quest’ottica, sostenere i bambini nella gestione delle emozioni, diventa un atto di libertà che permette loro di costruire relazioni empatiche e sviluppare resilienza, che è la capacità di attraversare le avversità riorganizzando positivamente la propria esperienza, con la sicurezza emotiva offerta dalle figure di accudimento.
In questo momento storico dominato dalle performance e dalla digitalizzazione precoce, l’educazione affettiva diventa una forma di resistenza pedagogica, necessaria per proteggere il diritto dei bambini alla meraviglia, al silenzio e all’attesa, permettendo alle emozioni di esistere, ancor prima di essere decodificate, attraverso la cura educativa e il linguaggio corporeo, che costituiscono i primi alfabeti dell’umanità, ponendo le basi per la promozione della pace.
Nel sistema di crediti e debiti, di prestazione ed efficienza, di prodotti e risultati, in cui siamo inseriti, la scuola potrebbe invece scegliere di compiere una piccola-grande rivoluzione, impegnandosi a rappresentare un luogo in cui coltivare valori alternativi, come la solidarietà, la giustizia sociale e la responsabilità collettiva. Questo richiede, tuttavia, un impegno consapevole da parte di tutti gli attori coinvolti e una riflessione profonda sul ruolo della comunicazione nelle dinamiche educative.
Daniel Siegel sostiene che “l’empatia non è solo un sentimento ma è la capacità di onorare la nostra interconnessione”, in questo modo ci invita a considerare che la pace è il risultato di una pratica di sintonizzazione costante, dove il riconoscimento dell’altro diventa necessario per il benessere sociale.
L’educazione emotiva diventa, in questo modo, un primo laboratorio di pace, che allena a riconoscere se stessi e gli altri, a rispettare le reciproche diversità e a costruire forme di responsabilità condivisa. In un momento storico nel quale il dibattito pubblico si accende e si irrigidisce facilmente, in merito a tematiche etiche globali e sociali, offrire strumenti per tramutare la reazione in relazione è una possibilità che accoglie il sentire di ognuno. Educare attraverso queste risonanze relazionali, significa gettare le basi di un’etica globale: la promozione della pace come pratica che trasforma la capacità di “sentire l’altro” in una forma di giustizia vissuta e la cura in bene collettivo.
Bibliografia
- Bowlby J., Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina, Milano, 1989.
- Crucianelli L., Touch: The Science of the Hand, Heart and Mind, Profile Books, London, 2023.
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- M. 24 febbraio n.43, Orientamenti Nazionali per i servizi educativi per l’infanzia, MIM, Italia, 2022.
- Epstein Joyce L., School, Family, and Community Partnerships: Preparing Educators and Improving Schools, Westview Press, Boulder, Colorado (USA), 2001.
- Goleman D., Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici, Rizzoli, Milano, 1995.
- Harlow H. F., (1958) The nature of love, American Psychologist, 13(12), 673–685, 1958.
- Lucangeli D., A come abbraccio. L’alfabeto dell’educazione emotiva, De Agostini, Milano, 2026.
- Lucangeli D., Il corpo è docente. Sguardo, ascolto, contatto: la comunicazione non verbale a scuola, Erickson, Trento, 2021.
- Malaguzzi L., I cento linguaggi dei bambini, Edizioni Junior, Bergamo, 1993.
- ?Ministerio de Educación y Formación Profesional. (2022). Real Decreto 95/2022, de 1 de febrero, por el que se establece la ordenación y las enseñanzas mínimas de la Educación Infantil. Boletín Oficial del Estado (BOE).
- Montagu A., Touching: The Human Significance of the Skin, Columbia University Press, 1971.
- Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina Editore.
- ?Rizzolatti, G., & Vozza, L. (2008). Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale. Bologna: Zanichelli.
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- UNICEF, Il benessere dell’infanzia: rapporto mondiale. UNICEF, 2019.
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- Winnicott D.W., I bambini e le loro madri, Raffaello Cortina, Milano, 1996.
Sitografia
- European Partnership for Brain Health – JTC 2026
- L’Italia crea il robot che “sente” – Starthink Magazine 2026
[1] J.Dewey, Democrazia e educazione, tr. it. di L. Borghi, La Nuova Italia, Firenze 1992, p. 68
[2] A.A.V.V., La Didattica delle emozioni, Costruire i principi dell’educazione emotiva e promuovere il benessere a scuola, by La Scuola S.p.a., La Grafica s.r.l., Boves (CN) 2024, p. 31
[3] D. W. Winnicot, Gioco e realtà, Armando editore, Roma 1974, p. 115
[4] L. Crucianelli, Il contatto indispensabile, INTERNAZIONALE 11 febbraio 2021.
[5] G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, p. 193
[6] European Partnership for Brain Health – JTC 2026
[7] L’Italia crea il robot che “sente” – Starthink Magazine 2026


