“Solo” rivoluzione tecnologica?

Di Igor Guida
Il filo rosso che a mio avviso unisce molte delle notizie sull’intelligenza artificiale nel 2025 e 2026 non è esclusivamente la crescente potenza dei modelli, né la rapidità con cui producono risposte. È invece la capacità di assumere decisioni operative e intervenire, progressivamente, anche nel mondo fisico.
L’automazione, in sostanza, si è estesa dalle mansioni ripetitive a compiti che richiedono interpretazione, scelta e adattamento. Le rivoluzioni industriali precedenti avevano ampliato la forza fisica disponibile, riorganizzato la produzione attraverso l’elettricità e accelerato, con l’informatica e Internet, l’elaborazione e la circolazione delle informazioni. Oggi una parte di attività tradizionalmente affidate alle capacità cognitive delle persone può essere almeno in parte svolta da sistemi artificiali. Non ci stancheremo mai di ripetere che questo non significa attribuire alle macchine il pensiero umano, ma riconoscere che sta cambiando il confine tra ciò che eseguiamo direttamente e ciò che possiamo delegare. Se molte attività di routine che oggi possono essere automatizzate, costituivano fino a ieri il percorso attraverso il quale si imparava un mestiere, di cosa hanno bisogno i giovani? Una necessaria esperienza. Da qui sta emergendo una sfida educativa che difficilmente si risolve portando nuovi strumenti tecnologici nelle aule (di scuole e università), interrogandosi su come si costruisce la conoscenza quando produrre una risposta diventa facilissimo. Ottenere un elaborato corretto non significa aver compreso il problema; usare un programma capace di risolverlo non garantisce di saper riconoscere un errore. Ecco perché occorrerà sempre coltivare ragionamento, spirito critico ed esperienza diretta, cioè insegnare a formulare le domande giuste.
E chi non potrà accedere a questi strumenti? È una domanda che non possiamo ignorare, perché l’intelligenza artificiale rischia di creare nuove disuguaglianze. Chi avrà le conoscenze e le risorse per utilizzarla potrà lavorare meglio, imparare più velocemente e cogliere nuove opportunità. Chi ne resterà escluso rischierà invece di trovarsi sempre più indietro. È un problema che entra nella nostra vita quotidiana e, soprattutto, nei servizi rivolti alle persone. Pensiamo alla sanità, o all’assistenza sociale, dove un sistema intelligente può semplificare molte attività, aiutare a prendere decisioni e liberare tempo prezioso, ma come verrà utilizzato quel tempo? Per migliorare la qualità dei servizi e dedicare maggiore attenzione alle persone, oppure soltanto per ridurre i costi? La differenza è sostanziale. Nella cura, nell’educazione e nel sostegno alle persone più fragili, la relazione umana non è un elemento accessorio che possiamo eliminare in nome dell’efficienza. Se l’intelligenza artificiale ci permetterà di dedicare meno tempo alla burocrazia e più tempo alle persone, avremo fatto un passo avanti. Se invece diventerà un pretesto per ridurre ulteriormente i rapporti umani, avremo perso un’occasione. Ma chi se ne deve occupare, solo i programmatori? Ognuna ed ognuno di noi dovrebbe occuparsene, dal mondo del privato a quello della politica, della scuola, delle imprese e anche delle organizzazioni sociali. In estrema sintesi, occuparsi di questo problema non si limita a domandarsi che cosa sarà possibile fare grazie all’intelligenza artificiale, ma soprattutto chiedersi che cosa sarà giusto fare e quali conseguenze avranno le nostre scelte.
Ciò non vuol dire guardare all’innovazione con diffidenza, ma con intelligenza, perché per quanto straordinaria, nessuna tecnologia produce automaticamente una società migliore. Anche le grandi rivoluzioni industriali hanno creato ricchezza e nuove opportunità, senza però distribuirne i benefici in modo uguale, e sono state le scelte politiche, economiche e sociali a fare la differenza.
Anziché continuare a discutere di quanto diventeranno intelligenti le macchine, di quali lavori potranno svolgere e di quali capacità riusciranno a sviluppare, se ci chiedessimo piuttosto quanto saremo capaci di utilizzare la loro intelligenza per costruire una società migliore, io credo sarebbe un passo culturale importante per questi nostri tempi.
Quella che stiamo vivendo, evidentemente, non è solo una rivoluzione tecnologica.

