Che ne sarà del nostro viaggio (editoriale)

© M.Piacente

Di Maria Piacente

30 anni di Pedagogika. 30 anni di domande sulla società, sull’educazione, sulle trasformazioni che attraversano la vita delle persone. Un anniversario che abbiamo voluto celebrare cercando di capire quali sfide ci attendono e quale contributo possiamo offrire per affrontarle. È stato questo anche il senso della 2° edizione di CultureLink, il festival che (dal 9 all’11 ottobre 2026) ha messo in dialogo esponenti della cultura, della pedagogia, della cooperazione, delle istituzioni e anche del giornalismo.

Proprio durante un incontro dedicato al rapporto tra cooperazione sociale e giornalismo, ci siamo chiesti: cosa sarebbe cambiato se la cooperazione sociale fosse stata più spesso in prima pagina? Forse molte delle emergenze di oggi non sarebbero diventate tali. I problemi sociali, infatti, non nascono quando finiscono sui giornali, ma esistono molto prima: crescono nelle pieghe della quotidianità, si manifestano nei cambiamenti delle famiglie, della scuola, del lavoro, nelle relazioni che si indeboliscono e nelle nuove fragilità che emergono. Eppure, troppo spesso ce ne occupiamo soltanto quando esplodono.

È una riflessione che riguarda da vicino anche la storia di Pedagogika, nata 30 anni fa proprio dalla convinzione che raccontare il sociale significhi comprenderne le trasformazioni mentre sono ancora in corso, senza aspettare che diventino emergenze. Tale impegno non si è mai fermato e oggi trova continuità anche in questo primo annuario della nostra storia editoriale.

Il giornalismo, del resto, richiede passione; o meglio (prendendo a prestito da Cesare Pavese un’espressione che sento particolarmente vicina allo spirito della nostra rivista) «un amore disperato verso tutte le cose». Disperato non nel senso di senza speranza, ma nel senso di indomabile desiderio di capire. Non basta cioè analizzare i problemi a tavolino per comprenderli: entrare nei fatti è un’altra cosa. È un’altra cosa cioè entrare nella vita delle persone, anche quando certi segnali sono ancora sottovoce, o difficili da interpretare.

Nell’era dei social, il nostro lavoro è ancora più difficile perché, anche se abbiamo accesso a una quantità di informazioni impensabile fino a pochi anni fa, la velocità con cui consumiamo le notizie spesso ci impedisce di cogliere le conseguenze dei fatti. O meglio: di cogliere le conseguenze di un problema, prima che diventi un fatto di cronaca.

Mi torna in mente “The Dinner”, un film di Oren Moverman che diversi anni fa avevamo commentato durante un incontro tra genitori e adolescenti. Due ragazzi commettono un crimine terribile e le rispettive famiglie si trovano davanti a una scelta drammatica: proteggerli o denunciare quanto accaduto? Una vicenda che oggi richiama in me una responsabilità comune a chi educa e a chi informa: aiutare le persone a riconoscere i problemi, a comprenderli e ad affrontarli, prima che sia troppo tardi.

Ecco così che anche il giornalismo può diventare “pedagogico”, cioè uno strumento di prevenzione. Non solo raccontando ciò che è già accaduto, ma anche riuscendo ad individuare i segnali di ciò che sta accadendo: a collegare esperienze apparentemente isolate, a portare all’attenzione pubblica questioni che – ancora – non fanno notizia. Per riuscirci però occorre il coraggio di “non seguire l’onda”: anche solo scegliendo un argomento per il suo valore e non per il numero di visualizzazioni che promette. In una mentalità in cui l’indignazione corre più veloce dell’approfondimento, si tratta di un coraggio non scontato.

In questo scenario, io credo che la cooperazione sociale abbia una funzione particolare, perché le cooperative non sono soltanto organizzazioni che gestiscono servizi, ma osservatori privilegiati dei cambiamenti della società. Ogni giorno incontrano bambini, adolescenti, famiglie, anziani, persone fragili; entrano in contatto con bisogni che mutano, difficoltà che si accumulano, solitudini che crescono. Pensiamo ai femminicidi, alle solitudini contemporanee che talvolta sfociano in tragedia, ai traumi di chi vive la guerra: di fronte a vicende come queste, chi lavora quotidianamente con le persone può offrire al dibattito pubblico una lettura fondata sull’esperienza concreta, capace di ricostruire i contesti e di interrogarsi sulle cause.

Non è un caso che sia stata proprio la cooperativa Stripes, 30 anni fa, a fondare Pedagogika: fu allora un rischio d’impresa e lo è ancora oggi, perché investire nella produzione culturale, nel pensiero e nel confronto pubblico non garantisce risultati economici. Significa però riconoscere che una cooperativa non esaurisce la propria missione nella gestione di servizi socioassistenziali, ma può e deve contribuire alla crescita culturale della società di cui è parte. A 30 anni di distanza, quella scelta conserva intatto il suo significato, come dimostra anche l’esperienza del festival CultureLink.

Con un certo spirito baldanzoso allora mi piace inaugurare questo primo annuario, il cui titolo riprende le parole di Eugenio Montale nella poesia “Prima del viaggio”: «E ora, che ne sarà del mio viaggio?». «Un imprevisto è la sola speranza», continua il poeta.

Ecco, in questa immagine riconosco molto del mio e nostro percorso.


Sede Legale:
Via Ghisolfa, 32 – 20217 Rho (MI)
pec: cooperativa@pec.stripes.it
P.IVA e C.F. 09635360150




Tel. (02).931.66.67 – Fax (02).935.070.57
e-mail: stripes@pedagogia.it
C.C.I.A.A. Milano REA 1310082




RUNTS N° rep.2360

Albo Società Cooperative N° A161242
Capitale Sociale i.v. € 365.108,00



Redazione Pedagogika.it e Sede Operativa
Via San Domenico Savio, 6 – 20017 Rho (MI)
Reg. Tribunale: n. 187 del 29/03/97 | ISSN: 1593-2259
Web: www.pedagogia.it


Privacy Preference Center