Temporelli: preoccupiamoci di noi, prima che dell’IA

di Igor Guida
Massimo Temporelli – fisico di formazione – da più di venticinque anni è impegnato (dalle aule universitarie al web, radio, tv e anche aziende) nella diffusione della cultura scientifica, tecnologica e dell’innovazione. Venerdì 9 ottobre è intervenuto a CultureLink in un talk partito da una suggestione: si può tornare ad essere umani con l’Intelligenza Artificiale?
Con l’energia di chi non ha paura di prendere posizione e con quella capacità rara di passare da Copernico a ChatGPT, da Darwin a un ragazzino che fatica in matematica, Massimo Temporelli ha lanciato forte e chiara la sua provocazione: la domanda sul futuro della tecnologia è stata formulata troppo spesso nel modo sbagliato. Il punto non è soltanto: che cosa l’IA farà al posto nostro? Ma: che cosa farà di noi?
La scienza, in effetti, non ha mai avuto il compito di rassicurarci. Piuttosto cerca spiegazioni, le sottopone a verifica, le corregge; e nel farlo incrina certezze alle quali ci eravamo ancorati, o affezionati. E le certezze che abbiamo perso non sono poche, ricorda Temporelli e definendole come una sequenza di «pugni nello stomaco». Pensiamo a Copernico, che ha tolto la Terra dal centro del cosmo. Pensiamo a Darwin, che ha messo in discussione l’idea di una specie umana immutabile. Pensiamo ad Einstein, che ha cambiato il nostro modo di concepire spazio e tempo. O a Freud, che ha incrinato la fiducia in una mente interamente trasparente a se stessa.
Le più grandi innovazioni della nostra storia non si sono quindi limitate a introdurre strumenti, ma hanno modificato il modo di pensare a noi stessi. Eppure, oggi ancora ci destabilizza la possibilità che attività considerate profondamente umane possano essere svolte da sistemi che abbiamo costruito noi.
Come ha suggerito Temporelli, pensiamo all’agricoltura, quella «natura artificiale» nella quale a un certo punto, invece di cercare soltanto ciò che la natura offriva, gli esseri umani hanno imparato a coltivare, allevare, produrre e conservare cibo. Da qui è cambiata l’organizzazione della vita: si sono sviluppati insediamenti, mestieri specializzati, scambi, istituzioni e saperi che una comunità di cacciatori e raccoglitori avrebbe faticato perfino a immaginare.
Pensiamo a quante e quanti noi, come ha fatto anche Temporelli, hanno migliorato il proprio inglese conversando con un sistema di IA, facilitati dal non avere nessun imbarazzo di sbagliare: ciò significa smettere di parlare con le persone? Nient’affatto, ma arrivare più preparati all’incontro con loro.

Lo stesso ragionamento vale per la scuola. Un sistema capace di proporre esercizi calibrati sulle difficoltà di uno studente e di mostrare al docente gli errori più ricorrenti, potrebbe migliorare l’insegnamento. Potrebbe anche rivelare che non è l’alunno a non aver capito, ma un argomento a non essere stato spiegato bene. Sono possibilità, non risultati garantiti: richiedono qualità degli strumenti, tutela dei dati e capacità di interpretarli. Ma fermarsi all’idea che ChatGPT «faccia i compiti al posto dei ragazzi» significa vedere soltanto l’uso più povero delle sue potenzialità.
Il rischio di sostituzione, del resto, non è immaginario e Temporelli lo ha ben profetizzato: alcune mansioni cambieranno e alcune persone faticheranno a tenere il passo. Un generico invito ad aggiornarsi non è sufficiente, perché non tutti partono dalle stesse condizioni, perché non tutti dispongono del tempo, delle competenze o della sicurezza economica per sperimentare.
Ma cosa accade quando si usa ChatGPT come confidente o come surrogato di un terapeuta? Che cosa accade alla capacità di entrare in relazione, di ascoltare l’altro, di tollerare la fatica e l’imprevedibilità di un rapporto umano? Non è un dettaglio marginale, ma Temporelli ha risposto essenzializzando il problema: l’importante è distinguere il mezzo dal fine. Se una conversazione digitale aiuta qualcuno a esprimere per la prima volta con parole un disagio e magari a chiedere aiuto, perché considerarla necessariamente negativa? Se invece diventa un sostituto stabile di ogni relazione o offre indicazioni inaffidabili su questioni delicate, il problema cambia radicalmente.
Una relazione umana è insostituibile, mentre una relazione digitale è solo somigliante a quella umana: ciò tuttavia non rappresenta l’automatica dimostrazione che la tecnologia è “cattiva”. Come quando negli anni scorsi Temporelli andava nelle scuole e, nominando ChatGPT, gli studenti facevano segno di tacere perché loro già lo usavano per i compiti, mentre molti adulti lo stavano appena scoprendo.
Per educare all’uso consapevole dell’IA bisogna prima averci fatto i conti: provare gli strumenti, comprenderne gli errori, riconoscere quando inventano una risposta, discutere che cosa convenga affidare loro e che cosa no. Soprattutto, insegnare a formulare domande, verificare le risposte e mantenere un’autonomia di giudizio.
La formazione degli insegnanti, in questo senso, non può ridursi a un corso sui comandi da digitare, ma deve riguardare il rapporto tra apprendimento e tecnologia: che cosa succede alla scrittura se deleghiamo la prima bozza? Alla memoria, se ogni informazione è a portata di domanda? Alla curiosità, se otteniamo una risposta prima ancora di aver imparato a cercarla? Non sono argomenti contro l’innovazione. Sono esattamente le domande che permettono di utilizzarla con intelligenza (umana).
Per riassumere tutto in una parola, Temporelli ha usato preoccupazione, scomponendola nel suo significato etimologico: occuparsi prima. Non negare cioè le paure, ma trasformarle in responsabilità: prima che un divario diventi esclusione; prima che le scuole si trovino a inseguire comportamenti che non comprendono; prima che le imprese chiamino inevitabile ciò che avrebbero potuto progettare diversamente.
Non si tratta di una visione ottimistica, ma di una sfida (e per altro scomoda): abbandonare la comodità delle posizioni già prese, studiare davvero gli strumenti, discuterne apertamente e assumersi la responsabilità delle scelte. Queste pre-occupazioni valgono davvero la pena.

