Libera di dire – Intervista a VERA GHENO

a cura di Rebecca Conti
Le parole nominano la realtà: contribuiscono a plasmarla, orientano il nostro sguardo e aprono spazi di autonomia e partecipazione. Da questa consapevolezza prende avvio il dialogo con Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice dall’ungherese e divulgatrice, che ha all’attivo vent’anni di collaborazione, fino al 2019, con l’Accademia della Crusca. Autrice di numerosi saggi sul potere sociale delle parole, sulla comunicazione, sul genere, diversità e inclusione, e ospite di Culturelink, Gheno riflette sul linguaggio come pratica quotidiana e politica: uno strumento capace di dirci chi siamo e di avvicinare la società a ciò che di buono può diventare.
È da poco uscito il tuo ultimo libro, La lingua libera: in che senso la lingua ci rende liberi e da cosa ci libera?
La lingua ci libera perché ci dà gli strumenti per l’emancipazione. È prima di tutto un atto identitario individuale e poi collettivo, oltre a essere il tramite attraverso cui comprendiamo la realtà. Conosciamo nominando e, attraverso le parole, ci scambiamo informazioni sul mondo. Chi non possiede gli strumenti per esprimersi nella polis, che, come diceva Aristotele, è basata sul logos, si ritrova in una condizione di subalternità.
Come sostenevano Don Milani, Tullio De Mauro, Gianni Rodari, bell hooks e Paulo Freire, il possesso della parola è quindi essenziale per capire chi siamo e qual è il nostro posto nel mondo. Avere questi strumenti rende più difficile essere relegati in una condizione di oggettificazione, mostrificazione o infantilizzazione.
Ora, per esempio, mi trovo in una struttura che si occupa di persone autistiche, molte delle quali non verbali. La maggior parte di loro è perfettamente in grado di comprendere, ragionare e avere pensieri complessi. Eppure, poiché la società tende a considerare «sceme» le persone che non parlano, l’assenza di parole diventa un pretesto per mantenerle in una condizione di subalternità, impedendo loro, per esempio, di accedere a percorsi verso l’autonomia, cosa che questa bella struttura invece punta a fare.
Il punto centrale del libro è far riflettere su quanto diamo per scontata la lingua che acquisiamo da giovanissimi e sui molti modi in cui può esserci negata. A volte infatti abbiamo le parole, ma non veniamo considerati interlocutori capaci di produrre cultura, come accade alle persone razzializzate, alle persone con disabilità, alle donne e ai giovani. Altre volte, invece, le parole non ci vengono proprio insegnate, così da impedirci di lamentarci.
Non riuscire a esprimere ciò che ci angustia è fonte di grande sofferenza psicologica. Penso alla mia esperienza: ho sofferto molto di disturbi del comportamento alimentare e, anche se oggi il mio rapporto con il cibo è ancora irrisolto, sono riuscita a stare meglio quando, ho dato forma linguistica a ciò che mi faceva male attraverso la terapia.
Nel mio caso si trattava di un trauma linguistico, o «trauma da nominazione», come lo ha definito Chiara Valerio. Gli adulti che avevo intorno mi avevano affibbiato un nomignolo legato al fatto che fossi cicciottella: quello è stato il punto di partenza. Ma è stato necessario verbalizzare quell’esperienza per poterci lavorare, questo è un esempio concreto del potere liberatorio della lingua.

Nel tuo libro “Nessun? è normale” parli dell’inclusività degli ambienti che attraversiamo ogni giorno. Come si progettano spazi adatti alle varie forme di diversità? E come si risponde a chi dice che «Non possiamo accontentare tutti»?
Cito Tommaso Moro, secondo cui l’utopia è difficilmente realizzabile: è un’isola a cui la maggior parte delle persone non arriverà. Tuttavia, è importante anche il percorso che compiamo per avvicinarci a essa. A chi sostiene che non sia possibile accontentare tutti, propongo quindi di provare ad accontentare il maggior numero possibile di persone. Alcune esigenze, infatti, non portano benefici soltanto a chi le manifesta ma a tutta la varietà umana.
Una silent room, pensata per le persone autistiche, può essere utile a chiunque; allo stesso modo, un bagno più grande può servire a tutti, non solo a chi usa una sedia a rotelle. Anche un’audioguida non è destinata soltanto alle persone cieche: può essere utile, per esempio, a chi non ha voglia di leggere.
Spesso ci poniamo un problema che non è tale, proprio perché nessuno pretende, o dovrebbe pretendere, la perfezione, e nella maggior parte dei casi molti accorgimenti, sia linguistici che pratici, portano benefici all’intera società.
Le resistenze nascono dall’idea sbagliata che l’umanità sia omogenea: da una parte le persone «normali», dall’altra quelle considerate diverse, ciascuna con le proprie esigenze. La realtà, però, non è così dicotomica. Siamo spesso abitudinari e refrattari al cambiamento per partito preso: quante volte, di fronte a una nuova proposta, ci sentiamo rispondere che «non si può e basta»?
A fronte dei movimenti giovanili in Europa e nelle città italiane e del racconto che se ne fa nei media: si sta facendo tone policing?
Il tone policing è una tecnica retorica usata per distogliere l’attenzione dal contenuto di un discorso e concentrarsi sulla sua forma. Si manifesta spesso in contesti di ingiustizia epistemica, quando i membri di una minoranza godono di minore credibilità.
Alcune persone godono infatti un vantaggio epistemico: per esempio, un esperto che si improvvisa competente in un ambito che non conosce può comunque ricevere automaticamente credibilità. Mi è capitato di scontrarmi con personaggi pubblici proprio per questo assunto di credibilità, perché spesso può compromettere la qualità dei contenuti espressi. Altre persone, invece, si trovano in una condizione di svantaggio epistemico e vengono considerate incapaci di produrre sapere.
È ciò che accade con i giovani e le mobilitazioni di piazza, che condivido pienamente: anche in questo caso si ricorre al tone policing. È poi sbagliato ridurre il fenomeno alle cento persone che hanno compiuto atti violenti e sfondato le vetrine…
I giovani si trovano quindi in una condizione di svantaggio epistemico, radicata in una società ageista, che discrimina le persone anziane, a meno che non siano potenti, e tende a non prendere sul serio i giovani né a riconoscere che dal loro mondo possano emergere idee preziose da ascoltare e sostenere.
Sono d’accordo sul fatto che esistano diversi modi di manifestare, ma francamente credo che le rivoluzioni non si siano mai fatte completamente con i guanti bianchi. A chi sostiene che questi ragazzi dovrebbero essere «più positivi», rispondo: «Più positivi per cosa?». Gli abbiamo tolto il futuro, il pianeta, la pace: io sono d’accordo con loro.
Quando il tema sono le donne, in una società in cui il patriarcato è anche matrice di disparità e violenza, come possiamo noi donne unirci davvero?
Secondo me, non esiste un «noi donne», ma un «noi persone femministe». Ne fanno parte soprattutto donne, ma anche persone non binarie, persone trans e uomini: ciò che conta è l’impegno per una società più equa.
Una solidarietà basata esclusivamente sul genere non funziona, perché molte donne sostengono apertamente il patriarcato e ne traggono vantaggio. La nostra presidente del Consiglio, per esempio, accetta le dinamiche di potere tipiche del patriarcato e le riproduce. Il suo essere donna viene usato per lo più come prova del fatto che non si sia sessisti. Meloni abbassa persino il tono della voce per apparire più autorevole, non ha mai fatto dichiarazioni femministe né intrapreso azioni a favore delle altre donne. La sua presenza in quel ruolo, inoltre, non ha abbattuto alcun soffitto di cristallo: rimane una figura isolata in un sistema patriarcale che, proprio per questo, non mette in discussione il sistema di potere.
Penso anche che alcune donne in posizioni di rilievo non si rendano conto di quanto debbano il proprio percorso alle persone femministe che hanno aperto la strada prima di loro. Il femminismo non è infatti soltanto una questione personale, ma un movimento culturale che ha reso possibili molte conquiste, tra cui l’accesso allo studio e a ruoli prima preclusi. Chi non lo riconosce è figlio del neoliberismo, che ci isola e attribuisce alla singola persona tutta la responsabilità del successo o del fallimento, ignorando le cause sistemiche.
In definitiva, credo sia necessario promuovere un’internazionale femminista e lottare insieme contro la visione patriarcale della società.
Che cosa ci dice il linguaggio politico di oggi della società che siamo e di quella che stiamo costruendo?
Prima di tutto, occorre ricordare che in Italia circa un terzo della popolazione si colloca al di sotto della media europea nelle competenze di numeracy e literacy, avvicinandosi alla soglia dell’analfabetismo funzionale. Questo rende le persone più vulnerabili alle narrazioni dei media mainstream e ai discorsi che fanno leva sulla paura.
Questa argomentazione viene spesso accusata di elitarismo, con accuse di essere “intellettualoidi di sinistra”. Eppure, uno studio recente sembrerebbe dimostrare che le persone meno istruite e con minori competenze tendono a votare a destra[1]: diffondere questo dato significa riconoscere un meccanismo reale della nostra politica.
La società odierna fa inoltre ampio ricorso al linguicismo, cioè alla discriminazione basata sulla lingua, che si manifesta, per esempio, nel giudizio su un congiuntivo sbagliato o sull’uso del dialetto. Di fronte a questi dati, possiamo stigmatizzare le persone oppure chiederci: come si può fornire loro più strumenti per comprendere la complessità e riconoscere le narrazioni semplificanti?
La strada è quella indicata da Don Milani e Tullio De Mauro con l’educazione linguistica democratica: rafforzare le competenze linguistiche, migliorando l’insegnamento dell’italiano a scuola e offrendo più opportunità culturali nelle città, comprese le periferie.
Il mio intento non è stigmatizzare chi vota i populismi, ma mostrare che, con più cultura, certe sciocchezze farebbero probabilmente più fatica ad attecchire. Pensiamo ad alcuni discorsi di Trump e alla convinzione con cui vengono accolti, tra applausi ed entusiasmo. Creare competenze, anche se è faticoso, è l’unica risposta sensata per contrastare narrazioni che possono giustificare gravi ingiustizie, tra cui le recenti leggi restrittive contro le persone transgender.
La società si è oggi complessificata a un ritmo infinitamente superiore alla capacità del cervello umano di adattarcisi… cultura e il pensiero sono gli anticorpi per sfuggire al rischio dell’ipersemplificazione.
[1] Savelkoul, Michael & Scheepers, Peer. (2016). Why lower educated people are more likely to cast their vote for radical right parties: Testing alternative explanations in The Netherlands. Acta Politica. 52. 544-573. 10.1057/s41269-016-0031-z.

