Zoicare: quando la tecnologia avvicina la cura – Intervista ad ALESSANDRO MASCIADRI

a cura di Paola Navotti
Un wearable device, cioè un dispositivo tecnologico indossabile, può misurare un battito, rilevare un’anomalia, inviare un segnale. Ma può anche fare qualcosa di più difficile da quantificare: accorciare la distanza tra una persona e chi può prendersi cura di lei. È questa la sfida di ZoiCare, il progetto di welfare tecnologico finanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del bando InnovaWelfare e sviluppato da Stripes Coop, Forme Impresa Sociale e La Rada Consorzio. I dati di ZoiCare (il wearable device di cui stiamo parlando e che è stato pensato per aumentare sicurezza e autonomia delle persone over 65) non vengono restituiti direttamente all’utente, ma interpretati dai professionisti, dentro una rete che coinvolge famiglie, caregiver e servizi.
I risultati di questo progetto sono stati presentati al festival Culture Link[1] in un incontro che ha visto la presenza di tutti i protagonisti. Uno di loro è Alessandro Masciadri, Program Officer di Fondazione Cariplo.
Dottor Masciadri, Fondazione Cariplo è una delle principali realtà filantropiche del nostro Paese, con una funzione anche educativa: quando sceglie di finanziare un progetto, infatti, contribuisce a mostrare un certo modo di intendere il welfare. Quale idea di welfare ha Fondazione Cariplo?
Per Fondazione Cariplo il welfare deve partire dai bisogni reali delle persone e dalla capacità delle comunità di costruire risposte accessibili, sostenibili e, possibilmente, di “precisione”, adeguate ed efficaci per ogni individuo raggiunto. Oggi questo richiede di superare servizi a volte troppo frammentati e anche di integrare competenze afferenti ad ambiti diversi: sociale, sanitario, territoriale e, secondo noi, anche tecnologico. La tecnologia è uno strumento che può contribuire a questo cambiamento: può essere utile per migliorare la qualità dei servizi e aumentare il numero di destinatari raggiunti e, nel caso specifico, rafforzare l’autonomia delle persone e consentire agli operatori di prendersene cura meglio.
È questa l’impostazione del bando InnovaWelfare, nato per accrescere la capacità di innovazione degli enti non profit e accompagnare l’evoluzione dei servizi utilizzando la leva tecnologica.
Fondazione Cariplo sostiene da sempre progetti che cercano di trasformare bisogni sociali in nuove opportunità. Come si fa a valutare la possibile ricaduta sociale di un progetto?
Questo è uno degli aspetti che da anni includiamo sempre nelle selezioni: il progetto è in grado di misurare il valore che intende generare? Soprattutto nei casi come quelli di Innovawelfare, dove si sperimentano soluzioni nuove, è imprescindibile misurare il valore generato. Per farlo ci sono varie metodologie: la più famosa e probabilmente dibattuta è quella del metodo controfattuale che, in sostanza, consiste nel confrontare ciò che è realmente accaduto con ciò che sarebbe accaduto in sua assenza. Ogni progetto è libero di scegliere la metodologia che preferisce, anche se in alcuni casi vengono fornite delle linee guida, o addirittura dei momenti di accompagnamento ad hoc. Chiaramente devono essere considerati tutti i benefici eventualmente generati su tutte le categorie di persone interessate: i destinatari diretti del progetto in primis, ma anche quelli indiretti, gli operatori, le organizzazioni che erogano i servizi e le altre categorie di stakeholder.
Uno degli obiettivi di un finanziamento filantropico è permettere di sperimentare ciò che, senza quelle risorse, non sarebbe possibile. Quanto deve essere disposto un ente come Fondazione Cariplo ad accettare la possibilità che una sperimentazione non produca tutti i risultati attesi?
Una fondazione deve essere disponibile ad assumersi una quota di rischio maggiore rispetto ad altri soggetti, altrimenti finirebbe per sostenere soltanto soluzioni già consolidate. Sperimentare significa anche accettare che alcune ipotesi vengano smentite, o che i risultati siano diversi da quelli attesi. Questo, però, non significa finanziare tentativi privi di metodo. Il rischio deve essere consapevole: servono obiettivi chiari, monitoraggio, capacità di correggere il progetto in corso d’opera e disponibilità a condividere ciò che non ha funzionato. Anche un risultato parziale può avere valore, se produce conoscenze utili e impedisce ad altri di ripetere gli stessi errori. La filantropia può creare proprio questo spazio di apprendimento.
Una sperimentazione è tanto più interessante quanto più è replicabile. Nel caso di ZoiCare, potrebbe accadere?
Certamente abbiamo visto e riconosciuto in ZoiCare del potenziale anche in termini di replicabilità e scalabilità. In attesa delle evidenze della prima sperimentazione, posso dire che ci sono degli elementi significativi che rendono ZoiCare molto interessante, tra cui sicuramente la risposta a un bisogno esteso; una soluzione tecnologica meno diffusa di altre, ma con il potenziale di superare alcune delle barriere fino ad ora più ostiche per questo tipo di soluzioni; infine, il test della soluzione in territori differenti già in questa prima fase. Dopodiché, è bene ricordarsi che soluzioni che funzionano in certi contesti potrebbero non farlo, seppur con tutti gli adattamenti del caso, in altri contesti; per questo la replicabilità e scalabilità non è comunque mai scontata.
Fondazione Cariplo finanzia molti progetti che affrontano fragilità e solitudine: in base a tale esperienza, quali sono le fragilità e le solitudini oggi più preoccupanti?
Preoccupano soprattutto le situazioni in cui fragilità e solitudine si sovrappongono: problemi di salute, isolamento relazionale, difficoltà economiche, scarsa mobilità e debole accesso ai servizi. In situazioni multidimensionali diventa ovviamente più difficile intervenire e offrire il supporto più adeguato; ed è anche più complicato trovare la tecnologica opportuna (oltre al fatto che nell’ambito della solitudine il ruolo della tecnologia è ancora più delicato).
Certamente questo non riguarda solo i diretti interessati, ma anche le persone che gravitano nelle loro sfere, famiglie e caregiver in primis che devono sostenere carichi assistenziali complessi senza una rete adeguata.
La sfida non consiste quindi soltanto nell’aumentare le prestazioni, ma nel ricostruire connessioni tra persone, servizi e territori per rendere le soluzioni sostenibili per tutti e da diversi punti di vista (non solo economico evidentemente).

Un segnale al polso può dirci che qualcosa non va, ma non può sostituire qualcuno che si accorga di noi. Anche a partire da ZoiCare: tecnologia e prossimità cosa rappresentano per Fondazione Cariplo?
Non sono alternative ma elementi da integrare. La tecnologia acquista valore quando rende possibile una prossimità nuova o più efficace: aiuta a intercettare precocemente un bisogno, mantiene il contatto con chi vive lontano dai servizi e permette agli operatori di intervenire in modo più tempestivo e mirato. La ricerca promossa nell’ambito di InnovaWelfare evidenzia infatti il ruolo decisivo di operatori, famiglie e caregiver nell’integrazione delle tecnologie nei servizi.
ZoiCare rende molto concreto questo principio: il segnale prodotto dal dispositivo non rappresenta una risposta, ma l’inizio di un processo di cura. Per diventare utile deve essere interpretato e collocato dentro una relazione tra la persona, i professionisti, la famiglia e i servizi. La tecnologia può ridurre una distanza, ma è la rete umana e organizzativa che trasforma un dato in attenzione e, quando necessario, in un intervento.
[1] Culture Link, domenica 11 ottobre: “Un segnale al polso, una comunità intorno”. Relatori: Igor Guida (Direttore Scientifico di Stripes Digitus Lab e Vicepresidente di Stripes Coop); Alessandro Masciadri (Program Officer di Fondazione Cariplo); Giuseppe Pittari (co-founder e Direttore Tecnico di Squadra IoT); Emiliana Brognoli (Assessore al Comune di Rho con delega ai Lavori Pubblici, Protezione Civile, Innovazione e Smart City, Illuminazione Pubblica); insieme ai partner del progetto Forme Impresa Sociale, con Jessica Armanasco (assistente sociale) e il Consorzio La Rada di Salerno con Elena Palma Silvestri (presidente). Moderazione di Paola Navotti (caporedattrice di Pedagogika.it).


