Dal Perù e dal Senegal: due nuovi (e faticosi) inizi
Arrivare in Italia non è stato facile: né per Nyurka dal Perù, né per Junior dal Senegal. Entrambi avevano 14 anni. Hanno raccontato la loro storia al festival CultureLink, in dialogo con le educatrici dei laboratori di facilitazione linguistica di Stripes Coop, che hanno accompagnato entrambi in un percorso speciale.
Di Niurka Alison Pillaca Ybarra
Oggi lavoro nel ristorante di famiglia con mia mamma e mia sorella; vivo con mio figlio Lionel e ho costruito una vita di cui sono contenta.
Quando sono arrivata in Italia dal Perù con mia sorella, ho scoperto una ragazza molto diversa: insicura e con la paura di parlare e di sbagliare. Avevo 14 anni e mia sorella 19. Oggi racconto la mia esperienza perché, quando penso ai bambini e ai ragazzi che arrivano qui da un altro Paese, rivedo un po’ me stessa e penso a quanto avrei avuto bisogno di essere aiutata e capita. Mamma e papà erano già in Italia e non li vedevo da quando avevo 4 o 5 anni. Il progetto di raggiungerli esisteva da quando ero piccola, ma i miei genitori volevano prima costruirsi una situazione stabile, avere una casa e poterci accogliere nelle condizioni più adatte per darci un futuro migliore.
In Perù vivevo in una zona difficile, molto povera e poco sicura, tanto che non mi lasciavano uscire molto di casa. Dell’Italia mi ero costruita un’immagine bellissima: pensavo alle aree verdi, alle scuole, a un modo di vivere completamente diverso e, quando sono arrivata, molte cose erano proprio come le avevo immaginate. Quello che non avevo immaginato era la difficoltà di imparare la lingua. In Italia sono stata inserita in terza media – anche se per età avrei già dovuto iniziare le superiori – proprio per consolidare l’italiano. E a scuola ho scoperto una Niurka che non conoscevo: mi vergognavo di parlare per paura di sbagliare un verbo e così, inevitabilmente, avevo perso la mia socievolezza. Tradurre continuamente dallo spagnolo all’italiano era faticoso e, mentre cercavo le parole, temevo già di annoiare o stancare chi mi ascoltava. Oggi capisco che avrei potuto concedermi il diritto di sbagliare, ma allora non riuscivo a farlo. Mi sentivo sola, esclusa e soprattutto incompresa. Avevo 14 anni e stavo entrando nell’adolescenza: alla difficoltà della lingua si aggiungevano tutte le insicurezze tipiche di quell’età. Mi sentivo brutta, non all’altezza e piena di paure. Non era soltanto un problema di come dire le cose: a volte non sapevo neppure cosa dire. Poco alla volta la difficoltà nel socializzare si trasformò in isolamento. Pensavo: sto bene da sola, almeno non do fastidio agli altri. In realtà non stavo affatto bene. Uscire da questa situazione ha richiesto tempo e molto lavoro su me stessa, ma piano piano sono riuscita ad acquisire più autostima e fiducia. In realtà ho affrontato ben due adattamenti: uno fuori casa e uno dentro casa, perché per circa 9 anni avevo vissuto in Perù con mia nonna e mio nonno e ritrovarmi improvvisamente a vivere con mamma e papà non è stato semplice. È stata dura persino chiamare “mamma” mia mamma, perché lei non conosceva veramente me e io non conoscevo veramente lei. Tanto che mia sorella decise di venire in Italia con me anche perché conosceva meglio nostra madre: mi spiegava come comportarmi, cosa le piaceva e cosa non le piaceva. È stata una vera mediatrice tra noi. Con il tempo le cose sono cambiate e oggi con mia mamma abbiamo finalmente un rapporto vero.
Anche a scuola (il Verri di Busto, istituto tecnico alberghiero) nel tempo qualcosa è cambiato. All’inizio una delle situazioni più faticose erano i lavori a coppie: se già faticavo a farmi capire da un adulto, mi sembrava ancora più difficile riuscirci con un compagno. Poi, però, proprio quei lavori sono diventati utili. Ripenso per esempio alle superiori quando, nei lavori a gruppi, i compagni scoprivano che anche se non ero la prima persona a iniziare una conversazione, parlavo eccome se qualcuno mi coinvolgeva! Prima di allora, per la fatica a ricordare il nome Niurka, i miei compagni mi chiamavano addirittura con un altro nome, Edison. Una delle esperienze che a scuola mi ha aiutato di più è stata poter uscire dalla classe per fare le ore di “italiano semplificato”. Quelle ore sono diventate il mio spazio sicuro: lì potevo non sapere, chiedere “come si dice?”, sbagliare e non vergognarmi di nulla. In classe, invece, avevo spesso paura di disturbare e la mia autostima era così bassa che finivo per sentirmi quasi un peso per compagni e professori. Forse anch’io avrei dovuto imparare prima a cambiare atteggiamento, ma sarebbe stato utile avere anche compagni un po’ più aperti. Ricordo infatti una classe piuttosto competitiva, soprattutto sui voti, e questo aumentava la mia paura di essere un peso per gli altri. Dei miei professori, invece, conservo molti ricordi positivi. Come quando, alla fine di ogni lezione, si avvicinavano al mio banco e mi chiedevano se avessi capito. Qualche volta rispondevo subito di sì anche se non era vero, semplicemente perché non volevo disturbare, ma loro erano sempre pronti a spiegarmelo di nuovo. Se dovessi oggi dire qualcosa agli insegnanti che incontrano ragazzi con una storia simile alla mia, direi solo: abbiate pazienza. A volte uno studente dice di avere capito perché si vergogna di chiedere ancora, perché teme di disturbare, o perché si sente un peso. Non significa che non ha voglia di imparare. Io quella pazienza l’ho ricevuta e, guardando indietro, so quanto mi abbia aiutato a trovare lentamente la mia voce, il mio spazio e la fiducia necessaria per diventare la persona che sono oggi.
Di Junior Alitonou
Mi chiamo Junior, ho 22 anni e vengo da Dakar, in Senegal. Sono figlio unico e sono cresciuto soprattutto con le mie zie, in una casa dove ero l’unico maschio. I miei genitori erano già in Italia: mio padre dal 2003, da prima che io nascessi, e successivamente anche mia madre. Sapevo che il progetto era quello di raggiungerli, ma con il passare degli anni avevo cominciato quasi a non crederci più. Mia mamma mi mancava molto; con mio padre era diverso, perché non avendolo mai realmente conosciuto provavo più il desiderio di conoscerlo che una vera nostalgia. In Senegal mia mamma aveva un ristorante, mentre mio padre era insegnante d’arte e scultore e ha realizzato anche un monumento sulla Corniche di Dakar, vicino al mare. Ero orgoglioso di lui ancora prima di conoscerlo davvero. Solo crescendo ho capito meglio la scelta dei miei genitori: volevano costruire qualcosa di più e dare nuove possibilità alla nostra famiglia. In Senegal c’erano giorni in cui mi chiudevo in me stesso e piangevo senza dire a nessuno quello che provavo. Poi, il 1° agosto 2017, a 14 anni, sono arrivato definitivamente in Italia e tutto è cambiato, perché finalmente potevo vedere mamma e papà ogni giorno. La conoscenza con mio padre è stata abbastanza veloce: potevamo stare anche due o tre ore a parlare di tante cose e proprio attraverso quelle conversazioni abbiamo imparato a conoscerci. Mio padre era, ed è ancora oggi, un padre presente. Appena arrivato sono stato inserito nella terza D della scuola media Dante Alighieri. Il primo sentimento che ricordo è l’ansia: era tutto nuovo e non conoscevo assolutamente l’italiano. Sono riuscito comunque a fare qualche amicizia, ma inserirsi è stato difficile. Ero permaloso, un po’ chiuso di carattere e avevo una certa tendenza all’isolamento. Oggi penso anche che avrei potuto fare di più per farmi coinvolgere, ma in quel momento la fatica maggiore era trovare un modo per stare con i compagni. Nel laboratorio di facilitazione linguistica, invece, stavo benissimo: aspettavo sempre quel momento perché lì riuscivo a parlare, ridere, divertirmi ed essere più socievole. Da quella esperienza ho capito quanto sia importante il coinvolgimento della classe. A scuola si passano sei ore o più al giorno e, se proprio lì non riesci a costruire un rapporto con gli altri, rischi di sentirti escluso e di chiuderti sempre di più. Io avevo imparato in Senegal anche a difendermi: lì, se non sai mostrare i denti, rischi di diventare il ragazzo bullizzato dal quartiere o dalla scuola, e questa cosa mi ha aiutato a non farmi travolgere completamente dalla situazione. Resto però convinto che, per un ragazzo appena arrivato, il sostegno dei compagni sia fondamentale. Non significa per forza diventare amici: basta avere attenzione per quella persona, aiutarla e farle capire che c’è spazio anche per lei. Dopo la terza media è arrivata un’altra difficoltà: scegliere la scuola superiore. Ero in Italia da meno di un anno e non sapevo come funzionasse il sistema, quando presentarmi, come iscrivermi o come orientarmi. Alla fine ho iniziato un indirizzo da geometra, ma la lingua era ancora un ostacolo enorme. Dopo circa tre mesi riuscivo già a dire qualche parola e a esprimermi un po’, ma non avevo ancora un livello di comprensione sufficiente per affrontare bene quel percorso. Ho fatto quindi un anno da geometra e poi, parlandone con i miei genitori, ho cambiato strada. Sono passato al Bernocchi, un istituto tecnico che pensavo fosse più pratico che teorico, anche se poi si è rivelato molto più teorico di quanto mi aspettassi. Lì ho frequentato dalla seconda alla quinta superiore e mi sono diplomato nel 2024. Con il tempo la scuola è andata sempre meglio, ho avuto buoni voti e, dopo la seconda superiore, ho persino iniziato a rimpiangere di aver lasciato il percorso precedente, perché mi sono reso conto che forse avrei potuto farcela. Dopo il diploma ho iniziato a lavorare. Prima sono stato vicino a Saronno nel settore tessile, anche come caporeparto, mentre oggi lavoro vicino a Turate in un’azienda che si occupa di trasformatori per barche e yacht. Non ho però rinunciato al progetto di continuare a studiare: voglio iscrivermi all’università e studiare Architettura. Non l’ho fatto subito dopo il diploma soprattutto per una ragione economica, perché non volevo scaricare tutte le spese sui miei genitori. Ho preferito lavorare, guadagnare e provare a finanziarmi da solo gli studi e le mie spese. Penso di avere l’età per farlo e che sia giusto così. Se penso a cosa la mia esperienza possa dire agli insegnanti, non credo di poter insegnare loro qualcosa: sono ancora giovane e ho molto da imparare. Però conosco alcune delle difficoltà che incontra un ragazzo che arriva da un altro Paese. Integrarsi è difficile, è difficile fidarsi quando non conosci nessuno ed è difficile capire come comportarsi in un ambiente nuovo. So anche che il lavoro dei professori non è facile, ma vorrei che ricordassero soprattutto una cosa: non bisogna dare tutto per scontato. Un ragazzo che non capisce non necessariamente “lo fa apposta” e non significa che “non ci arriva”. Chi arriva da fuori porta con sé studi diversi, una lingua diversa, una mentalità diversa e modi di pensare diversi. Per questo bisogna ascoltare i bisogni reali, non i capricci, ma le difficoltà legate alla lingua, al lessico, allo studio e alla comprensione. Per un insegnante una frase può essere semplicissima; per uno studente appena arrivato, invece, nella testa succede molto di più: deve ascoltare, tradurre, capire il significato e nello stesso tempo interpretare il contesto. È un processo difficile. Per questo credo soprattutto in una cosa: dare tempo ai ragazzi, lasciare loro uno spazio per capire, metabolizzare il nuovo ambiente e trovare il proprio posto. Perché dietro una parola non capita, un silenzio o una difficoltà scolastica può esserci molto di più: una nuova lingua, un nuovo Paese, una famiglia da conoscere davvero, una classe in cui inserirsi e un futuro da imparare a scegliere.



