«Tutto l’amore che prendi un giorno lo ridai» – Intervista a DANIEL ZACCARO

a cura di Paola Navotti
Nato nel 1992, Daniel Zaccaro[1] cresce a Quarto Oggiaro (nella periferia nord di Milano), in una famiglia segnata da difficoltà economiche e ricorrenti episodi di aggressività da parte del padre. A 10 anni l’Inter lo convoca nelle giovanili, ma quell’ambiente era così ipercompetitivo e così pressanti erano le aspettative del padre, che Daniel non riesce a dare il meglio di sé e dopo un anno viene scartato. Continua a giocare in altre squadre, ma senza l’entusiasmo di un tempo, anche perché il padre continua a rinfacciargli di aver perso l’occasione della vita. Alle scuole medie comincia a collezionare sospensioni e alle superiori iniziano i piccoli furti e poi le rapine in banca (tre in totale). Il 2 marzo 2010, due giorni prima di compiere 18 anni, viene arrestato e portato al carcere minorile Beccaria. Qui sconta 5 mesi, finché arriva la condanna a 2 anni e 6 mesi da scontare in comunità: in una di Varese, da dove scappa più volte; poi ad Arezzo, dove rimane solo due giorni perché scappa anche da lì. Una decina di giorni di latitanza e i carabinieri lo vanno a riprendere a casa. Rientra al Beccaria. Per le sue intemperanze disciplinari viene trasferito in vari istituti penitenziari – Catania, Bologna e Bari – dove si susseguono risse con gli altri detenuti. Torna al Beccaria e dopo soli 2 giorni finisce in isolamento. La sua educatrice ha un’intuizione geniale: invece che farlo trasferire per l’ennesima volta, decide di responsabilizzarlo offrendogli piccoli lavori di manutenzione all’interno dell’istituto. Questa possibilità inaspettata di lavorare consente a Daniel di cominciare a cambiare rotta: tra le altre cose, intensifica i rapporti con la psicologa e diventa un fervido lettore.
Finché, ad una partita di calcio tra gli studenti di un liceo milanese e i ragazzi detenuti – in cui Daniel fa doppietta e porta la squadra alla vittoria – il cappellano del Beccaria don Claudio Burgio lo avvicina e, dicendogli di avere calcisticamente bisogno di lui, gli propone di entrare nella sua comunità Kayros. Qui Daniel, ormai ventenne, entra in regime di affidamento in prova. Scopre che si può fidare degli adulti e che esiste un mondo fuori da quello di Quarto Oggiaro. A Kayros finisce di scontare la pena (circa 1 anno e mezzo) e poi torna a casa. Non ha però un lavoro e passa due mesi a fare serata con il suo vecchio compagno di rapine. Basta una rissa e la conseguente denuncia che Daniel viene arrestato di nuovo e condannato a 1 anno e 8 mesi di reclusione. Ormai ha 22 anni e viene mandato nel carcere di San Vittore, dove sconta 6 mesi di detenzione durissima (tra depressione e un episodio di pestaggio pesante da parte degli agenti penitenziari) finché incontra Fiorella, insegnante di lettere in pensione all’epoca volontaria in carcere. Fiorella vede in Daniel una possibilità di rinascita e lo incoraggia a riprendere gli studi. Daniel accetta e, quando viene acconsentito il suo trasferimento da San Vittore a Kayros, si iscrive alla scuola serale: in un anno recupera quarta e quinta liceo e si diploma con ottimi voti. Ottiene una borsa di studio e si iscrive all’Università Cattolica: 3 anni dopo, nel 2020, si laurea in Scienze dell’educazione.
Da allora Daniel lavora come educatore a Kayros, seguendo ragazzi sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Proprio qui, nel suo posto di lavoro, lo incontriamo. A ridosso dell’uscita al cinema di un film sulla sua storia: “Figli perduti” (diretto da Lorenzo Maria Chierici. Con Matteo Oscar Giuggioli e Alessandro Gassmann).
Daniel, guardando a tutta la tua storia, oggi tu chi sei… con quale aggettivo ti definiresti?
Responsabile, cioè – come in effetti dice questa parola – abile a rispondere. Sia per la mia storia, sia per la mia esperienza lavorativa, io mi sento chiamato a rispondere a chi ha un passato simile al mio. Anche se rimango in una posizione di scoperta, molte certezze in più di prima le ho e la responsabilità che sento è quella di trasmettere ciò che ho imparato a tutti i ragazzi che incontro. Perché io sono in debito con la vita.
Su cosa si fonda per te l’educazione? Come affronti oggi un ragazzo che viene dal tuo stesso passato?
Cercando di non farmi ingabbiare dagli schemi, dalla prima impressione. A seconda di come un ragazzo è vestito o da come parla, lo schema che sta in agguato è inquadrarlo subito come “tossicone”, o psichiatrico, o mafiosetto. E fermarsi lì. Ma ogni ragazzo è molto di più: è unico e originale, cioè è tutto da scoprire. Ecco, io cerco di andare oltre lo stereotipo che posso avere in testa, guardando ogni ragazzo come qualcuno da conoscere. Per questo, tra le prime domande che faccio ai nuovi ospiti della comunità, ce ne sono sempre molte che riguardano gli interessi, le passioni. Sento il bisogno di capire qual è il talento di ognuno: un talento a volte nascosto, a volte umiliato. Umiliato a tal punto da scomparire tra le cose che non hanno funzionato, che hanno fallito. Per questo serve venire in comunità.

Lavori a Kayros con ragazzi che, come te all’epoca, hanno avuto problemi con la giustizia. Come fai tu a “scommettere” sulla bontà di chi oggi educhi e che, stando solo ai fatti, non meriterebbe nessuna fiducia?
Deve essere una scommessa gratuita, cioè slegata dalla dinamica per cui o si vince o si perde. D’altra parte sono così tutti gli incontri umani, dove non è che si vince o si perde, ma si riparte ogni volta. Tanto più con i miei ragazzi, spesso abituati ad essere traditi da chi hanno intorno, io so che la mia fiducia può essere tradita, ma non è questo a fare la differenza. Mi spiego con un esempio. Agli inizi di settembre ho iscritto due ragazzi in prima superiore, anche se ho elementi per temere che non abbiano la concentrazione necessaria per studiare, che non riescano a stare fermi in aula, che la scuola potrebbe espellerli. Ma se accadesse un imprevisto per cui si innamorassero di qualcosa? Ecco, io voglio lasciare spazio a questo imprevisto. In tal senso ho scommesso su di loro, anche investendo del denaro.
Io credo che nell’adolescenza di chiunque, tanto più in quella dei miei ragazzi, non esista un solo progetto, ma un percorso nel quale noi educatori posiamo osservare dove un ragazzo sbaglia di più, ma anche che cosa non gli piace. E questo diventa un prezioso indizio per proseguire. Non si tratta di una visione pessimistica, ma realistica: noi educatori dobbiamo sempre essere pronti con un piano b e c.
Non solo. I ragazzi devono fare esperienza dell’errore: non tramite la paura, ma provando sulla pelle le conseguenze delle loro scelte. Il rischio di tanti adulti invece è sostituirsi a queste decisioni, ma così i ragazzi non diventano autonomi, cioè non imparano a prendere decisioni con uno spirito critico. Ecco perché il mio desiderio più grande è che un ragazzo esca dalla comunità libero: non appena libero di, ma libero da. Libero da tutto ciò che fino a quel momento gli ha impedito di scegliere davvero.
La volontaria Fiorella, don Claudio, gli altri educatori di Kayros: cosa hanno fatto concretamente per correggerti? Cosa vuol dire correggere, come fai tu a correggere?
Ci vogliono libertà e responsabilità, le due parole che sintetizzano il metodo di Kayros. Non è che un ragazzo cresce solo se rispetta le regole, se riesce ad obbedire. Un ragazzo cresce quando sa scegliere libero da tutti i condizionamenti: compresa la parola dell’adulto, che non può essere l’unica ragione di una scelta. Il cambiamento viene per metà da quanto un ragazzo si fida dell’adulto, per metà da quanto un ragazzo decide di cambiare. Ci si salva un po’ insieme, mi verrebbe da dire. Per questo a Kayros ci sono poche regole, e quelle che ci sono le stabiliamo insieme con i ragazzi.
Mi spiego di nuovo con un esempio. Qualche sera fa due ragazzi si sono azzuffati e hanno spaccato la porta del mio ufficio, cioè la stanza in cui lavora l’educatore responsabile della loro casa [la comunità Kayros comprende 7 case, ognuna delle quali ha il proprio educatore responsabile]. Quando la mattina sono arrivato e ho trovato la porta rotta, dopo aver convocato i diretti responsabili, ho parlato a tutti: voi dove eravate? Perché non siete intervenuti? Perché non avete preso posizione? In casa propria si fa finta di niente? Se fuori di qui assisteste a una scena simile, magari contro una persona anziché contro una porta, cosa fareste… vi girereste dall’altra parte o interverreste? Con queste domande ho provato cioè a creare una responsabilità collettiva che impegnasse tutti quanti a riflettere su cosa significhi la vita comune. E, in effetti, tutti i ragazzi sono poi andati a parlare con chi aveva spaccato la porta.
Voglio dire in sostanza che per correggere non basta concentrarsi su chi è bullo, né su chi è la vittima, ma soprattutto su chi sta intorno, che gioca il ruolo più importante.
Per correggere un ragazzo è necessario provocare la sua coscienza, richiamandolo a qualcosa di molto più grande di un singolo episodio. La comunità fa questo.
Guardando alla maggior parte delle carceri italiane, emerge un’anima punitiva più che correttiva. Se potessi cambiare le cose, tu cosa faresti?
Nel momento in cui nessuno riesce a rispondere al tuo malessere e alle azioni che ne conseguono, ci deve essere qualcosa che ti ferma prima che tu ti faccia del male o lo faccia ad altri: per questo io credo che il carcere sia un luogo necessario. Il punto è come viene applicato: pene troppo lunghe rispetto ai reati e, soprattutto, pene non rieducative, tanto che la maggior parte dei detenuti passa il tempo a letto davanti alla tv. Eliminare il luogo carcere secondo me non sarebbe giusto; sarebbe invece giusto che diventasse un luogo rieducativo, riparativo di un’umanità ferita spesso gravemente. Il carcere dovrebbe essere una comunità, un luogo dove, vedendo chi è riuscito a passare dal nero al bianco, una persona scegliesse di fare lo stesso passaggio.
Anche pensando alla mia storia, senza l’esperienza del carcere io non avrei conosciuto quella solitudine e quel dolore da cui poi è nato il mio desiderio di riscatto, di rinascita. E sempre in carcere ho incontrato qualcuno che mi ha fatto intravedere la possibilità di cambiare. Far vedere questa possibilità dovrebbe essere lo scopo di ogni istituto carcerario.
Da questo punto di vista, anche il ruolo della polizia penitenziaria andrebbe rivisto: come presenza educativa, non appena “contenitiva”. Anche perché, mai come in questi tempi ogni ragazzo misura la coerenza di un adulto a prescindere dal rispetto che il ruolo (di insegnante, di educatore, o di padre) imporrebbe. Un ragazzo vuole vedere se un adulto è all’altezza del suo nome. Mi dici che sono bugiardo? Fammi vedere come tu adulto sei sincero! Mi dici di non buttare via la vita? Smettila innanzitutto tu adulto di lamentarti sempre di tutto, dimmi in cosa credi! A 14 anni un ragazzo non ha bisogno di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, lo sa già. Ha bisogno invece di presenze vere, credibili soprattutto nel far vedere che la felicità non sta nell’assenza di problemi. La felicità sta nelle relazioni umane.
A pensare al mondo in cui viviamo, nel quale gli uomini più potenti della terra si fanno le guerre, io credo che questo bisogno sia più acuto e drammatico che mai.

Nella tua tesi di laurea hai deciso di approfondire il rapporto tra padre e figlio nell’Odissea: perché? Tra Ulisse e Telemaco, in chi ti sei immedesimato? E in chi ti immedesimi oggi?
In entrambi. In Telemaco perché è tutta la vita che cerco un padre e perché, come lui, sono diventato grande quando ho preso posizione. Per gli antichi greci l’età adulta coincideva con il momento in cui per la prima volta si parlava in pubblico e Telemaco fa proprio così (come si vede bene nel recente film diretto da Christofer Nolan): ad un certo punto smette di lamentarsi con la madre e dice ai Proci quanto ha da dire. Quello è il momento in cui tutti capiscono che Telemaco è diventato grande: è riuscito ad attirare l’attenzione prendendo una posizione pubblica. Un po’ come quando, nelle riunioni qui a Kayros, sproniamo i ragazzi a dire i loro problemi: raccontare, cioè prendere una posizione rispetto al proprio passato, li fa diventare adulti.
Mi immedesimo anche in Ulisse, per tutto ciò che ho cercato di combattere e che ancora oggi continuo a combattere per gli altri. Ma soprattutto mi immedesimo in Atena, la grande figura pedagogica dell’Odissea: colei che intercede con Zeus perché aiuti Ulisse a liberarsi da Calipso; e che in sogno sprona Telemaco a tornare a casa per proteggere madre e patria senza continuare a lamentarsi.
Cosa vuol dire fare pace con un passato doloroso? Cosa vuol dire oggi per te essere in pace?
Eudaimonia non a caso mi sono fatto tatuare sul collo: è la parola greca che esprime la felicità di una persona che fiorisce, non appena che sta bene. Significa saper governare i propri limiti, il proprio buio, e guardare al passato non come una sentenza, ma come una lezione. Il passato è per me come una foto, da tenere in tasca perché può servire a ricordarmi come ero prima. Ma se si ha paura di soffrire, il passato non è utile. Senza sofferenza infatti non si può capire la vita, anche perchè non esiste nessuno che non soffra, che non abbia una ferita aperta. Non avere paura di guardare il dolore delle proprie ferite è l’unico modo per attraversarle.
Mi torna in mente il mio tema della maturità, dove parlando della “Lettera al padre” di Franz Kafka, avevo terminato il testo con un verso tratto dalla canzone “Ci parliamo da grandi” di Eros Ramazzotti: «tutto l’amore che prendi un giorno lo ridai». È proprio così.


