E dopo i primi 1000 giorni di vita…? – Intervista a SUSANNA MANTOVANI

a cura di Paola Navotti
Nei primi anni di vita si concentrano passaggi decisivi per la crescita, ma non tutte le bambine e i bambini hanno le stesse opportunità educative. Il tema chiama in causa non soltanto l’organizzazione dei servizi, ma il modo in cui una città riconosce concretamente i diritti dell’infanzia e costruisce le condizioni perché possano essere esercitati. Tutto ciò riguarda molto da vicino Susanna Mantovani: professoressa onoraria del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca; e, da ottobre 2025 con durata quinquennale, Garante dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza del Comune di Milano. Un incarico con un obiettivo non da poco: interrogarsi su come le politiche pubbliche intercettano le disuguaglianze, su quanto i servizi riescano a raggiungere chi ne rimane ai margini, e se di ciò tengano conto le trasformazioni urbane.
Paripasso per crescere insieme (progetto nazionale promosso da Impresa Sociale Con I Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, e con capofila Stripes Coop) prova a intervenire proprio su questo: non solo offrire servizi, ma interrogarsi su ciò che rende possibile l’esperienza educativa nei primi anni di vita.
Insieme a Susanna Mantovani si è parlato di tutto questo nella 2° edizione del festival Culture Link[1]. A partire da una profonda convinzione: da soli non si va da nessuna parte.
Quali effetti hanno sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale del bambino le condizioni di crescita nei primi 1000 giorni di vita?
La plasticità dello sviluppo non si esaurisce nei primi 1000 giorni, perché c’è sempre la possibilità di cambiare e di sviluppare nuove competenze. È però altrettanto vero che, se si parte bene, lo sviluppo ha molte più possibilità di essere equilibrato e soddisfacente. Teniamo conto che non esiste un unico modo di “partire bene”: ogni contesto contribuisce a sviluppare determinate potenzialità.
Ecco, ciò per dire che è vero che dei primi 1000 giorni di vita oggi si parla molto, ma talvolta in modo generico. In tanti anni di lavoro, per esempio, non ho mai incontrato genitori che non desiderassero fare il meglio per i propri figli. Il problema è riuscirci, perché non è affatto semplice. Per questo eviterei di drammatizzare o di trasformare i primi 1000 giorni in una sorta di periodo decisivo oltre il quale tutto sarebbe compromesso.
Piuttosto, oggi sappiamo sempre di più sulle possibilità che questa fase offre. Io leggerei quindi il tema soprattutto in positivo: partire bene significa mettere il bambino nelle condizioni di sviluppare al meglio le proprie potenzialità. È un approccio che ritroviamo in diversi studi sullo sviluppo della prima infanzia, come per esempio documenta il rapporto Starting Strong dell’OCSE.
Certamente nei primi 1000 giorni avvengono passaggi fondamentali: si impara a camminare, a parlare, ad alimentarsi, a comunicare con gli altri, ad entrare in contatto con una o più lingue. Sono competenze che diamo quasi per scontate, ma sono enormi, perché danno avvio a processi fondamentali per la sopravvivenza, oltre che per la relazione con il mondo.

In alcune aree particolarmente fragili della Lombardia, Campania e Lazio, il progetto Paripasso ha attivato all’interno di alcune strutture scolastiche poli multiservizio dedicati ai primi 1.000 giorni. Oltre a portare queste opportunità dentro le scuole, che cosa può rendere davvero accessibile un servizio per l’infanzia?
L’accessibilità è un tema molto discusso, anche alla luce dei recenti interventi sui regolamenti dei servizi per l’infanzia. Ma cosa significa rendere un servizio davvero accessibile? Non è detto, infatti, che un servizio formalmente accessibile sia necessariamente raggiunto dalle famiglie che ne avrebbero maggiore bisogno.
Pensiamo ai servizi per la prima infanzia: storicamente sono nati per rispondere soprattutto alla necessità per le donne di lavorare, pur avendo figli molto piccoli. Oggi questa impostazione mostra alcuni limiti, perché il fatto che una madre non lavori non significa necessariamente che non abbia bisogno di un servizio educativo, o che il bambino non possa trarre beneficio dalle esperienze che quel servizio offre. Al contrario, ci sono famiglie in cui proprio l’assenza del lavoro può coincidere con una maggiore solitudine e con una rete sociale più fragile. Una madre che non lavora può avere meno occasioni di incontro con altre persone, meno possibilità di confrontarsi con altri genitori, di scambiarsi esperienze e di costruire una rete. In questi casi, il servizio educativo non dovrebbe essere pensato soltanto come una risposta alla necessità di conciliare lavoro e cura, ma anche come un’opportunità di crescita e di relazione per il bambino e per la famiglia.
Non solo. I servizi per la prima infanzia sono distribuiti in modo diverso sui territori e quelli di maggiore qualità, soprattutto nelle aree urbane, rischiano di essere utilizzati maggiormente dalle famiglie che possiedono già strumenti per conoscerli, sceglierli e raggiungerli. A questo si aggiunge talvolta la difficoltà a lasciare il bambino molto presto: come sappiamo, può capitare che lo si iscriva al nido, ma si faccia poi fatica, per ragioni diverse, a portarlo effettivamente.
Per questo il tema dell’accessibilità, che l’Europa considera uno degli elementi della qualità dei servizi educativi, va probabilmente ripensato in modo più ampio. Non può essere soltanto una questione di posti disponibili o di regole di accesso: deve diventare un concetto multiforme, che tenga conto delle caratteristiche delle famiglie, delle loro condizioni e dei diversi territori.
Proprio sulle diversità dei territori: Milano concentra numerose opportunità e servizi, ma anche forti differenze tra quartieri. Quali disuguaglianze maggiormente incidono?
C’è sicuramente un aspetto economico, ma c’è anche un’altra forma di fragilità, che è quella dell’isolamento. La crescita di un bambino è innanzitutto data dalle relazioni, e non soltanto all’interno della famiglia: c’è bisogno di una rete sociale più ampia. Le famiglie più povere spesso hanno meno possibilità di costruire questa rete e, in molti casi, si tratta di famiglie di origine non italiana. Evidentemente non mi riferisco a chi arriva da un contesto privilegiato, come può essere la famiglia di diplomatici o professionisti che lavorano in imprese internazionali, ma a situazioni in cui l’immigrazione coincide con una condizione di isolamento sociale.
A questo si aggiunge il tema dei valori e delle tradizioni che ci portiamo dietro. Pensiamo a quanto stiano cambiando rapidamente i ruoli all’interno della famiglia: per esempio a quanto oggi, rispetto a 50 anni fa, i padri siano molto più presenti nella quotidianità dei figli. Ecco, questo è uno di quei cambiamenti che dovremmo sottolineare e valorizzare di più.
Oppure pensiamo a quanti dubbi ci sono sul fatto che i bambini piccoli possano avere un’educazione ricca e relazioni significative anche fuori casa: non tutti i bambini crescono nello stesso modo e con gli stessi tempi, ma avere più persone che li osservano è una ricchezza. Significa che più persone possono coglierne potenzialità e difficoltà e, quindi, accompagnarne il percorso.
Non si cresce un bambino da soli. E la responsabilità della crescita non può ricadere in modo prevalente – a volte quasi solitario – sulla famiglia. Anche perché le famiglie di oggi sono molto diverse da quelle di un tempo: le generazioni vivono meno insieme e sono anagraficamente più distaccate; inoltre sono venuti meno molti di quei contesti spontanei che facilitano gli incontri, le frequentazioni, le relazioni.
Ecco perché i luoghi in cui i bambini crescono (servizi educativi, scuola, spazi di socialità) possono diventare anche occasioni preziose di incontro tra famiglie. E contribuire così a ricostruire quella rete di relazioni di cui ha bisogno chiunque si occupi di far crescere qualcuno. Come in effetti ha mostrato il progetto Paripasso.
Quali domande le istituzioni (non solo pubbliche, ma anche no profit) dovrebbero imparare a porsi prima di progettare un servizio educativo?
Non possiamo sapere con certezza per quanto tempo ci sarà una determinata domanda di servizi, né possiamo dare per scontato che i genitori continuino ad avere figli o li abbiano alla stessa età. È cioè molto difficile progettare oggi un servizio pensando che tra dieci anni la situazione sarà la stessa. Pensiamo, tornando un bel po’ indietro nel tempo, alla legge 1044 del 1971: a distanza di pochi anni, molti nidi aperti rimasero vuoti perché ci trovammo con una popolazione infantile molto diversa da quella prevista dalla legge.
Oggi poi entrano in gioco anche le regole: molti importanti aspetti inerenti la sicurezza e l’accessibilità hanno aumentato la nostra consapevolezza rispetto al passato; tuttavia, se queste regole diventano troppo rigide, rischiano di entrare in conflitto con l’interesse stesso dei bambini. Aspetti che contrastano con la flessibilità, anch’essa fattore di qualità. A volte, per esempio, le certificazioni richieste sono così precise da ridurre la possibilità di adattare i servizi alle situazioni concrete. Pensiamo solo alla progettazione degli spazi: è difficile immaginare un luogo che possa funzionare allo stesso modo per il nido, per la scuola dell’infanzia e per la primaria, sapendo che magari dopo dieci anni la popolazione di quella fascia d’età sarà completamente diversa. Non solo. I bambini cambiano molto rapidamente: passano dall’essere sdraiati a muoversi, ad esplorare in totale autonomia. La flessibilità non significa “fare le cose a caso”, ma progettare i luoghi d’infanzia in modo da poterli modificare e adattare a nuove esigenze, mantenendo qualità e sicurezza. È un equilibrio difficile prevedere il finanziamento di nuove strutture e, nello stesso tempo, anche la possibilità di ristrutturare spazi già esistenti. Eppure, in un’ottica di sostenibilità e di accessibilità, chiedersi come utilizzare e trasformare ciò che già abbiamo è fondamentale.
Lo stesso vale per l’apertura dei servizi. Un luogo può essere progettato come un hub, cioè come un punto di collegamento in cui le persone possano incontrarsi e trovare diverse opportunità, ma non basta che sia semplicemente “aperto”. L’apertura deve consentire alle persone di arrivare con libertà e scegliere di sentirsi parte di una relazione che continui nel tempo. Sono “luoghi terzi”. Con le famiglie che hanno maggiori difficoltà non basta accoglierle una volta: bisogna continuare a mantenere il contatto e a creare le condizioni perché possano incontrare servizi di qualità.
Spesso accade facilmente che siano soprattutto i genitori più informati e più attrezzati a utilizzare le opportunità migliori. Pensiamo alle famiglie immigrate: è importante che le madri possano imparare l’italiano, ma questo non può diventare l’unico criterio attraverso cui pensiamo alla loro partecipazione ai servizi. Prima di tutto è necessario accogliere con convinzione che tutte le famiglie e tutti i bambini sono una potenziale ricchezza, umana e culturale.
I servizi non dovrebbero “segregare” nessuno, ma creare occasioni di incontro tra persone e situazioni diverse. Sono profondamente convinta – grazie anche a molti anni nei quali ho conosciuto luoghi d’infanzia in molte parti del mondo – che offrire esperienze miste a tutte le bambine, a tutti i bambini e a tutte le loro famiglie, italiani o no, ricchi o poveri, significhi aiutare tutti a imparare a stare nel mondo di oggi. Per farlo, però, serve una regia molto delicata che accetti una sfida altrettanto precisa: riuscire a tenere insieme la cultura dei servizi educativi (fatta di qualità, competenze, regole e garanzie) con una grande capacità di flessibilità.
È una sfida bellissima.

[1] Culture Link, 10 ottobre 2026: “Progetto PARIPASSO, per crescere insieme”. Relatori: Dafne Guida (Pedagogista e Presidente di STRIPES Coop); Susanna Mantovani (Professoressa Onoraria del Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca); Marco Rossi-Doria (Presidente Impresa Sociale Con i bambini – in collegamento da remoto); Barbara Camocini (Professore Associato del Dipartimento di Design, Politecnico di Milano); Elena Giunta (Professore Aggiunto del Dipartimento di Design, Politecnico di Milano). Moderazione di Matteo Brognoli (Pedagogista e formatore Stripes Coop).
Cfr. www.culturelink.it

