Figlie e figli si nasce, caregiver si diventa – Intervista ad ALBA BONETTI

© A. Bonetti

a cura di Rebecca Conti

 

L’Italia invecchia, ma è ancora impreparata ad affrontare la crescita della non autosufficienza. A farsene carico sono soprattutto le famiglie, spesso sole e senza un’adeguata preparazione. In Un cerchio di ciliegie. Comfort book per chi accudisce persone anziane, (ed. Tralerighe 2025) Alba Bonetti, coach e formatrice sul tema della cura degli anziani, racconta il caregiving come un passaggio di vita intenso, che interroga i nostri legami, la nostra coscienza e il rapporto che abbiamo con la morte.

 

Siamo davvero pronti, come società, all’invecchiamento della popolazione?
Decisamente no. Da una parte, la medicina, la farmacologia e le nuove soluzioni diagnostiche e chirurgiche permettono a sempre più persone di vivere oltre i novant’anni. Dall’altra, la programmazione delle politiche sociali e l’offerta di servizi a domicilio arrancano. Abbiamo infatti un numero molto alto di anziani non autosufficienti e i posti nelle RSA , a confronto, sono una quota piccolissima. La maggior parte delle persone viene quindi assistita a casa, dai familiari o dagli amici e l’assistenza domiciliare specialistica copre soltanto una minima parte dei bisogni. Il problema non è quindi solo quello dell’assistenza sanitaria, ma tutto ciò che riguarda la persona, dall’alimentazione alle sue relazioni.
Le famiglie spesso non sono preparate e per questo non possiamo colpevolizzarle: è la prima volta che il mondo occidentale si confronta con un fenomeno di queste dimensioni, siamo in ciò una generazione pioniera. Inoltre, si tratta spesso di una vecchiaia cronica, caratterizzata da una fragilità progressiva e la presenza di pluripatologie. Cronicità significa non solo che una condizione dura a lungo, ma che non è destinata a risolversi e può solo peggiorare. Tutto questo trasforma profondamente il rapporto con la vecchiaia.
Nella nostra cultura poi, il declino cognitivo fa particolarmente paura e di fronte ai primi segnali tendiamo a negare o minimizzare con frasi tipo: «La mamma è sempre stata un po’ svampita» oppure «Cosa vuoi che sia se lascia acceso il gas?».

 

E quando la famiglia non accetta il cambiamento?
Può succedere che, poco alla volta, si interrompano le relazioni sociali. Se penso che mia madre «non è più lei», magari smetto di portarla fuori o evito di invitare persone a casa perché mi vergogno del suo comportamento. Senza accorgercene, rischiamo così di creare un vuoto relazionale, tanto per chi accudisce quanto per chi viene accudito.
Tendiamo a pensare che, quando le funzioni cognitive si deteriorano, non resti molto altro. In realtà, anche una persona anziana con una malattia neurodegenerativa conserva capacità e, soprattutto, un grande bisogno di relazione. È doloroso vivere un rapporto che non funziona più come prima, ma possiamo provare a trovare altri modi per viverlo: proprio perché siamo una generazione pioniera, abbiamo molto da imparare.

 

Perché il caregiving è spesso un compito così doloroso?
La vecchiaia dei nostri genitori finisce per interrogarci sulla nostra stessa esistenza: chi si occuperà di me? Come sarò quando invecchierò? Chi ci sarà? Sono domande inevitabili. Eppure, anche in questa fase, possiamo imparare nuove modalità di voler bene. Non nasciamo caregiver e non tutti possono, o vogliono, assumersi questo compito nello stesso modo, è importante non giudicare le scelte personali. La relazione che abbiamo avuto con i nostri genitori poi influenza certamente il modo in cui ci avviciniamo alla cura, ma non lo determina meccanicamente. Le famiglie sono infatti una ricchezza inesauribile di affetti, passioni, contrasti e conflitti e la vecchiaia è il pettine a cui arrivano tutti questi nodi. L’anzianità dei nostri genitori ci ricorda che la vita ha un termine e a questo non siamo per nulla abituati poiché la nostra cultura ha progressivamente espulso la morte dal discorso pubblico. Anche il linguaggio quotidiano alimenta l’illusione dell’immortalità: diciamo che una persona «se n’è andata», che «l’abbiamo persa», oppure che «non ce l’ha fatta». Quest’ultima espressione trasforma la morte quasi in una questione agonistica, quasi alludendo al fatto che  la persona avrebbe potuto “impegnarsi” di più. La morte, invece, è parte della vita. Dimenticarlo o ignorarlo è fonte di grandi angosce.

 

Qui entra spesso in gioco il senso di colpa…
Sì, ma è importante distinguere. C’è un senso di colpa legato al passato, che nasce dalla domanda: «Cosa avrei potuto fare e non ho fatto quando i miei genitori erano adulti?». Si può arrivare così a pensare di dover recuperare il tempo perduto, dedicandosi completamente a loro e vivere nella convinzione che questa dedizione non è mai sufficiente.
C’è poi un’altra esperienza che chiamiamo senso di colpa, ma nasce invece dal dolore che ci provoca la sofferenza delle persone che amiamo. In questo caso parlerei piuttosto di impotenza: quella tristezza che proviamo quando qualcuno a cui vogliamo bene sta male e non possiamo porvi rimedio. Possiamo offrire vicinanza, affetto e comprensione, ma non cancellare la sofferenza delle persone care e mi pare che questa sensazione spesso venga vissuta come un senso di colpa.

 

A. Bonetti (a destra) e Patrizia Conforto a CultureLink © Pedagogika

Nel libro il tema della rete sembra avere un ruolo centrale. È questo il senso del “cerchio di ciliegie”? Lei ha potuto godere di questo cerchio?
Ho avuto una rete di sostegno professionale che, in parte, è diventata anche amicale. Ho lavorato per dieci anni in RSA e, durante quel periodo, ho imparato moltissimo dal confronto con medici, psicologi e altri professionisti.
Il libro nasce anche dal desiderio di incoraggiare soprattutto le caregiver, prevalentemente donne, a riflettere su ciò che vivono: il senso di colpa, ma anche l’ambivalenza: posso essere felice di accudire una persona che amo e, contemporaneamente, sentirmi imprigionata nella relazione di cura perché nessuno mi dà il cambio.
A volte costruiamo anche delle trappole relazionali. Se, ad esempio, credo che nessuno possa accudire mia madre o mio padre bene quanto me, delegare diventa sempre più difficile. Così, il rischio è quello dell’isolamento. La relazione stessa può invece essere spesso uno strumento di cura. Pensiamo ad una persona con demenza: contraddirla o correggerla continuamente mortifica la sua voglia di comunicare e la induce a chiudersi in sé stessa, mentre prendersi cura in modo appropriato significa entrare nel suo mondo. Se, per esempio, in quel momento si immagina in montagna, posso raggiungerla in quella dimensione e proseguire la conversazione finché ne ha voglia.
Così come facciamo fare esercizi in palestra alle persone che vivono in RSA, dovremmo infatti pensare anche a esercizi di relazione, per mantenere il più a lungo possibile il desiderio di comunicare. Per ultimo anche l’ambiente in cui vivono le persone anziane è un aspetto importante: quanto è adatta, per esempio, una televisione accesa tutto il giorno, magari su programmi che trasmettono continuamente cronaca nera, indagini e conflitti?

 

Come possiamo prepararci a tutto questo prima di sentirci sopraffatti?
Credo sia importante coltivare una nuova “pedagogia della vecchiaia”. La vecchiaia è l’unica fase della vita di cui non abbiamo storia né memoria diretta: possiamo ricordare l’infanzia e l’adolescenza, ma non sappiamo davvero cosa significhi invecchiare finché non lo viviamo. E soprattutto è una fase che spesso non raccontiamo e su cui non facciamo domande.
Quando chiediamo a un amico, a un familiare «Come stai?», di solito vogliamo sapere come si sente, quali sono i suoi desideri, le sue preoccupazioni. A una persona anziana, invece, spesso chiediamo come vanno i dolori, come se l’età cancellasse tutto il resto e rimanesse soltanto un corpo pieno di acciacchi. Questo significa anche perdere l’occasione di conoscere le storie di chi è venuto prima di noi; chissà quanti racconti avrebbero da condividere se solo li incoraggiassimo a farlo!

© iStock/dragana991

Serve poi molta informazione preventiva. Quando le fragilità si presentano, le persone spesso si muovono come palline da flipper tra servizi sociali, RSA, Comune e INPS, disorientate da una rete che, invece di sostenere, finisce per confondere. L’immaginario delle RSA è per esempio ancora molto legato a quello dell’ospizio, con anziani abbandonati in condizioni degradate.
Naturalmente esistono strutture diverse tra loro e bisogna essere informati, ma portare un anziano in RSA non vuol dire necessariamente abbandonarlo: può essere un contesto stimolante, in cui si recupera mobilità, si ritrova energia, si costruiscono relazioni e ci si innamora persino – sono tutte cose che ho visto accadere.
Inoltre, per altri passaggi della vita abbiamo la possibilità di prepararci (un bambino, ad esempio, arriva dopo nove mesi), mentre gli eventi legati alla vecchiaia possono arrivare improvvisamente. Credo quindi che sarebbe utile, ad esempio, creare piccoli gruppi di formazione e informazione, magari in biblioteca, nelle Case di comunità, in luoghi aperti alle persone.
Costruire un cerchio significa proprio questo: non lasciare soli i caregivers quando arriva il momento di prendersi cura di qualcuno, ma creare per tempo una rete di conoscenze, relazioni e strumenti a cui potersi rivolgere quando sarà necessario. Perché una cosa è certa: se non siamo già caregiver, lo diventeremo!


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