È la scuola che deve costruire il futuro

di Giancarla Codrignani
Politologa, giornalista, ex-parlamentare e femminista
Non c’è testo pedagogico, sociologico, giornalistico sulla scuola che non abbia registrato il nome di Vittorino da Feltre e il motto (mens sana in corpore sano) che gli viene attribuito e che è citazione dalla satira decima di Giovenale, nella quale primo obiettivo sono i devoti che pregano gli dei per ottenere denaro, potere, fama, lunga vita e bellezza: gente che non si rende conto di chiedere cose che non danno felicità, anzi portano alla rovina. Meglio accontentarsi nella Roma imperiale e chiedere semplicemente che ci sia concessa una mens sana in un corpus sanum: il corpo diventerà coraggioso, non per grandi conquiste militari o gare degne degli Olimpi: anche l’educazione fisica serve semplicemente a esigenze naturali, a vivere meglio.
Difficile spiegare oggi il valore attribuito a parole suggestive, prive di grandezza di visione e neppure così brillanti da essere fischiettate lungo la Via Sacra nei thermopolia profani. Ma a Roma i maestri potevano essere conosciuti, ma restavano schiavi. Le problematiche erano riservate agli ambienti umani di classe e se oggi nominiamo Orbilio, le “persone colte” lo sanno memorabile perché menava, ma non conosciamo alcun funzionamento né metodo delle scuole nella società romana e quale posto avevano nello Stato. Intuiamo che le ragazze studiavano, se lo storico Appiano ci racconta che Ortensia, figlia del grande avvocato Ortensio Ortalo, sostenne l’avvocatura nella causa intentata dalle matrone al governo, che aveva tassato i loro beni e sequestrato i gioielli, argomentando che non si capiva perché le donne dovessero pagare tasse se erano escluse dalla magistratura, dalle cariche e dalla politica. Il pregiudizio sessista riservava la mens e il corpus alla formazione autoritaria, alle strategie di potere e alla conservazione dei patrimonia, evidentemente in mano ai maschi. Poi, se la mens illuminata studiava i filosofi mentre solo i ragazzi “bene” andavano a fare il gran tour in Grecia, tutti sapevano che le ragazze con la cultura si arrangiavano e le famiglie erano d’accordo.

Vittorino da Feltre è il responsabile della diffusione del detto memorabile. Anche lui nobilissima figura di pensatore che dell’educazione ebbe una concezione assolutamente nuova: veniva dall’educazione medievale, quella di Dante, Petrarca, Boccaccio e le famiglie che potevano pagare un maestro facevano imparare ai figli a leggere, scrivere, far di conto (le elementari), in aggiunta il latino e le arti liberali (le medie), perfezionando via via trivio e quadrivio. Per diventare un notaio, un mercante, un ecclesiastico, un amministratore. Con Vittorino il salto è enorme: sotto la protezione di un nobile, Gonzaga è conosciuto come il primo nella storia che pensa alla “scuola di tutti”: formare un uomo non era tanto dare un mestiere, ma formare una personalità “umanistica”. Nobile decaduto aveva sperimentato personalmente la vita del precario, si era trasferito a Padova per fruire dell’Università (allora gratuita) dove almeno soddisfare la sete di sapere. I contenuti di quel motto-progetto gli nascono dalla realtà: la salus diventa la virtus sia della mente che del corpo. Per metodo l’essere umano andava disciplinato con rispetto e armonizzando le sue capacità: la mente e il corpo andavano ugualmente educati. L’educazione fisica non era né militare né sportiva: dava alla persona armonia integrale e “gioiosa” per l’anima che non conosceva scissione nel processo conoscitivo.
La realtà come rispose? Vittorino ha dimostrato che i princìpi, in questo caso pedagogici e sociali, vanno intesi come diritti per pratiche realizzabili. La possibilità di diventare migliori andava estesa a tutti: Vittorino se lo poteva permettere perché il suo padrone era d’accordo. Ma la società non poteva dare priorità all’istruzione e alla cultura di tutti se non poteva/voleva affrontare l’uguaglianza come diritto sociale. Restava il monito morale e le autorità si contentarono di ammirare quell’opera d’arte; non ci misero il vile denaro.
Infatti i valori piacciono, ma sono scomodi se si vuole tradurli in realtà. Se si parte dalla realtà, si comprende perché il riformismo è diventato una brutta parola: quando i valori si stancano di Platone, le società restano sconcertate se la storia chiede di passare all’opera; ma, causa i troppi ritardi, il futuro appare inedito e chi può, compresi i governi, rinvia. Il mantra di Vittorino resta suggestivo: resta oggettivamente vero, ma la storia avverte che l’educazione non può più essere la buona scuola di una volta perché la vita non è più la stessa.
Se non ci si accorge di essere entrati in un’altra epoca e non ci si chiede dove stiamo andando, la gente non sa di scegliere il caos e guarda stupita i figli (e gli alunni). Infatti, dopo il Rinascimento erano passate proposte radicali che rendevano nuova la storia. L’illuminismo comportò finalmente il risveglio della coscienza, perfino rivoluzionaria, del popolo che sentiva di poter accedere alle libertà borghesi e la promozione a “cittadino” gli venne dall’estensione al plebeo del servizio militare: se doveva diventare patriota, necessitava di più conoscenza.
L’Ottocento, nonostante restaurazioni e clericalizzazione, si trovò industrializzato e i problemi del lavoro erano diventati i problemi del lavoratore e l’affermazione della questione di classe.
In Italia l’unità nazionale dovette dare senso e sostanza all’amministrazione dello Stato e promuovere la scuola ormai pubblica. Ancor oggi menzioniamo i ministri Casati e Coppino che promossero e rinnovarono le leggi di un paese in larga parte ancora analfabeta. L’insegnamento ricevette ruoli, programmi, status sociale e gli insegnanti, socialmente rispettati, diventarono impiegati dello Stato. Fortunatamente i governi liberali si erano dati il compito di educare tutti gli italiani e italiane come condizione di progresso e competitività per il paese in cui le grandi disuguaglianze e la piaga stessa dell’analfabetismo persistevano, ma non potevano più segregare. Non significava che fosse finita la fame o il lavoro dei bambini nelle miniere: importava che, in teoria, tutti avrebbero potuto, anzi dovuto andare a scuola. E si incominciò a rielaborare una pedagogia del quotidiano, in fondo la vecchia mens in un nuovo corpus.
I principi tuttavia non si inverano senza fare i conti con la realtà. Che è quella di sempre: anche se a metà Ottocento la Lega per la pace e la libertà – il cui periodico si intitolava Le Etats Unis d’Europe prevedeva che, senza impegno generale di pace, la prossima guerra sarebbe stata “mondiale. I “pacifisti” fecero il loro mestiere, la Lega durò fino alla fine della Seconda guerra mondiale, anticipando la Società delle Nazioni e l’Onu, ma la profezia delle migliori competenze andò perduta. In realtà non solo i governanti si fidavano delle armi: anche chi frequentava le scuole finirà patriotticamente per correre volontario al reclutamento del 1914. E nel mondo rimpicciolito dopo la cosiddetta vittoria, i reali disastri prodotti dai costi della “grande” guerra, ebbero conseguenze fatali per la libertà: i cittadini impauriti scelsero il fascismo e la scuola fu asservita alla pedagogia fascista.
Intanto gli interessi di un capitalismo in espansione “portava la civiltà ai barbari” con il colonialismo che non risparmiava stragi di interi popoli per sfruttarne le risorse. Crebbe nel Sud del mondo la povertà, la fame, il lavoro coatto e le stesse missioni cristiane, confondendo la carità con la beneficenza, costruivano cattedrali estranee alla mens della gente del luogo, battezzavano i bambini e aprivano scuole per “convertire” le nuove generazioni. Gli Usa esercitavano il potere economico nel mondo, all’insegna della democrazia e dello stato di diritto.

La scuola è sempre stata dentro queste situazioni e il suo indirizzo restava “classico”, anche se il monito della buona salute della mente e del corpo ignorava, nella cultura scolastica, le trasformazioni dei contesti in cui lo scolaro programmava la propria vita. L’educazione oggi può assumere caratteri aggiornati, citare la psicanalisi, fare formazione, ma non si accorge che il quadro dei valori si evolve fuori dalle aule scolastiche senza che i bambini imparino che la mente li fa cittadini responsabili della “polis-mondo”, dotati di un corpo più bene educato che sportivo. Se oggi insegnanti desiderosi di fare bene il loro mestiere vogliono parlare con gli scolari (di ogni età) dei problemi affettivi, sessuali, comportamentali, devono (per volontà del Ministro dell’Istruzione e del merito, eliminato l’attributo “pubblica”) chiedere l’autorizzazione ai genitori. Naturalmente la scuola tacitamente esclude la politica nel suo significato di principio fondante l’alfabetizzazione.
I problemi ormai complessi di applicazione dei diritti – a partire dal prioritario diritto internazionale, ma anche dei diritti umani e delle Costituzioni – faticano ad essere condivisi da adulti e da ragazzi perché è scarsa l’abitudine a pensarli. Succede così che i ritardi culturali abbiano atteso lo spettro nucleare per trasformare il Ministero della Difesa della Guerra (sempre stata un valore) nel Ministero della Difesa, oggi sconfessato dalla politica del presidente degli Usa. Gli scolari vengono però educati allo stesso amor di patria dei ragazzi del Risorgimento se due giorni fa un bambino (7 anni) che la mamma incoraggiava a dirmi che cosa farà da grande, mi ha informato che «Io da grande farò l’ingegnere, l’astronauta e…. il soldato». Per lui evidentemente una bella cosa, ma da dove gli viene, nel 2026, in piena età informatica, quando la guerra è già satellitare o potrebbe cadere sotto strategie guidate dall’IA e invece in Ucraina e Russia è costata più di mezzo milione di morti come se fossimo ancora nel 1915-18?
La cultura si è distaccata dalla vita e dalle istituzioni e chi ha lunga esperienza sa che era possibile cinquant’anni fa imparare da persone che non avevano la licenza elementare, mentre oggi da un’assemblea di laureati non esce nulla di autentico. La società educa: è ancora scuola. I decenni che formano i secoli oggi si misurano con l’Intelligenza Artificiale, senza interrogativi su come l’ovvio succedersi delle generazioni abbia via via modificato il proprio rapporto pubblico con la cultura della gente (popolo? individui?). Il disastro del benessere, dei cellulari padroni, del dominio dei social, delle manifestazioni ormai violente accusano una società disturbata. Fortunatamente i tempi prospettano anche cambiamenti che consentono di sperare in un futuro più affidabile affidato ai nipoti. In una lettera inviata a un quotidiano, un nonno ha raccontato di aver chiesto alla nipotina: «Gioia, quella bimba di colore è in classe con te?». Gli ha risposto: «nonno, cosa vuol dire “di colore”, lei è Gilda, una mia amica». I problemi del “nero” o dell’“islamico” all’asilo sono così arcaici da non esistere più. Una lezione?

