Crescere? Non si smette mai

In occasione della 35° edizione della Giornata Mondiale della Salute Mentale (il 10 ottobre 2026), il festival CultureLink ha dedicato un convegno[1] (con crediti ECM) al disagio giovanile e alla salute mentale di preadolescenti e adolescenti. Tra i relatori, Marzia Targhettini.

 

© M. Targhettini

di Marzia Targhettini
Psicologa e psicoterapeuta a orientamento breve strategico, Tesoriere dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia

 

Quando parliamo di salute mentale dei giovani, tendiamo spesso a concentrarci su ciò che non funziona: la carenza di motivazione, le difficoltà scolastiche, l’incapacità di tollerare la frustrazione, l’uso continuo dello smartphone. È uno sguardo che rischia di descrivere le nuove generazioni attraverso le loro mancanze, senza interrogarci abbastanza sul mondo nel quale stanno crescendo e sulle responsabilità di noi adulti. La crescita prende forma attraverso le relazioni, le esperienze e gli ambienti che attraversiamo. Il nostro cervello è plastico: si modifica in relazione agli stimoli che riceve. Non possiamo quindi sottovalutare quanto le trasformazioni sociali e tecnologiche incidano sullo sviluppo degli adolescenti. Soprattutto, non possiamo comprenderli osservandoli come individui isolati: crescono dentro un sistema di relazioni del quale noi adulti siamo parte. Quando definiamo un ragazzo “fragile”, rischiamo di attribuirgli un’etichetta che condiziona il modo in cui gli altri lo guardano e, progressivamente, anche il modo in cui lui stesso si percepisce. Eppure, quel ragazzo non è soltanto fragile: possiede risorse e competenze che noi adulti dobbiamo aiutarlo a riconoscere e valorizzare.

 

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Crescere in un mondo incerto
Per comprendere le nuove generazioni dobbiamo innanzitutto chiederci quale mondo stiamo loro consegnando. Guerre, crisi climatica, incertezza economica: in tutto ciò immaginare il futuro è difficile per chiunque, anche per gli adulti. Molti adulti sono cresciuti esperendo che, finiti gli studi, sarebbe stato possibile trovare una strada e conquistare progressivamente la propria autonomia. Oggi questa prospettiva è molto meno riconoscibile. E se il futuro genera angoscia negli adulti, possiamo immaginare quanto pesi su chi dovrebbe iniziare a progettarlo. L’adolescenza è un’età di fioritura ma, come per le piante, è anche una stagione delicata: ci si separa gradualmente dalla famiglia, si sperimentano nuove relazioni e si cerca la propria identità. Un processo sempre complesso, che oggi si svolge in uno scenario particolarmente instabile. Anche gli adulti hanno perso molti punti di riferimento. Nel digitale, per esempio, sono spesso i ragazzi a conoscere meglio ambienti e linguaggi che noi fatichiamo a comprendere. Ci troviamo davanti a un paradosso: chiediamo agli adulti di orientare i giovani mentre essi stessi sono disorientati. Forse dobbiamo partire proprio da qui, accettando di non avere tutte le risposte e rendendoci disponibili a cercarle insieme. A qualsiasi età, infatti, mai si smette di crescere.

 

Il digitale è un ambiente di vita
Se per molti adulti, smartphone e social network sono strumenti per comunicare o informarsi, per gli adolescenti sono anche luoghi nei quali si intrecciano relazioni, si sperimentano appartenenze e si costruisce l’identità. È quindi poco utile contrapporre tecnologie buone a tecnologie cattive: dobbiamo invece cercare di comprenderne le dinamiche, senza demonizzarle né ignorarne i rischi.
I ragazzi possono avere un profilo social conosciuto dai genitori e altri riservati agli amici, utilizzare piattaforme differenti e comunicare attraverso linguaggi che agli adulti appaiono estranei. Ciò che dall’esterno sembra problematico può essere per loro un modo ordinario di stare in relazione. A noi tocca “solo” aiutarli a capire cosa il digitale rischia di sottrarre: la relazione umana. Quest’ultima non è fatta solo di parole e immagini, ma anche di presenza fisica, sguardi, gesti ed emozioni che si manifestano nel corpo. Uno schermo può rendere più semplice affrontare conversazioni difficili perché introduce una distanza emotiva, ma proprio quella distanza può rendere più complicato gestire situazioni analoghe faccia a faccia. Non si tratta quindi di contrapporre l’online alla presenza, ma di accompagnare i giovani a coltivare entrambe le dimensioni. E, tra le altre cose, a riconoscere i casi in cui il digitale può creare vulnerabilità. Basti pensare all’episodio di una figuraccia in classe: un tempo rimaneva tra i compagni; oggi può essere esteso a un pubblico potenzialmente illimitato. Per un adolescente impegnato a costruire la propria identità, il bisogno di controllare la propria immagine e ottenere approvazione può evidentemente diventare una pressione enorme.

 

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Non soltanto amore, ma comprensione
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 1 adolescente su 7 – tra i 10 e i 19 anni – convive con un disturbo mentale. Ansia, depressione e disturbi comportamentali sono tra le problematiche più diffuse. Molte difficoltà che si manifestano in età adulta cominciano a svilupparsi già durante l’adolescenza. Sono dati che richiedono attenzione, ma non possiamo limitare il dibattito alla descrizione dei disturbi e agli interventi quando il disagio è già conclamato. Dovremmo chiederci, prima di tutto, come costruire ambienti che sostengano il benessere dei giovani.
Alcune indicazioni arrivano dai ragazzi stessi. Come Ordine degli Psicologi della Lombardia abbiamo sostenuto il Paranoia Festival, iniziativa nata dai giovani e rivolta ai giovani, durante la quale è stata presentata una ricerca sull’identità e sul rapporto con gli adulti. Un elemento mi ha colpito particolarmente: i ragazzi non chiedono soltanto di essere amati, ma di essere compresi. Percepiscono l’affetto dei genitori, ma spesso non si sentono davvero ascoltati. Vorrebbero raccontare le proprie esperienze senza che vengano subito interpretate attraverso le aspettative degli adulti; parlare di futuro senza ricevere immediatamente una direzione da seguire. Il gruppo dei pari, spesso incontrato anche online, diventa così un riferimento centrale, mentre il dialogo con gli adulti può risultare più difficile. Tre parole possono orientare il nostro lavoro: riconoscimento, fiducia e spazio. Riconoscimento significa vedere un ragazzo nella sua interezza, non solo nelle sue difficoltà. Fiducia significa permettergli di assumersi responsabilità. Spazio significa offrirgli luoghi e occasioni per esprimersi, sperimentare e anche sbagliare.

 

Proteggere non significa impedire di sbagliare
Nel lavoro con i giovani incontro spesso ragazzi terrorizzati dall’errore: vivono un brutto voto, una scelta sbagliata o un insuccesso come la prova della propria inadeguatezza. Eppure sbagliare è parte dell’apprendimento. Sperimentando incontriamo ostacoli, correggiamo le nostre strategie e sviluppiamo autonomia.
Noi adulti, con le migliori intenzioni, tendiamo invece a intervenire prima che i ragazzi possano mettersi alla prova. Per evitare loro frustrazioni e delusioni, anticipiamo le soluzioni e decidiamo al loro posto. Così rischiamo di sottrarre loro un’esperienza essenziale: scoprire di saper affrontare le conseguenze delle proprie scelte.
Proteggere non significa eliminare ogni ostacolo, ma esserci quando si presenta una difficoltà. Un brutto voto si recupera, un errore si corregge, una strada può essere cambiata. I ragazzi devono sapere che uno sbaglio non definisce il loro valore. Accompagnare non significa sostituirsi: significa camminare insieme, lasciando all’altro lo spazio per trovare la propria strada. E ascoltare non significa avere sempre la risposta pronta; spesso significa aiutare a formulare domande migliori.

 

Educare al pensiero critico
Questo vale soprattutto nel digitale. Non dobbiamo insegnare agli adolescenti a creare un profilo social: in genere lo sanno fare meglio di noi. Possiamo invece aiutarli a sviluppare un pensiero critico. Gli algoritmi propongono contenuti sulla base delle nostre preferenze, esponendoci ripetutamente a opinioni simili alle nostre. Il rischio è convincersi che quella sia l’unica interpretazione possibile della realtà.
Quando un ragazzo afferma che «tutti la pensano come me», possiamo chiedergli da dove venga questa convinzione. Il fatto che nella sua cerchia prevalga una certa opinione non significa che non ne esistano altre. Confrontarsi con punti di vista differenti, anche quando non li si condivide, è una competenza fondamentale.
Il pensiero critico riguarda anche il rapporto con se stessi. Che cosa provo quando mi confronto con gli altri? Quanto il loro giudizio condiziona le mie scelte? Che cosa voglio raccontare di me e che cosa voglio mantenere privato? Sono domande che aiutano a distinguere i propri desideri dalle aspettative altrui. Educare significa offrire strumenti per orientarsi anche quando non esiste una mappa già disegnata.

 

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Dall’emergenza alla promozione del benessere
Se vogliamo occuparci davvero della salute mentale dei giovani, dobbiamo cambiare il modo di intervenire. Troppo spesso concentriamo attenzione e risorse quando il disagio è già evidente e si manifesta un’emergenza. Ma quando lavoriamo sull’emergenza, in molti casi siamo già arrivati tardi.
Come Ordine degli Psicologi della Lombardia vogliamo promuovere un percorso diverso: partire dalla promozione della salute, rafforzare la prevenzione e intercettare precocemente il malessere. La psicologia non deve cioè entrare in gioco esclusivamente quando qualcosa non funziona: da prima occorre curare la qualità delle relazioni e costruire comunità capaci di accogliere i bisogni delle persone. Questa responsabilità riguarda tutti gli ambienti educanti (famiglie, scuole, servizi territoriali, associazioni, centri di aggregazione, sport e istituzioni), perché nessuno, da solo, può rispondere a sfide così complesse. In tale direzione si muovono le iniziative dell’Ordine, tra cui i gruppi di lavoro sul disagio giovanile e sulla psicologia scolastica, a partire da una domanda che non si limita a cosa “non funzioni” in un giovane, ma a quali condizioni possano aiutarlo a stare meglio. Ecco perché sarebbe importante che una competenza psicologica divenisse presenza stabile nella scuola, cioè parte della comunità educante. Non soltanto uno sportello da attivare quando emerge un problema, ma una figura che collabori con docenti, famiglie e studenti per promuovere benessere e, soprattutto, prevenzione.
Il sostegno al Paranoia Festival da parte dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia va proprio in questa direzione: portare i professionisti della salute mentale nei luoghi frequentati dai ragazzi, per costruire un dialogo diretto fuori dai contesti tradizionali. Perché la fragilità ha bisogno di un incontro, non semplicemente di un pubblico, ha bisogno cioè di qualcuno che sappia ascoltare, non soltanto osservare dall’esterno.
In base a tutto ciò, prevenire non significa eliminare tutti i rischi – cosa impossibile – ma creare ambienti nei quali le difficoltà possano essere accolte senza diventare automaticamente patologie. Per fare questo però dobbiamo cambiare il nostro sguardo: ascoltare senza pretendere di avere sempre ragione, accompagnare senza sostituirci. Solo così, insieme, potremo sempre più divenire una comunità capace di non lasciare da solo nessuno.

 

[1] https://www.culturelink.it/evento/crescere-non-e-un-caso/

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