Aprire il dialogo

Rappresentatività e informazione: questioni cruciali tra enti locali e Terzo settore

Il coinvolgimento del Terzo settore da parte dei Comuni associati per la definizione dei Piani di Zona pone due rilevanti questioni.

Una prima riguarda il tema della rappresentatività dei soggetti chiamati al tavolo della concertazione e della definizione dei contenuti del Piano. Quali devono essere, ed eventualmente scelti sulla base di quali criteri, i soggetti “…attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi…”1 ?

La complessità e la variegata composizione del cosiddetto Terzo settore rendono ad oggi impossibile l’individuazione di soggetti che possano ritenersi riconosciuti come portatori di interessi dell’intero settore.

Se a livello nazionale o regionale il problema può essere in parte superato dall’individuazione di interlocutori che possano vantare una certa valenza in termini di rappresentatività2, a livello zonale la questione appare difficilmente risolvibile attraverso una soluzione di questo tipo, poichè tali organismi di rappresentanza, in un determinato ambito zonale, potrebbero essere riconosciuti solo da una minoranza tra le molte organizzazioni o, addirittura, non vantare alcun aderente.

Tale frammentazione del Terzo settore è riconducibile ad un suo sviluppo relativamente recente che lo rende ancora lontano da una completa maturazione, se confrontato con le esperienze del nord Europa e degli Stati Uniti3.

Probabilmente l’individuazione di standard qualitativi (sotto forma di accreditamento, carta dei servizi ecc..) per i servizi gestiti dal privato sociale potrà, in futuro, contribuire a definire quali saranno, per gli Enti Locali, i partners con i quali costruire politiche di Welfare locale in un’ottica di integrazione.

L’attuale diffusa incompiutezza dei sistemi di accreditamento fa sì
che, per la prima realizzazione dei Piani di Zona, i Comuni associati e le ASL debbano autodefinire i percorsi di raccordo con il Terzo settore.

Un percorso proponibile4, lungo e faticoso, ha come obiettivo quello di coinvolgere il maggior numero possibile di associazioni, gruppi e cooperative presenti nel territorio di riferimento, sia quelle già conosciute dagli enti firmatari l’accordo di programma, sia quelle che non hanno alcun rapporto, formale e non, con tali enti. Proprio nel privato sociale che opera quotidianamente al di fuori di rapporti istituzionalmente strutturati con l’Ente Pubblico, risiede probabilmente il valore aggiunto di ogni Piano di Zona,  che rende, o dovrebbe rendere, ogni zona diversa da una altra. Il Piano di Zona, o meglio i suoi contenuti, non dovrebbe infatti essere costituito dalla semplice somma delle risorse già conosciute e attivate in ciascuno dei Comuni associati; la progettazione di un piano rappresenta l’occasione per coagulare attorno ad una pianificazione complessiva tutte le risorse (pubbliche e private) del territorio, anche quelle “nascoste” agli occhi dei Servizi Sociali comunali.

Nel mondo del volontariato e del terzo settore in genere, esistono servizi non codificabili secondo le tradizionali definizioni dettate dalle normative di settore, da piani socio assistenzali regionali o da denominazioni in uso presso i comuni; essi non sono “servizi con prestazioni rigidamente stabiliti, ma luoghi ove intrecciare relazioni e vivere esperienze, microsocietà dove vengono create molteplici funzioni”5; svolgono attività utili, le cui dimensioni sfuggono a volte agli Enti Pubblici, sia per quanto concerne gli aspetti quantitativi che per la complessità delle relazioni interne.

Anche e soprattutto con questo variegato mondo del non-profit, l’Ente Locale dovrebbe essere in grado di dialogare per far sì che il Piano sia declinato nel contesto territoriale di riferimento e rappresentativo delle risorse in esso presenti, soddisfacendo così la diffusa esigenza di servizi sempre più differenziati e personalizzati6.

Per realizzare questo obiettivo la parte pubblica non può decidere unilateralmente quali siano gli interlocutori del Terzo settore del territorio di riferimento, ma deve progettare, confrontarsi, e trattare con ciò che il territorio offre, vicino o lontano che sia, per ispirazione etico – politica, metodologia e finalità.

E’ opportuno quindi prevedere il maggior numero di occasioni possibili per aggregare il variegato mondo del Terzo settore: incontri pubblici, serate tematiche, eventi promozionali e divulgativi sono momenti dove la realtà non-profit della zona ha la possibilità di incontrarsi con l’ente pubblico.

Dopo questa prima fase, è opportuno realizzare tavoli tematici dove le organizzazioni del privato sociale possano portare le proprie esperienze e proposte, integrandole con quelle dell’Ente Pubblico, per giungere ad una concertazione degli obiettivi e alla definizione degli interventi.

A seconda delle propensioni, dei servizi erogati, e degli obiettivi propri, a questi tavoli tematici potranno partecipare liberamente tutte le associazioni territoriali; solo dopo un certo periodo, e solo se questo sarà un bisogno sentito da entrambe le parti (pubblico e privato), si renderà probabilmente opportuno individuare dei soggetti rappresentativi, al fine di rendere più snello e rapido l’incedere nel percorso; le modalità e i criteri da utilizzare per “eleggere” i rappresentanti saranno scelti allora in maniera libera e meno burocratizzata possibile.

I tavoli tematici saranno costantemente riproposti nel corso degli anni per monitorare l’andamento del Piano e dei progetti in esso contenuti.

A questo percorso si affianca una parallela attività di mappatura del territorio, delle Associazioni, dei gruppi di Volontariato, delle Cooperative, di tutti i soggetti del Terzo settore e dei servizi da essi erogati.

Veniamo dunque alla seconda questione: l’informazione. Essa “gioca” infatti un ruolo molto importante in questo contesto, essendo la conoscenza del territorio il prerequisito indispensabile per  l’attivazione di un sistema integrato di servizi.

Anche su questo argomento è opportuno individuare un percorso7 che permetta di costruire un sistema informativo efficace e in linea con quanto previsto dalla legge 3288 .

Una prima tappa consiste nel mettere in condizione gli uffici degli Enti Locali firmatari dell’accordo di programma (Comuni, ASL, ecc) di dialogare tra loro; ciò significa che tali uffici (Servizi Sociali comunali, Consultori, Distretto ecc..)  devono essere dotati dello stesso software per gestire tutte le procedure proprie dei Servizi Sociali, in modo da garantire rapidamente la circolazione di dati ed informazioni tra gli Enti. Ciò consentirà ad un ufficio centralizzato (Ufficio di Piano) di monitorare costantemente l’andamento quantitativo dei servizi, elaborando statistiche utili a “leggere” l’intervento pubblico nella zona di riferimento. Il presupposto di questo primo step organizzativo è che non si possa pensare di integrare l’offerta del privato sociale con quella pubblica, senza avere un efficiente sistema informativo tra gli Enti Locali.

Quindi dalla gestione di un servizio informativo pensato principalmente tra Comuni e tra Comuni e ASL, si dovrà passare ad un servizio che, con il tempo, coinvolga attivamente i cittadini sia come singoli che in forma associata in organizzazioni dedite alla solidarietà sociale.

Si prevede dapprima l’inserimento nella banca dati di informazioni riguardanti il maggior numero possibile di quanto offerto dal “privato” nel campo dei Servizi Sociali territoriali, attraverso forme di archiviazione dei dati che siano le più attinenti possibile all’effettivo servizio erogato dal privato sociale.

Questo sistema informativo dovrà essere in grado, con il tempo, di divenire uno strumento di consultazione per operatori mediamente competenti e contenere informazioni relative all’accesso ai servizi pubblici e non del territorio, per renderle fruibili dalla cittadinanza

Sarà così possibile trasformare gli Uffici dei Servizi Sociali, gli URP comunali e dell’ASL, i Consultori in altrettanti terminali di comunicazione per i cittadini sull’offerta di servizi alla persona della zona. Il percorso proposto prevede infine il diretto coinvolgimento di organizzazioni del Terzo settore quali parti attive del sistema informativo ovvero come punti di informazione dislocati nel territorio.

L’implementazione di una banca dati che rifletta la reale e composita offerta territoriale dei servizi soddisfa tre esigenze, a nostro avviso indispensabili per la gestione nel lungo periodo del piano di zona:

1 – La creazione di una base informativa consistente che permetta all’Ufficio di Piano di svolgere le proprie funzioni di “regia” che, nel medio e lungo periodo, presuppongono diverse e più complesse attività di coordinamento del “Welfare di zona”: l’interazione con Regione e Provincia, il costante confronto con il Terzo settore per il monitoraggio del Piano e per l’elaborazione di proposte e progetti che troveranno spazio nei piani di zona futuri.

2 – La corretta informazione nei confronti dell’utenza che, di fronte ad un’offerta di servizi sempre più articolata e diversificata, rischia di non avere adeguati punti di riferimento dai quali sapere dove, come e quando poter accedere a tali servizi.

3 – Lo scambio di informazioni tra gli attori del Terzo settore e tra questi e gli Enti Pubblici come occasione di confronto e di crescita del privato sociale. Non è infatti infrequente che, soprattutto tra le associazioni di piccole e medie dimensioni che si fondano sul volontariato, vi sia una forte identificazione tra volontario e associazione, con rischi di limitazione della disponibilità alla collaborazione con altri soggetti, pubblici e privati9.

*Redattore Pdz Desio

Note bibliografiche:

1 Articolo 1, comma 5, legge 328/2000.

2 Ad esempio la Regione Lombardia ha convocato il Tavolo del Terzo Settore,  in attuazione di propria  delibera di Giunta del 1 febbraio 2002, a cui partecipano, in sede di prima convocazione: Caritas Ambrosiana,  Acli Lombardia, Movi Lombardia, Legacooperative, Confcooperative – Federsolidarietà, Compagnia delle Opere – Non profit e Uneba.

3 E. Ranci Ortigosa, Assistenza, prevenzione, promozione in “Oltre l’assistenza, conoscere la riforma”, Spi Cgil/ Prospettive Sociali e Sanitarie, 2000.

4 Si cita quale esempio il Piano di Zona di Desio, Varedo, Cesano Maderno, Bovisio Masciago, Muggiò, Nova Milanese, ASL 3.

5 U. De Ambrogio, Disagio giovanile, prevenzione e promozione di servizi, Prospettive Sociali e Sanitarie n. 7, 95.

6 C. Penati, Il pieno e il vuoto di servizi sociali in “Criticità
nei servizi sociali”, L. Breveglieri, S. Laffi, S. Pasquinell, Franco Angeli, Milano 1997.

7 Cfr. Nota n. 4.

8 Articolo 21, comma1, legge 328/90.

9 Si cita lo studio della Regione Lombardia sulle associazioni non iscritte nei registri regionali anno 2000: “Per quanto riguarda le organizzazioni di volontariato che non risultano iscritte al registro, è possibile affermare che la loro non iscrizione deriva da una scelta precisa operata dall’organizzazione stessa la quale mostra di preferire la totale autonomia rispetto agli enti pubblici, o che non nutre particolari aspettative in relazione ad una eventuale collaborazione con essi. Dai dati raccolti risulta infatti che nel 79.1% dei casi le organizzazioni non hanno mai presentato domanda di iscrizione al registro regionale. In definitiva il 45.3% delle organizzazioni afferma di non avere alcun interesse ad essere iscritto al registro regionale, un altro 38.7% intende presentare o ripresentare la domanda di iscrizione ed il restante 16.0% afferma di essere in attesa di una risposta.