Il bambino della notte ed il figlio di sutura

Il figlio come forza del desiderio

Per secoli donna e madre hanno funzionato come sinonimi ed essere femmina significava assumersi la responsabilità di fare un figlio.

Raramente si potrà udire da un uomo/padre che ha fatto un figlio, egli preferirà dire che ha un figlio, mentre è del tutto usuale nelle donne/madri parlare di fare figli. Sono le donne che fabbricano il bambino nel loro ventre, e la dicotomia aristotelica maschio – forma, contro femmina – materia può così trovare il suo statuto, radicandosi nella lunga gestazione della donna.

La psicanalisi freudiana attribuisce al figlio della donna un enorme valore simbolico e lo colloca al centro del conflitto edipico al femminile

Ora però la libido della bambina scivola necessariamente (lungo la già indicata equazione simbolica pene=bambino) in una nuova posizione. Ella rinuncia al desiderio del pene per mettere al suo posto il desiderio di un bambino e, avendo di mira questo scopo, assume il padre come oggetto amoroso.1

Le bambine, si aspettano un figlio dal loro padre. Esiste allora una gestazione immaginaria che accompagna la bambina verso il suo divenire donna, che parte dall’immaginario per poi costituire un forte elemento simbolico legato alla femminilità.

Il figlio per buona parte della vita delle donne non c’è, la sua assenza costituisce una mancanza, proprio come il pene. La mancanza forma un vuoto intorno a cui si formerà il desiderio di avere un figlio, un figlio che dovrebbe arrestare il desiderio, un figlio che riempie il vuoto, un figlio che ricuce la ferita narcisistica di non avere il pene, un figlio di sutura, che serve per ricucire ciò che si è lacerato.

Mentre però la mancanza del figlio, come quella del fallo, si trovano sul piano del simbolico, la possibilità di generare è qualcosa di reale ed il cambiamento recente del modo di fare i figli sembra alimentare tutto ciò che di sintomatico e di perturbante può costruirsi intorno alla pretesa della donna di avere il suo figlio di sutura.

Non sono le nuove tecniche di concepimento a permettere che nascano figli di sutura, bensì una confusione quasi allarmante nell’immaginario femminile dei nostri giorni, dove i tentativi di divenire genitori sono rimandati fino al punto in cui ci si deve muovere sotto la spinta dell’urgenza biologica ed in cui il desiderio di avere figli torna, molto spesso, a manifestarsi con tutta la forza che aveva nel lontano periodo dell’Edipo, come un diritto, manifestazione narcisistica ed onnipotente di una struttura dell’Io ancora in costruzione.

Non si tratta però di anticipare i tempi, per tornare ad una ingenua armonia di psichico e biologico, bensì di usare tutto il tempo che occorre per non proiettare sulla capacità/possibilità di generare un figlio in carne ed ossa il desiderio, irrealizzabile, di riempire il vuoto costituito dalla propria mancanza. Si tratta cioè di impiegare le nostre capacità generative non per compatirci, ma per metterci al mondo, utilizzando l’amore rivestito su di noi per un progetto materno che ci comprenda. A questo scopo sappiamo che sono necessari spazi di vuoto e di silenzio, sospensioni dell’accadere, decentramenti dei pensieri, vacanza degli affetti, concentrazioni inattese, una posizione atopica rispetto al mondo ed alle sue attese ma profondamente radicata in un sé che si fonda sulla propria possibilità di realizzazione2.

Divenire madre deve allora collocarsi come una delle possibilità che si delineano nell’orizzonte del divenire donna, ma non l’unica e soprattutto deve essere una conseguenza della femminilità e non la premessa. La donna oggi può non essere madre ed essere comunque femmina.

La strada è lunga, perché nell’inconscio di ogni donna esiste un bambino, quello stesso bambino che si dovrà confrontare con il neonato delle puerpere, un bambino che non sarà mai reale, neppure nelle madri di numerosi figli, perché come dice Lacan “il desiderio è, nell’inconscio, rimosso, indistruttibile”3. Questo bambino è quello che Lacan definisce il fallo della madre […] il bambino può uguagliare il fallo nell’inconscio del soggetto, specialmente quello femminile.

Qui si trova in sostanza il phylum del discorso – tutto si ricollega al fatto che il bambino è dato alla madre come sostituto o addirittura come equivalente del fallo4.

Quando un figlio di sutura diventa un bambino della realtà, le dinamiche che si creano nella coppia madre bambino sono piuttosto complesse e si manifestano preferibilmente quando il figlio, o la figlia, sarà già grande, sebbene alcuni indizi si possano intravedere già dai primi approcci.

La madre non è in grado di sostenere il vuoto che il distacco del proprio figlio, che cresce, potrebbe lasciare e crea un ambiente famigliare tale per cui il bambino non trova alcuna possibilità di fare conquiste verso la propria autonomia. Una forte dipendenza reciproca lega questi soggetti, il legame diviene indissolubile e la casa diviene un luogo da cui risulta difficile allontanarsi.

Quando raggiungono l’età di cinque o sei anni questi bambini appaiono molto fragili, impreparati ad ogni tipo di delusione o frustrazione, insicuri, spesso anche infelici. Possono avere tratti di paranoia, trovare persecutori ovunque, negli amici, nelle maestre, negli animali, nelle cose, animate ed inanimate. La loro infanzia appare come qualcosa da cui volersi allontanare ed allo stesso tempo come qualcosa da cui non ci si potrà mai allontanare. A ragionamenti lucidi e quasi ossessivi, si alternano tratti estremamente infantili, da neonati allo sbaraglio nel mondo.

Di situazioni di questo genere se ne trovano sempre di più. Questo è forse legato a fattori culturali, come per esempio le rivoluzionarie conquiste delle donne, magari troppo rapide per essere metabolizzate, per divenire solide, per tenere a freno le sfrenate spinte dell’Es, eccitato dall’onnipotenza dei contraccettivi, delle prospettive di carriera, della libertà di costumi.

Forse questo può accadere anche perché coloro che oggi sono adulti, potenziali genitori, sono cresciuti in un periodo di transizione tra un mondo meccanico ed un mondo cibernetico, tra modelli famigliari molto tradizionali ed una costellazione di  svariati tipi di legame, ed i loro figli rappresenterebbero per loro delle specie di oggetti transizionali come li intende Winnicot, indispensabili per stare bene, idoli necessari perché non crolli la loro struttura.

Il fatto è, però, che nonostante la somiglianza fonetica, un figlio in carne ed ossa, come potrebbe essere un figlio di sutura venuto al mondo, non è un filo, se non inteso come il phylum
del discorso
di Lacan, un significante che per sua natura  deve essere messo in relazione con altri significanti. Se Il filo-figlio va spezzato, occorre una forbice, si deve tagliare ed il rimando al taglio del cordone appare quasi inevitabile. Per tagliare il filo-figlio occorre  allora il padre.

Accade sempre più spesso che alcuni padri che assistono al momento del parto, compiano effettivamente l’atto di tagliare il cordone ombelicale tra le loro moglie ed il loro figlio, inserendosi così nella coppia simbiotica come terzo elemento. Il bisturi è nelle mani del padre, è lui che apre la ferita, che incide ed in questo modo dichiara che sarà lui stesso ad assumere il ruolo di sutura. Non solo padre, allora, ma anche uomo accanto alla madre. Un uomo che  dovrebbe rappresentare quanto e più del figlio, la consolazione della donna, ma che non si dovrebbe prestare mai a riempire il vuoto del desiderio, anzi ci si dovrebbe opporre proprio in quanto uomo.

E’ sempre più probabile, tuttavia, che là dove c’è un figlio, non è detto che ci sia un padre. Questo complica le cose e si deve cercare di capire cosa possa assumere allora la funzione paterna, il nome del padre di cui parla il primo Lacan, cosa cioè possa togliere al figlio il pericoloso ruolo di figlio di sutura,  feticcio della madre, per ridargli la nobile definizione di soggetto,  dato che “abbiamo una scienza del soggetto, non una scienza dell’individuo. […] Anche se il soggetto è staccato, in quanto individuo, dall’ordine che lo riguarda in quanto soggetto, questo ordine nondimeno esiste5”.

E ancora: “[…] l’ordine della paternità esiste come tale, che il bambino viva o no i terrori infantili, che vengono ad acquisire un senso articolato solo nella relazione intersoggettiva padre-bambino, relazione che è profondamente organizzata simbolicamente e che forma il contesto soggettivo in cui il bambino sviluppa la sua esperienza.6

Queste, però, sono solo  riflessioni, ipotesi, costrutti teorici. Occorre sicuramente interrogarsi su questa realtà ed il punto di vista psicanalitico,  di qualunque scuola esso sia non si può esimere dal farlo.

Lo stesso uomo, che in funzione di padre deve pararsi davanti alla donna per toglierle il potere di impadronirsi del figlio, perché lei possa farne l’incarnazione del proprio desiderio di colmare la sua mancanza, deve assumere un ruolo anche dove il figlio non nasce. Il dolore di un figlio che non arriva rende il figlio di sutura potente e persecutorio, oggetto di dolorose elaborazioni mentali sul piano della malinconia e, di nuovo, della paranoia. La ferita deve restare aperta. Non c’è promessa, né speranza di rimedio.

La  recente crescita esponenziale della domanda di tecniche di fecondazione assistita è una dimostrazione macroscopica della pulsione a generare il figlio di sutura da parte di un numero sempre maggiore di donne. Non tutte, ovviamente quelle che chiedono alla scienza un figlio lo fanno per vedere incarnato il loro desiderio di avere un fallo, ma l’enorme domanda fa sorgere alcuni sospetti. Anche questo cordone, quello della donna con il proprio complesso di castrazione, va tagliato e, se ci si arriva, è nella coppia che questo dovrebbe avvenire. Non perché l’amore, come temeva Freud7, si possa sostituire all’intenso lavoro che si fa in una psicanalisi, ma perché assumersi le responsabilità dei propri ruoli, di femmine e di maschi come figure simboliche, reali ed immaginarie insieme, ci potrebbe già difendere da molte insidie contemporanee.

*Direttrice Scuola Montessori

Via Milazzo, Milano

Note bibliografiche:

1 S. Freud Opere vol.10 “Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi” (1925), trad.it. Boringhieri, p. 214.

2 S. Vegetti Finzi, Il bambino della notte, divenire donna, divenire madre Mondadori, Milano 1990, p. 241.

3 J. Lacan, Il seminario, libro IV, La relazione d’oggetto 1956-1957, Il Fallo e la madre inappagata, trad.it. Einaudi Paperbacks 1996, p.194.

4 J. Lacan, Il seminario, libro IV, La relazione d’oggetto 1956-1957, L’identificazione con il fallo, trad.it. Einaudi Paperbacks 1996, p.180.

5 D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando 1986.

6 J. Lacan, Il seminario, libro IV, La relazione d’oggetto 1956-1957, Il Fallo e la madre inappagata, trad.it. Einaudi Paperbacks 1996, p. 196.

7  S. Freud, Introduzione al narcisismo (1914), in La teoria psicanalitica, Boringhieri 1996, p. 89.