La scelta sessuale ed il riconoscimento del desider

La paura dell’omofobia interiorizzata dagli stessi gay, è alla base del disagio che ha effetti sul benessere complessivo delle persone

Quattordici mesi fa è morto Antonio, un amico cinquantenne; la conoscenza della sua generazione e la condivisione di questi suoi ultimi anni ha significato per me comprendere, per certi versi meglio di quanto abbia io stesso tratto dalla mia vita, cosa può voler dire essere omosessuali.

Parliamo di una condizione umana e non delle macchiette o forzature dello stereotipo che transitavano nell’immaginario degli anni sessanta: di un uomo la cui vita è stata una costante fatica tesa alla ricerca dell’approvazione, in primo luogo da parte della sua famiglia ed anche del relativo contesto allargato, e che ha vissuto nella colpa, cioè che ha agito mosso dalla paura di perderne l’appartenenza.

La paura dell’omosessualità (omofobia), interiorizzata dagli stessi gay, è la base del disagio che ha effetti sul benessere complessivo della persona e sulla salubrità delle relazioni.

In questa situazione appare impensabile parlare di orgoglio, ma quanto è importante il coming out; quanto è importante amare se stessi partendo dall’accettazione e dal rispetto di ciò che si è.

La scelta non è decidere se essere gay (chi in libertà sceglierebbe di complicarsi la vita!), l’opzione è risolvere di accettare di essere noi quell’oggetto di scherno e discriminazione.

Antonio ha lottato, davvero fino alla morte, contro se stesso, contro ciò la cui affermazione avrebbe vanificato la fatica di una vita.

Pare che sessualità uguale procreazione sia l’unico comportamento umano che non ha soggiaciuto alla legge di selezione darwiniana, che non è riuscita ad espungere tutto ciò che della sessualità è fuori dalla suddetta equazione.

La presenza in natura di due sessi distinti per la razza umana è dovuta esclusivamente al fatto che i due gameti necessari alla fecondazione sono elaborati da meccanismi diversi, collocati alcuni nell’uomo e altri nella donna; ormoni e cromosomi, strutture anatomiche e fisiologiche differenziano soltanto il soma, i processi organici legati alla procreazione, ma non hanno nulla a che fare con l’orientamento del desiderio sessuale; femminilità e mascolinità sono aspetti che non si connettono minimamente con l’orientamento del desiderio
libidico
.

L’eterosessualità in sé non è una malattia; lo diventa quando presume di assurgere a norma.

La sessualità è forza relazionale, ricerca fusionale, forza psico biologica che connette l’individuo e gli fa sentire il piacere della sua fusione con gli altri, instaura tra gli individui rapporti profondamente umani, neutralizzando e disintegrando alla radice ogni ostilità, ogni distruttività, ogni forma di oppressione [pag. 44]; ma è una sessualità diversa da quella che conosciamo come prodotto storico sulle menti e sui corpi sessuati di una repressione che scaturisce dalla normatività del pene eretto dentro la vagina, l’unico rito che garantirebbe la possibilità di procreare, la preoccupazione fondante che ereditiamo generazione dopo generazione.

Anche se si ammette che tale atto non debba essere sempre finalizzato alla procreazione, esso riceve il crisma della legittimità e ad esso deve sottostare la sessualità.

La libido sessuale non conosce differenziazioni di sesso, si rivolge invece verso ogni individuo uomo o donna che sia. Non è una fantomatica femminilità che anela verso l’uomo, né la mascolinità verso la donna: il maschio desidera sessualmente un altro maschio solo in virtù della propria libido che spontaneamente si investe su qualunque altro essere umano.

L’eterosessualità normativa cala come un’ombra spettrale le sue conseguenze su ogni individuo senza distinzione di genere biologico o di desideri.

Leggo in un’inchiesta su Panorama del 4 dicembre 2003 la seguente domanda: “la mia ragazza mi lecca i capezzoli, provo una forte eccitazione, ma non è una zona erogena femminile?”

Questa preoccupazione sulla propria aderenza alla Norma del nostro campione di eterosessualità appare immediatamente comprensibile visto che si è posta la procreazione al principio della sessualità. Trovandosi ad escludere individui dello stesso sesso e ad investire in ogni caso su coloro che rientrano negli stereotipi che ne hanno generato l’attrazione, egli “è costretto ad escludere dalla soddisfazione sessuale anche diverse zone del proprio corpo, poiché l’eccitazione è concentrata nella zona genitale”.

Come ha riconosciuto lo stesso Freud, la libido resta polimorfa senza alcun carattere innato nella scelta dei suoi oggetti, nonostante la sua repressione, la cui conseguenza è una generalizzata paura della sessualità (sessuofobia), proprio per l’impossibilità di controllare adeguatamente fantasia e desiderio.

Di volta in volta ci confrontiamo con l’impulso inibito di avere ciò che si desidera; di provare nelle relazioni esperienza fusionale con chiunque sia desiderato.

E’ il rapporto con il limite esterno sul quale si costruisce la stessa psiche del bambino: non si può avere tutto; non si possiede totalmente. Il confronto con queste difficoltà oggettive gradua i diversi stadi della crescita e induce a protezioni differenti: alienazione del desiderio, onnipotenza, spiritualità etc…

La sessualità assurge a numen, archetipo dell’interpretazione della realtà psichica, poiché l’esperienza della fusionalità impedita ne ha fatto storicamente il primo adattamento sociale che operiamo in noi pur di garantirci il nostro diritto di appartenenza.

La presunta natura eterosessuale di un maschio consisterebbe nella sua capacità penetrativa e quindi nella reificazione del partner ridotto a buco che ha introiettato il proprio piacere nel potenziamento della centralità del fallo; lo stesso maschio etero, però, rivelando il suo forte attaccamento al fallo, diviene espressione di narcisismo fallico, la cui natura è essenzialmente omosessuale.

L’assunzione della Norma (consente mistificazione e mercificazione) rende parziale l’esperienza della sessualità nella intera complessità, con conseguenze anche compulsive sul desiderio alienato.

Il maschio eterosessuale condizionato ad esplicare una sessualità centrata sul glande, insieme all’omosessuale e alla donna costretti a focalizzare la velleità sul fallo del partner, tendono a scomporre il corpo e il desiderio della loro peculiare interezza.

All’astrazione del desiderio consentito, succede nei corpi sessuati la sconnessione genitale/non genitale, fino a costruire una gerarchia tra parti autorizzate alla relazione e parti chiuse/serrate alla comunicazione. “La sessualità maschile è noiosa”, mi diceva tempo fa una compagna.

La sessualità non vissuta come fine a sé è sessualità repressa, è depauperamento dell’esistenza, è alienazioneil bisogno di una civiltà che sia funzionale al potenziamento della vita rientra nella categoria dei bisogni vitali. [pag. 51] La sessualità frustrata surroga anche tutta la cultura e l’arte e il tempo libero o lo sport quando tutto ciò si realizza come fine a sé e non come potenziamento reale della vita o come corroborante della salute fisica. Altrettanto dicasi del lavoro alienato come attività imposta da un falso bisogno, …sono un furto alla sessualità, sono uno spreco di energia libidica.

Tutte le nevrosi associate alla omosessualità, definite per secoli insite nel comportamento e che ancora oggi molti psicanalisti considerano in tale modo basandosi sul postulato dell’Esistenza della Devianza proprio a partire dalla Verità della Norma, discendono da una condizione interiorizzata di minorità, dall’assunzione dell’idea del mancato adeguamento allo stile di vita normato.

Pensate di essere, insieme alle persone con cui vivete e lavorate, rinchiusi in un manicomio per un programma di rieducazione, dove quelli che credono di essere Napoleone o una motocicletta siano i vostri dottori, infermieri ed ancora oggi, i vostri terapeuti. Chi non riesce a trattenere la propria lucidità organizzandosi per fuggire, potrebbe uccidersi o peggio convincersi di essere lui sbagliato e provare ad assumere uno dei ruoli resi disponibili dalla normalità in vigore, condannandosi ad un ergastolo di sofferenze.

E’ quello che è successo ad Antonio; è quello che vedo anche in me, essendo cresciuto nel terrore di essere scoperto e costretto ad una cura che ristabilisse la presunta eterosessualità originaria.

Ricordo di aver visto da giovane un servizio televisivo che spiegava i progressi raggiunti nel cambiamento psichiatrico dell’orientamento utilizzando scariche elettriche sgradevoli (o gradevoli) associate ad immagini di corpi e coiti del proprio genere (o dell’altro).

Sono vissuto per anni, e a volte ancora oggi ci sono trascinato, nel sordo rumore di fondo di un sostanziale complesso di colpa nei confronti dei genitori e d’inferiorità di fronte al maschio eterosessuale, verso i quali ci si sente colpevoli, forse di aver tradito i dettami familistici, eterosessisti e procreativi della società e della religione, avendo rinnegato il proprio ruolo dentro il potere maschile.

Si cresce facendo propria la considerazione di essere inadeguati e per questo di dover fare di più e di meglio.

Si adottano ruoli mutuati dalla codificazione della eterosessualità, oppure si ricerca una figura maschile che si incarni secondo l’immaginario di un femminile reso feticcio, asservito al potere del fallo. Ecco pronto il “manicomio”.

Il primo ambito di acquisizione dell’eterosessualità normativa è la famiglia nucleare inserita in un contesto sociale maschilista.

Il bambino acquisisce la posizione di fallocrate solo successivamente alla inevitabile esperienza fusionale omosessuale con la madre che egli non è in grado di pensare senza pene (non esiste una pulsione psicobiologica innata di tipo eterosessuale – sempre il vecchio Freud docet); nella bambina, quella che viene definita invidia del pene, ci spiega Simone De Beauvoir, è l’accostamento alla struttura biologica del maschio dei privilegi e della supremazia. L’omosessualità è la prima forma di esperienza sessuale infantile sia nei maschi sia nelle femmine, giacché il bambino attribuisce all’adulto che lo alleva le caratteristiche del proprio sesso, considerandolo un individuo simile a sé.

L’eterosessualità esclusivista è acquisita sulla base di fattori sociorepressivi ai quali concorrono la famiglia e la società, comprensivi di quei meccanismi autorepressivi interiorizzati; in essa, ad esempio, manca la colpevolizzazione dei partner, i quali sono anzi ampiamente gratificati ed incoraggiati dalla società.

La vicinanza fisica in giovanissima età con un adolescente poco più grande, oggi “regolare pater familias”, e la comunione affettiva che affiorava dall’esplorazione reciproca dei corpi, sempre sotto la cappa di qualcosa di vergognoso, ha messo in me il dubbio
della veridicità della Norma.

L’omosessualità drasticamente impedita, si acquisisce in seguito a esperienze che neutralizzano totalmente o parzialmente l’imposizione eterosessuale e la censura antiomosessuale. Da questo punto di vista tale neutralizzazione appare plausibile oltreché necessaria in quanto non si può pensare che, data la convenzionalità e l’arbitrarietà dell’imposizione eterosessuale, questa sia in grado di generalizzare l’asservimento del desiderio fusionale. Le modalità di acquisizione vanno dal permanere dell’esperienza fusionale omosessuale o dall’identificazione con la madre, fino a situazioni ambientali che dipendono dal caso e nient’affatto da fantomatiche strutture biologiche differenziate.

La stessa differenza biologica maschile/femminile non implica potenzialmente nessuna diversità nella percezione e nell’espressione. Se associamo una serie di caratteristiche stereotipate al maschile e al femminile ciò è dovuto a tutta quella serie di comportamenti sociali ed individuali determinati dagli sviluppi nella storia umana, dalla primigenia divisione del lavoro di generazione e cura della prole tra il maschio e la femmina.

Le nostre anime, come i nostri corpi, sono composti di elementi individuali che erano già presenti nella catena dei nostri antenati. La “novità” della psiche individuale è una combinazione variata all’infinito di componenti antichissime. Queste immagini interne sono costruite, rinnovate, ricostruite, dal procedimento storico e culturale ereditato e non già archetipi preesistenti di una sorta di configurazione originaria, ad esempio, di maschile e femminile.

E’ vero che c’è una distanza tra ciò che freneticamente sorge di nuovo e i tratti ancestrali, o sarebbe più comprensibile dire, le convinzioni che realmente stazionano nel profondo; questo delta provoca lacerazioni tra le emozioni che giungono dai pensieri automatici inconsapevoli e quell’abilità sociale che vorremmo fosse da noi rappresentata. La sfera personale ne risulta turbata e possiamo pensare che qualcosa non sia in ordine nella nostra psiche: ma la causa potrebbe ritrovarsi in una intollerabile situazione collettiva. Il corpo e l’anima hanno un carattere eminentemente storico e non si trovano a loro agio in ciò che è appena sorto, vale a dire, i tratti ancestrali si trovano (si sentono) solo in parte a casa loro; con ciò che ne consegue in termini di cronaca nera: ad esempio, uomini che non sono più in grado di raffigurare i ruoli di padre o di marito ed uccidono.

Mi riferisco per lo più, pur se non esclusivamente, all’omosessualità maschile, che è quella che conosco, la quale, tra le omosessualità, ha una valenza sua propria, proprio per il ruolo maschile nella società patriarcale. Il maschio omosessuale è chi rinuncia ai suoi privilegi facendosi inferiore, facendosi donna.

Chi si sente donna, chi si sente passivo deve desiderare solo il fallocrate attivo. Non c’è fenomeno più omofobo che l’identificazione con la figura della donna fallica poiché si basa sul postulato che al maschio non possa piacere un altro maschio e che non possa aver luogo una situazione sanamente omosessuale.

Che ci sia un maschio o una femmina dentro i feticci della falsa femminilità questi rappresentano sempre le protesi di quel sentimento alienato creato dal patriarca nella donna per legarla al meccanismo erezione uguale sessualità, cioè per opprimerla.

Il punto era se il significato stesse nel portare al guinzaglio l’eterosessualità agita suo malgrado dai feticci o nel degradarsi per essere desiderati.

La dialettica di esserci costruiti sulla stessa cultura del maschio/patriarca che vorremmo negare mentre è da noi desiderato, ci restituiva come sia impossibile pensare di rigettare con un semplice atto di volontà il nostro immaginario.

Il maschilismo eterosessuale saldato al ruolo di penetratore si basa sul convincimento del maschio di avere un potere sulla donna, per cui non può degradarsi subendo una penetrazione anale. Egli deve essere però confermato nella sua attività di scopatore: sottostà quindi alla valutazione della donna, e in generale del partner, che è alla base della sua insicurezza. Sono queste cose del tutto assenti nell’omosessualità; mancano anche nell’omosessualità alienata, che pure è eterosessualizzata. [pag. 108]

Per quanto la sessualità nel suo insieme denunci la sua alienazione nel confronto con i modelli stabiliti dalla società, l’omosessualità presenta una alienazione “secondaria”, di ritorno, dall’impronta paradigmatica e normativa dell’eterosessualità.

Continuo a pensare che nella dialettica col patriarcato, l’omosessualità possegga una qualità irriducibile alla cultura del dominio.

La prima caratteristica che mi viene in mente è la pratica di una sessualità fine a sé, cioè non legata ad una funzione sociale quale la procreazione che ne distorce l’intento fusionale.

Il sistema capitalistico, avendo bisogno di reprimere la sessualità, non può assolutamente conciliarsi con l’omosessualità, che rappresenta appunto la sessualità valorizzata come fine a sé. La società capitalistica potrà tuttalpiù integrare l’omosessualità nel proprio sistema, solo a condizione che essa rimanga un fenomeno minoritario. Il sistema può arrivare a creare soltanto un ghetto dorato, ma al di là di questo crollerebbe inevitabilmente l’impalcatura di certe sue istituzioni di fondo. [pag. 191]

Il che significa pensare a nuovi tipi di famiglia come comunità di affetti dove il centro sia la relazione amicale piuttosto che l’urgenza di un puntello ideologico nel perpetuare la società proprietaria e autoritaria, quale è oggi il compito della famiglia patriarcale.

Un altro elemento è lo svelamento dell’inganno di un orientamento legato al genere ed insieme di tutte le mistificazioni connesse alla sessualità; l’orientamento può a volte vivere di vita propria, indipendentemente dai transiti di genere.

Sperimentare la differenza e la limitatezza nel possedere e nell’essere posseduto, ha significato per me un modo alternativo di porre nella relazione il corpo; di aprirmi ad una visione ampia che fluisce dalla contraddizione tra il desiderio fusionale di amare e i moralismi culturali introiettati. Su questo una energica pagina di poesia l’ha scritta PierPaolo Pasolini.

La gabbia della dicotomia maschile/femminile nella quale siamo rinchiusi traccia una separazione che lacera i corpi sessuati. La differenza di identità di genere non è un confine che separa il biologicamente femminile dal biologicamente maschile, ma la storia dicotomica di genere, che castra le molteplicità, è una lacerazione che attraversa ogni singolo individuo.

L’orientamento omo mina una delle principali caratteristiche associate al genere biologico.

I fantomatici archetipi, un femminile destinato per natura ad accogliere, in dissonanza con un maschile destinato a proiettarsi fuori da sé, appaiono relativi, contestuali e semplicemente strumentali ad alimentare la medesima cultura.

Il ruolo maschile e quello femminile vanno entrambi superati per poter realizzare e non per contraffare la propria personalità nella sua autenticità.

Direi che a fronte di tutto questo non si possa negare la funzionalità della repressione della sessualità all’interno dell’ordine capitalistico e l’inconciliabilità dell’omosessualità, cioè dell’incarnazione della sessualità fine a sé, con il sistema di produzione e riproduzione sociale, al di là della mercificazione che invece ne è funzionale, che l’omosessualità condivide con l’eterosessualità, e che discende, secondo modalità specifiche, propriamente dalla generale repressione sessuale.

Ogni persona, in aggiunta al contesto in cui si trova a vivere, ripercorre su di sé lo stesso confronto con le contraddizioni che stanno nella genesi di quel momento storico. Gli individui si trovano in punti diversi del procedimento nel quale sono agiti e sono protagonisti, potendo relazionarsi contemporaneamente con individui che altrettanto si trovano su piani diversi di congruenza personale ed avendo in questo lo spazio per realizzare la loro attuale sessualità.

Nel passaggio degli anni ’70 c’erano le condizioni perché le contraddizioni individuali potessero trovare quotidianamente terreno; ed il fatto che la dicotomia omo-etero non fosse vissuta come antitetica, permetteva una prassi di liberazione personale molto vicina ai termini teorici.

Non è un caso che il sistema culturale dominante spinga verso una dicotomia ipostatizzata, visto che per una gran parte di persone omo-friendly è difficilissimo sostenere la condanna sociale e la colpevolizzazione
reciproca dei partner, per cui diventa inammissibile lo stesso desiderio; ma se esiste lo spazio per esprimere il desiderio come è, cioè al suo punto di alienazione e repressione, senza necessariamente che l’individuo sia costretto a decisioni definitive, allora è meno probabile che questi scelga la chiusura ed il delirio solipsistico. E “…in generale, dell’inopportunità di restare ancorati alla propria libido, è assai più difficile persuadere gli idealisti che gli uomini semplici e di modeste pretese”.

Nessuno può pensare di liberarsi della proiezione di sé sul partner. L’omosessualità è presente anche nel rapporto eterosessuale: perciò bisogna partire dall’amore di se stessi per amare gli altri.

Questo è l’aspetto sano del narcisismo, che non prevede né forme di feticismo né la reificazione del partner, proprio perché ne rigetta l’estraniazione.

Il paradosso eterosessuale sta nel fatto che rifiutando gli individui del proprio sesso, rifiuta se stesso mentre continua nel rapporto sessuale a proiettarsi sull’individuo del sesso opposto. Ma amore per se stessi vuol dire anche amore per il nostro stesso sesso – per la persona fisica, per le nostre caratteristiche sessuali. Non si può proprio amare l’altro, se non si ama se stessi e non si amano di sé e in sé tutti questi elementi.

L’omosessualità autentica, cioè non plagiata dall’eterosessualità, non è fallocrazia, non è dominio sessista, bensì umanità, parità e valorizzazione della persona, nonché sensibilità e raffinatezza caratteriale, mentre l’eterosessualità autentica vive del riconoscimento di sé, cioè in sé come titolare della propria omosessualità.

Chi non ritiene che la conoscenza debba convertirsi in un obbligo morale … priva l’esistenza della sua interezza, si condanna ad una vita penosamente frammentaria.”

Architetto, membro gruppo “Maschile plurale”

Bibliografia

Le citazioni in corsivo non altrimenti specificate si riferiscono a: E. Modugno – La Mistificazione Eterosessuale, Kaos Edizioni, Milano, 1991.

S. Freud – Introduzione alla Psicoanalisi, Boringhieri, Torino, 1974

S. De Beavoir – Il Secondo Sesso, Il Saggiatore, Milano, 1961

F. Engels – L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato, Newton Compton, Roma, 1977

C.G. Jung – Ricordi Sogni Riflessioni, B.U.Rizzoli, Milano, 1988

P.P. Pasolini – Petrolio  Appunto 65 Confidenze col lettore, Einaudi Tascabili, Torino, 1992

M. Mieli – Elementi di Critica Omosessuale, Einaudi, Torino, 1977