La dominazione eterosessuale

Dopo Freud e Lévi-Strauss ci siamo abituati a pensare l’interdizione dell’incesto come il primo capitolo dell’intervento territorializzante della legge

La Legge (del Padre) opera su soggetti, corpi e desideri in direzione prevalentemente “repressiva” (parola che, dopo Foucault, si può usare solo tra virgolette): il desiderio non può essere eliminato, naturalmente, perché il ritorno del represso e del rimosso produrrebbe danni anche maggiori; può, però, essere regolamentato e soprattutto territorializzato, incanalato in un’economia libidica compatibile con le dinamiche e i significanti dei rapporti di potere che crei spazi discreti, definiti e intellegibili e costruisca-inventi soggettività perverse dalle quali risulti ancora più chiara e definibile la norma. Le zone polimorfe originarie vengono relegate  nell’indistinzione limacciosa dell’inconscio o nella marginalità sociale con una linea netta di demarcazione tra corpi legittimi e corpi abietti, per usare un’espressione particolarmente felice della Butler. In particolare, il genere e la sessualità si configurano come “performativi” (uso ancora una formula della Butler) che trasformano il dato presunto naturale in un significante convenzionale: quest’ultimo, però, viene reificato e naturalizzato, ovvero presentato come motivato e “naturale”. Essere- (donna, uomo, etero/omosessuale, casto … ) è interpretato come un’identità (fissa e senza ritorno) fondata sulla práksis, ovvero sul compimento di una serie di comportamenti e atti previsti dalle aspettative sociali e, come tutte le profezie, destinata anch’essa ad avverarsi: la costituzione di sottoculture identitarie ha spesso la funzione proprio di incanalare i soggetti (che ormai si possono definitivamente chiamare più propriamente “soggetti as-soggett-ati”) verso le prákseis attese e previste. Il mito di Ercole al bivio, fondativo della performatività identitaria e copionale, non prevede saperi nomadici, ma solo una Scienza imperiale, il potere-sapere che crea strade unidirezionali (la via Aurelia può portare solo verso il sud della penisola): i saperi, per divenire scientifici, devono demarcarsi e lasciare un’intera massa di tematiche nella terra di nessuno dei problemi non legittimati dalla scienza normale a essere oggetto del puzzle-solving.

Dopo Freud e Lévi-Strauss ci siamo abituati a pensare l’interdizione dell’incesto come il primo capitolo
dell’intervento territorializzante della Legge, l’evento fondativo del passaggio alla cultura e alla società: essa istituisce lo scambio, conseguente alla necessità dell’accoppiamento esogamico, il Simbolico, attraverso la statuizione della donna come segno, la centralità significante del Fallo, la rinunzia, attraverso il patto sociale tra i fratelli dopo la festa della libertà anarchica conseguente all’uccisione del padre.

Una serie di riflessioni teoriche condotte da studiose postfemministe e influenzate dalla queer theory, quali soprattutto Rubin1 e Wittig2, ha proposto una nuova lettura fertile di suggestioni e altamente plausibile dell’intervento interdizionale della Legge.

Secondo questa proposta, l’interdizione dell’omosessualità e la costituzione di un regime eteronormativo precederebbero la stessa interdizione dell’incesto come significanti del processo di ominizzazione e istituzione del passaggio dallo stato naturale a quello culturale. In particolare, Rubin propone questa ipotesi con argomenti molto convincenti, riprendendo la conclusione del saggio di Lévi-Strauss sulla famiglia, secondo la quale la divisione sessuale del lavoro e dei ruoli tra maschi e femmine è un fenomeno universale presente in tutte le culture, anche se realizzato in varianti diverse e spesso anche contrapposte.

La divisione sessuale del lavoro si configura come un tabù contro l’assimilazione di uomo e donna, che divide i sessi in due classi, esaspera le differenze biologiche trasformandole in differenze culturali e creando i due generi. Rubin allarga l’argomentazione di Lévi-Strauss rendendone esplicite le conseguenze implicite: il tabù della divisione sessuale del lavoro si configura anche come un tabù contro organizzazioni sessuali diverse da quella di (almeno) un uomo e una donna e quindi diverse dal matrimonio eterosessuale. La regola che proibisce determinate unioni sessuali e matrimoniali (l’incesto) presuppone logicamente un’altra regola che istituisce i matrimoni, i quali, a loro volta, presuppongono due persone disposte a sposarsi. I sistemi di parentela, il cui studio ha portato Lévi-Strauss alla teoria dell’interdizione dell’incesto, sono basati sul matrimonio e, così, trasformano il dato naturale, anatomico e cromosomico del maschio e della femmina in quello culturale dell’uomo e della donna, visti come due metà incomplete e bisognose di integrazione reciproca. In definitiva le differenze tra maschio e femmina non sono in sé più radicali di quelle tra altre classi di oggetti del reale, però esse sono viste transculturalmente come contrapposte e come la differenza fondativa di tutte le altre. Secondo il ragionamento di Rubin, Lévi-Strauss si avvicina pericolosamente a dire che l’eterosessualità deriva da un processo di istituzionalizzazione, anziché essere un dato presunto naturale: il tabù dell’incesto presuppone un tabù dell’omosessualità, dato che la proibizione di alcune unioni eterosessuali può essere solo posteriore logicamente alla proibizione delle unioni non eterosessuali; il genere, allora, non si stabilisce solo attraverso l’identificazione con un sesso, ma anche attraverso l’implicazione che il desiderio sessuale sia rivolto verso l’altro sesso.

In questa prospettiva, la stipulazione di un contratto eterosessuale ed eteronormativo non è un evento semelfattivo ma, allo stesso modo dell’uccisione del padre primitivo teorizzata da Freud come altro elemento fondativo della civiltà, un istituto continuamente riproposto e reinstanziato con fasi alterne e differenziate di rigore applicativo e con momenti di alleggerimento della norma alternati ad altri caratterizzati da un suo rafforzamento, secondo quel continuo riproporsi del ritorno dell’alpha privativo, come ritorno del perturbante, del perverso, dell’abnorme, inatteso in quanto se ne presume continuamente la forclusione definitiva.

Ci possiamo chiedere quali siano le pratiche, discorsive e di altro genere, che conducono al successo ripetuto dell’interdizione dell’omosessualità e della riformulazione ricorrente del contratto eteronormativo. La risposta apparentemente più ovvia farebbe pensare alla forza coercitiva della Legge, che si attuerebbe sia attraverso la violenza codificata del potere sia attraverso quella del controllo e della stigmatizzazione sociali: una conferma a questa ipotesi sarebbe apportata dall’intensità del sentimeno omofobo, soprattutto nella cultura e nelle società occidentali, spinto fino ad azioni di intimidazione fisica. D’altro canto, le riflessioni condotte in diversi settori sulle tecnologie e le pratiche con cui il potere opera il controllo sociale, soprattutto quello sui corpi, divenendo francamente un biopotere, inducono a una cautela maggiore e una maggiore duttilità di fronte alla visione localizzata e decisamente repressiva e violenta del potere.

La mia opinione è che si possa impostare una ricerca su questi temi che parta piuttosto dal concetto di dominazione, derivato dalla scuola sociologica francese di Bourdieu. In questa prospettiva, le culture e le società caratterizzate dall’interdizione del desiderio omosessuale e dalla stipulazione del contratto eteronormativo sarebbero caratterizzate da un regime plurisecolare di dominazione eterosessuale.

La dominazione si distingue dalla repressione e dalla coercizione attraverso una serie di tratti che caratterizzano in maniera diversa le tecnologie di controllo del potere. Come ci ha insegnato Foucault, quest’ultimo si può esercitare secondo due modalità fondamentali. Quella applicata ripetutamente nella lotta alla lebbra consisteva nell’esclusione e nella ex-termin-atio dei soggetti sottoposti alla repressione, mentre quella applicata nelle epidemie di peste, procedeva piuttosto all’isolamento e al controllo sistematico delle aree urbane contagiate in modo tale che i singoli soggetti venivano tenuti sotto osservazione costante nell’intero arco della giornata: è il paradigma del panopticum che, sempre secondo Foucault, si impone in età industriale con la regolamentazione totale del tempo nell’insieme delle istituzioni in cui i soggetti passano la maggior parte dell’esistenza (il collegio, la scuola, l’esercito, l’ospedale, la fabbrica e così via) sul modello di quanto avviene nella prigione. In questo modo il potere mira non più allo “splendore dei supplizi”, alla sofferenza cruenta imposta al corpo del deviante, ma alla produzione di “corpi docili” attraverso la scansione del tempo produttivo e di quello cosiddetto libero, che determina automaticamente una territorializzazione prima di tutto temporale del desiderio, cui viene sottratta ogni forza eversiva e di dépense antieconomica in quanto non (ri)produttiva. Al posto del presunto soggetto “cartesiano” ha origine un soggetto as-soggett-ato cui si concede la celebrazione periodica e temporanea della festa, come il luogo di un effimero non-senso (il Re di carnevale scelto per un giorno tra gli strati più umili della popolazione) e di alleggerimento della Legge tra due periodi lavorativi, produttivi teleologicamente, provvisti di senso e intellegibilità discreta: ma non si ricorderà abbastanza che, in una prospettiva freudiana, la festa viene istituita dai fratelli liberati dopo l’uccisione del padre, sicché la libertà e la jouissance vengono inevitabilmente accompagnate dal senso di colpa interiorizzato.

La Legge opera soprattutto in direzione produttiva e performativa creando soggetti e soggettività su cui si applicheranno la norma e la significanza (non esiste un soggetto prediscorsivo e anteriore alla Legge); in questa prospettiva, il potere diviene più propriamente un potere-sapere che, attraverso la ricerca e la scienza, dà luogo a una serie di saperi specifici a cui si deve proprio la costruzione-invenzione di soggetti e soggettività ai quali viene demandata la territorializzazione delle pulsioni, dei desideri, dei comportamenti. La costruzione-invenzione della dicotomia omosessualità-eterosessualità avviene negli ultimi decenni dell’ottocento in un paradigma scientifico caratterizzato dall’emergere di saperi collegati con lo studio e il controllo “igienico” della popolazione attraverso un’alleanza, non sempre facile e univoca, tra medicina e giurisprudenza (la perizia medico-giuridica introdotta nel codice napoleonico): in questo senso è altamente simbolico l’evento del processo e della condanna di Oscar Wilde con il quale la legge colpisce (ma al contempo riconosce) ciò che nello stesso periodo la psichiatria e la medicina venivano descrivendo eziologicamente, ovvero costruendo socialmente.

Detto questo, però, ci siamo avvicinati, ma non siamo ancora arrivati all’individuazione del carattere distintivo del regime di dominazione che si muove su un piano in qualche modo più astratto e generale.

Istituendo un regime di dominazione, il potere (ormai caratterizzato più precisamente come potere-sapere) è in grado di limitare al minimo indispensabile il lato coercitivo, violento,
repressivo della Legge, perché organizza il rispetto della norma e il controllo attraverso il consenso, a sua volta raggiunto con il meccanismo dell’inculcazione e incorporazione della Legge nei vari strati della società e soprattutto nella trasmissione transgenerazionale. L’intero sistema educativo nella famiglia e nella scuola ripropone direttamente e più ancora indirettamente la norma e la Legge attraverso la narrativa dei valori del gruppo. E’ ipotizzabile che all’interno di una determinata episteme culturale operi una serie di operazioni mentali, una griglia concettuale che investe l’insieme della visione del reale caratteristica di questa cultura; questa griglia concettuale si effonderà, come un contagio, (ovvero di-scorrerà/dis-correrà rizomaticamente e nomadicamente) attraverso i più vari regimi discorsivi: da quelli più facilmente riportabili all’esposizione a fattori culturali a quelli più impervi, per lo meno a livello programmatico, a influssi di questo tipo perché stipulati come discorsi apatici e desoggettivizzati, quali i discorsi della logica o della geometria.

Senza rendersene conto l’uomo della strada, che si costruisce una mappa mentale per orientarsi nel difficile territorio della quotidianità dei rapporti con l’ambiente naturale e umano, utilizzerà sostanzialmente, anche se in maniera meno sofisticata, la stessa griglia concettuale del matematico che inventa e dimostra i suoi teoremi.

La principale strategia con cui il regime di dominazione inculca la Legge consiste nella sua naturalizzazione: i valori e le norme del gruppo (che in realtà appartengono ai gruppi dominanti e vengono trasmessi a quelli dominati) sono per definizione convenzionali e arbitrari in quanto creazioni culturali e sociali, ma il processo di inculcazione li presenta, propone e impone come naturali, dati di natura e quindi tutt’altro che convenzionali. Tutta la cultura del genere e della sessualità è costruita sulla naturalizzazione e reificazione di valori simbolici e convenzionali, culturali, che vengono presentati come naturali: ormai la ricerca in questi settori ha mostrato molto chiaramente come anche la semplice identità di sesso, e non solo quella di genere, sia in larga misura il frutto di un discorso culturale che lascia ormai ben poco spazio al dato meramente naturale e anatomico. Proprio attraverso questo processo l’interdizione dell’omosessualità si è riprodotta ribadendo il contratto eteronormativo attraverso la proclamazione della naturalità essenziale del desiderio rivolto verso oggetti dell’altro sesso.

L’inculcazione procede soprattutto attraverso l’utilizzazione del capitale simbolico da parte dei gruppi che lo detengono: l’intera creazione simbolica (culturale nel senso usuale del termine) ha anche questa funzione (ovviamente non solo, altrimenti cadremmo nella semplificazione ideologica e propagandistica). Basti pensare al mito, in cui si riflettono le convinzioni e le strutturazioni simboliche di una cultura, o alla narrazione che spesso cela sotto la retorica del discorso referenziale, narrativo appunto, un intrinseco contenuto normativo, prescrittivo e formativo-riproduttivo del consenso (le imprese dei nostri predecessori che ci si presentano come modelli e paradigmi): in tutte le culture la stigmatizzazione della situazione attuale è accompagnata da un racconto delle origini, più o meno fondato sui fatti, dal riferimento a un “una volta” in cui la situazione era più soddisfacente e “i valori” continuavano a presentarsi incontaminati.

Tutto questo vale anche nel campo della sessualità. L’intera società è pensata e organizzata a partire da e per i gruppi dominanti, che modellano luoghi e tempi sulla base delle loro pratiche e dei loro comportamenti, ovvero, in questo campo, intorno alle pratiche e i comportamenti del gruppo eteronormativo e del suo istituto più tipico, la famiglia.

Nel momento della trasmissione delle parole d’ordine del gruppo (per usare la felice formula di Deleuze e Guattari) attraverso l’apprendimento linguistico, la realtà umana viene presentata al/la bambino/a secondo categorizzazioni e stereotipi di genere che (ri)producono aspettative e comportamenti collaudati da una lunga tradizione e presentati come ovvi, attesi, “naturali”.

La creazione simbolica in tutti i campi, dalla letteratura alla musica alle arti figurative, procede nella stessa direzione, rappresentando i rapporti interpersonali secondo linee-guida ben precise che differenziano il campo dei rapporti amorosi e sessuali, pensati e rappresentati solo secondo la relazione tra i due sessi e generi, da quello dell’amicizia, possibile soprattutto da persone dello stesso genere, a quello delle istituzioni omosociali (l’esercito, la palestra, la squadra di calcio, l’agorà per il maschio) ma completamente defisicizzate, in cui il desiderio omosessuale viene represso, esorcizzato e codificato in una direzione radicalmente asessuata e fondata piuttosto sulla solidarietà e la complicità di genere molto spessa fortemente colorata di una svalutazione misogina della donna di cui si apprezza solamente il corpo. Da Paolo e Francesca a Violetta e Alfredo la rappresentazione simbolica inculca attraverso i secoli il modello unico dell’amore tra uomo e donna accanto a quello dell’amicizia spesso spinta fino al limite dell’ambiguità (Don Carlo e il marchese di Posa): non è un caso che quando l’omosessualità si presentò consapevolmente come minoranza culturale visibile e aspirante al riconoscimento sociale, una delle prime esigenze fu la fondazione di una “letteratura” che rappresentasse relazioni erotiche tra persone dello stesso genere; in altre parole, si pose il problema dell’accesso ai regimi discorsivi e al capitale simbolico.

Note bibliografiche

1 G. Rubin, The Traffic in Women: Notes on the political Economy of Sex, in R. R. Reider (a cura di): Toward an Anthropology of Women, Monthly Review Press, New York-London 1975, pp. 157-210.

2 M. Wittig, The Straight Mind and Other Essays, Harvester Wheatsheaf, New York-London 1992.

 

Professore Ordinario di glottologia e linguistica,

Dipartimento di linguistica  “T. Bolelli”, Università di Pisa.