Relazioni tra i generi e violenza

Recensione di Giancarla Codrignani

Recensione – GIANCARLA CODRIGNANI

I tempi che viviamo sono pieni di ambigue difficoltà: la “società dell’immagine” ha mantenuto nel 2013 un’attenzione forte sui fenomeni che vanno dai maltrattamenti in famiglia al femminicidio, ma l’informazione non può “restare sul pezzo” per sempre.

Per questo è necessario conservare i materiali finalizzati a quella trasformazione del costume che riguarda le relazioni di coppia e familiari, per reggere sul lungo periodo. Infatti, si tratta di contrastare un costume secolare, se non millenario, per cambiarlo e di non illudersi per aver scoperchiato la fogna.

 

Pedagogika, anno XVII n.2

RELAZIONI TRA I GENERI E VIOLENZA

Recensione di  Giancarla Codrignani

I tempi che viviamo sono pieni di ambigue difficoltà: la “società dell’immagine” ha mantenuto nel 2013 un’attenzione forte sui fenomeni che vanno dai maltrattamenti in famiglia al femminicidio, ma l’informazione non può “restare sul pezzo” per sempre.

Per questo è necessario conservare i materiali finalizzati a quella trasformazione del costume che riguarda le relazioni di coppia e familiari, per reggere sul lungo periodo. Infatti, si tratta di contrastare un costume secolare, se non millenario, per cambiarlo e di non illudersi per aver scoperchiato la fogna.

Partendo dalla consapevolezza che il nostro sempre criticabile Occidente affronta l’impegno trasformativo della relazione tra i generi partendo da situazioni migliori rispetto a paesi più o meno lontani in cui le donne – anche se in qualche modo in cerca di emancipazione (penso alle arabe saudite a cui è vietato guidare che manifestano al volante) – restano subalterne anche giuridicamente. Infatti abbiamo  responsabilità anche nei confronti delle molte altre che in “luoghi difficili” non godono della relativa libertà che noi abbiamo conquistato: proprio mentre la crisi sembra paralizzarci non possiamo mollare perché rischieremmo di perdere tutte quante in misura maggiore. E, come per tutte le vertenze che abbiamo aperto nel passato e che apriremo ancora, non si tratta di ottenere benefici solo per il nostro genere, ma trasformazioni positive per  tutte le società.

Tra i materiali da conservare e utilizzare ancora a lungo il quaderno “Relazioni tra i generi e violenza” di Pedagogika (n. 2/2013), resta prezioso per “decostruire – come dice Maria Piacente – con pazienza una storia millenaria che, da sempre, ha sottoposto le donne, i bambini e le bambine, gli anziani alla virilità del maschilismo“. Senza questo processo prioritario di dialettizzazione anche giuridica dei diritti, difficilmente i poteri pubblici potranno “disegnare nuovi spazi di libertà e di cittadinanza per uomini e donne“.

Forse non è male usare la lunga locuzione “violenza maschile contro le donne”, perché si tratta, non casualmente, di “uomini” che maltrattano, fisicamente e/o psicologicamente fino ad ucciderle e ad accettare – perfino in diritto, dal momento che fino a pochi anni fa in Europa lo stupro era quasi ignorato dai tribunali in quanto reato “contro la morale” – che accadano violenze che nascono all’interno di rapporti che, perfino nel caso della prostituzione, rientrano nelle relazioni costitutivamente inermi.

In pochi anni è cambiata la percezione che le donne hanno delle relazioni con gli uomini: finalmente le denunce e il coraggio di affrontare in tribunale lo stupratore (ed eventualmente la di lui madre) hanno dimostrato la trasversalità della violenza  in tutti i ceti sociali, le età, i luoghi. Tuttavia l’eco prodotta dall’informazione via via crescente può non impedire alla paura suscitata dalla libertà delle donne di mettere in crisi non tanto l’identità dei ruoli (che sono chiaramente invenzione sociale storica), quanto la legittimità dei poteri, oggi inequivocabilmente “proprietà” di un solo genere.

Il Fondo delle Nazioni Unite per la Donna (UNI-FEM), ritiene, anche se i dati in questo campo sono tutti ipotetici per la difficoltà di accertamento in materia, ricorda che il 33% della popolazione femminile mondiale subisce maltrattamenti all’interno della mura domestiche e l’OMS conferma che almeno una donna su sei ha subito aggressioni fisiche o sessuali da parte del proprio marito o partner. Se perfino in Svezia ogni dieci giorni una donna muore in seguito ad abusi subiti da parte di un familiare o di un amico, risulta evidente che il femminicidio è diventato un crimine contro l’umanità e necessita una normazione autonoma. Il fatto che non solo il femminicidio ma anche lo stalking possano rientrare nei reati comuni, anche se con aggravanti penali, è un rischio insito nella concezione del diritto, da sempre inchiodato sul concetto della “persona neutra”, che condiziona la legge ad erogare alle donne benefici (per esempio in materia di lavoro o di maternità) e non diritti specifici. Perfino nella nostra Costituzione appare contraddittorio replicare i diritti del lavoratore per la cittadina lavoratrice in un articolo che ambiguamente inserisce la differenza di genere nell'”essenziale funzione familiare” propria della donna (art. 36). Come se negasse all’uomo una qualunque funzione familiare essenziale…

Questioni ideologiche, dunque, che iniziano con la subalternità della donna alle esigenze pulsionali (anch’esse, non si sa perché “superiori”) dei maschi e finiscono con la volontà di dominio, il sessismo, la schiavitù, il razzismo, l’economia capitalistica, i nazionalismi, i fascismi. D’altra parte è stato Freud a dare al sesso il primato dell’aggressività umana e a simbolizzare nell’arma il pene. Anche gli uomini che non fanno parte dei “maschi selvatici”, come Pietro Barbetta,  convengono che uccidere la propria compagna “strangolandola, a botte, col veleno, con il gas, con l’arma da fuoco, è un atto di guerra. Guerra contro  il genere, la generatività e la generazione”. Basta ricordare gli stupri sulle donne del nemico in Bosnia per confermare che solo l’odio può produrre questa violenza, che, oggettivamente,
fa del corpo maschile un’arma da guerra.

Sono, d’altra parte, gli stessi mezzi di comunicazione di massa che perpetuano modelli considerati come naturali e “universali” (non si dimentichi che nel 1912 fu definito “universale” il voto concesso a tutti i maschi maggiorenni). Di fatto  riproducono nell’educazione di bambini e bambine i principi di una diversa percezione del sé, disvalore nelle bambine e presunzione di superiorità nei maschietti. Modelli-trappola, sia perché tramandano una falsa idea della bontà delle donne come base della loro arretratezza, sia perché comportano per la donna ambiziosa e meno “domestica” l’obbligo dell'”omologazione” e la perdita delle potenzialità storiche di poter acquisire per tutti una diversa consapevolezza di vita.

Anche la maternità, la parte più “naturale” della femminilità, diventa una trappola: per un genere la maternità diventa l’identità; per l’altro genere la paternità non è mai destino, mai responsabilità “di genere”. Non che le donne non possano essere cattive madri (le mamme-chioccia, le persecutorie, le castratrici, senza dimenticare che siamo infanticide e che in India e in Cina il costume chiede la soppressione di chi nasce colpevole di essere femmina); ma non si tratta di natura o destino. Lo spiega bene la tradizione romana antica: per la donna il valore è il matrimonium, il fare figli; per l’uomo il patrimonium, la proprietà di tutti i beni, compresi i figli, gli schiavi e, ovviamente, il corpo della donna pagato con la dote.

Dalla carenza di autonomia personale derivano le perplessità femminili sul valore effettivo della cittadinanza, messo in crisi da non pochi articoli del codice e da regole che, per esempio, restringono la stessa “parità” salariale facendo della donna lavoratrice un cattivo lavoratore perché disturba il processo produttivo se vuole un figlio. La stessa partecipazione politica, che chiede alle donne collaborazione organizzativa di aiuto e non di progettazione, si scontra con la scomodità dei diritti specifici e seleziona donne affidabili e disposte all’omologazione al modello unico. Che potrebbe essere anche vantaggioso nel breve periodo, se non fosse destinato a restare improduttivo rispetto alle esigenze di rinnovamento sociale richieste dai processi della modernità.

Gli uomini dell’associazione “Maschileplurale” sono impegnati nella ricerca di una diversa identità maschile, più consapevole della propria parzialità e critica verso il patriarcato ancora storicamente presente. Proprio perché ritengono che la violenza maschile contro le donne non possa venire relegata nella pura sfera criminale o patologica, chiedono che si estenda la lotta contro la resistenza del virilismo.

Sono tutti spunti di problemi complessi – da affrontare in forme selettive ma senza tregua nei prossimi giorni e anni – elaborati dagli studi di autori seriamente impegnati, come Tamar Pitch, Maria Rita Bartolomei, Barbara Mapelli, Anna Maria Piussi, Michele Greco, Laura Pigozzi, Cristina Papa, Nicole Janigro, Daniela Deanna. Come si diceva, un numero di Pedagogika da trasportare dentro il 2014.

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