Scelti per voi

Kossi Komla- Ebri

Neyla. Un incontro, due mondi

Edizioni dell’Arco,
Milano, 2002.,pp. 104, e 6,20

Fra i cosiddetti “scrittori migranti” che, vivendo in Italia, hanno scelto di scrivere in lingua italiana, Kossi Komla-Ebri è senz’altro uno dei più convincenti. Poiché è in Italia dal 1974 ed è laureato in Medicina e specializzato in Chirurgia, la sua padronanza linguistica è eccellente e per scrivere i suoi libri non ha mai avuto bisogno di un coautore italiano. Di solito la sua scrittura si serve di un linguaggio pacato e molto ironico (basti pensare ai due volumi di Imbarazzismi, dove brevi storie quotidiane ci mostrano un’Italia intrinsecamente razzista), ma in questo romanzo prevale un tono lirico e appassionato, la descrizione di un amore intenso che sembra per certi versi riprendere le storie più classiche sull’amore impossibile della letteratura occidentale.

Il protagonista, un giovane africano in Italia per studi, decide di tornare in vacanza nella sua terra. Il ritorno ha per lui un effetto traumatico: si rende conto di non essere più capace di vivere nel suo paese, ma sa benissimo di non essersi ancora perfettamente ambientato in Italia. Il suo senso di distacco dalle cose diviene sempre maggiore, inoltre è costretto a mentire alla sua famiglia ed ai suoi amici, seguendo a pieno il cliché dell’immigrato che finge e fa credere di aver raggiunto all’estero un successo insperabile in patria. Molto divertenti sono i passaggi in cui il ragazzo, mostrando le foto scattate davanti ad una grande banca accanto ad una Rolls Royce, dice alla famiglia che quelli sono il suo ufficio e la sua macchina.

Il personaggio di Neyla emerge da questo sfondo di disillusione e difficoltà: nera, bellissima, attratta dapprima dai lati “occidentali” del protagonista (gli occhiali da sole, i vestiti firmati), si rivela poi una donna illusa e sfruttata più volte dai bianchi e costretta, suo malgrado, a vivere in un paese dove per lei non c’è più alcun futuro. Neyla appare subito come figura complessa, per certi versi indefinibile: emancipata ma legata alla sua cultura, innamorata ma delusa, aggressiva e fragile. Per il protagonista rappresenta il “pezzo mancante”, l’anello di congiunzione non solo per ritornare alla sua terra, ma anche per accettare che la sua terra è cambiata. Neyla è, come ha detto lo stesso autore, l’Africa stessa: ma è ben lungi dall’essere un’Africa naturale e idilliaca, contrapposta alle brutture e alla difficoltà dell’Europa. Neyla si è prostituita, è stata la donna di un bianco, ha una vita tutt’altro che limpida. Riuscire ad amarla equivale  per il protagonista ad amare la sua terra, a ritrovare una parte di se stesso e a diventare finalmente adulto.

Il passaggio dell’uomo dall’età adolescenziale a quella matura segue infatti la tradizione epica occidentale e africana: la donna incarna lo spirito del luogo (come Circe, Didone, Cleopatra, Penelope), l’uomo per distaccarsene deve prima amarla.

Il tema del romanzo non è quindi soltanto l’amore, quanto piuttosto la difficoltà del ritorno e la crisi d’identità dell’emigrante: non è un caso che questo romanzo, in cui la crisi di identità viene  alla fine superata, sia stato scritto da un uomo di cinquant’anni. Quello che in altri testi della letteratura della migrazione è un tema irrisolto, difficile anche da affrontare, trova qui composizione: anche per questo Kossi Komla-Ebri è uno degli scrittori stranieri più interessanti.

Daniele Combierati

Marcello Cesa–Bianchi e Ottavia Albanese (a cura di)

Crescere e invecchiare

La prospettiva del ciclo di vita

Edizioni Unicopli, Milano, 2004, pg. 196 €. 12,00

Ciascuna età della vita, così come forse ogni fase o momento significativo della nostra esistenza, porta con sé nell’immaginario sociale una serie di rappresentazioni che, in maniera più o meno adeguata, pretendono di spiegare, esplicitare l’enigma che contengono al suo interno, anche a costo di introdurre semplificazioni manichee, stereotipie di dubbio gusto. Sono, a tutti gli effetti, il prodotto di una mitologia quotidiana alquanto sbrigativa che non disdegna il luogo comune, utilizzato come una arma da impugnare contro l’insorgere di una complessità e di una particolarità che ambisce a smentirlo, a frantumarlo. Le storie concrete, individuali delle persone riflettono nel bene come nel male realtà faticose, sottili, ricche di sfumature e problematizzazioni non sempre afferrabili. Gli stereotipi sono difese che vogliono immunizzarci nei riguardi di un universo, quello presentificato dall’altro e dagli altri, che si vorrebbe liquidare con una o due formulette striminzite. Nel caso della vecchiaia, poi, non occorre percorrere molto strada per rinvenirli. Sono subito a portata di mano, senza dover sfrugugliare negli angoli più remoti e oscuri della mente. Il culto devoto e narcisistico della memoria da un lato e, dall’altro, il fascino dolente della saggezza sono probabilmente i due antidoti più frequentemente chiamati in causa per arginare la massiccia ombra di superficiale negatività che la coscienza “normale”, ossessionata dalla morte, proietta sulla vecchiaia. La memoria, però, è debole e solo raramente è libera dai fantasmi che l’assediano da ogni lato, così come la saggezza, troppo generosamente attribuita, può nascondere la costruzione di un oracolo prematuramente eretto e soprattutto non richiesto.

Ben vengano, dunque, gli studi che la cosiddetta “psicologia del ciclo di vita” (Life-Span Psychology) ha iniziato a promuovere a partire dalla fine degli anni settanta. La sua attenzione rivela di una ricerca ampia ed articolata che ha come suo fuoco l’analisi dei mutamenti che toccano gli individui dalla nascita alla morte. Il libro curato da Marcello Cesa – Bianchi e Ottavia Albanese indaga, in quest’ottica, la questione dell’invecchiamento, lavorando nella direzione di ribaltare gli schematici e spesso crudeli pregiudizi che essa si porta appresso. Come scrive Albanese nella sua introduzione: “Il processo di invecchiamento è imputabile ai geni della sopravvivenza solo per il 30%, mentre il restante 70% è attribuibile all’ambiente, in particolare allo stile di vita che ciascuno va determinando nel corso della propria esistenza”. Il processo d’invecchiamento, precisa uno studioso come Vergani, ha alle spalle il proprio passato.

Basterebbe soffermarsi a riflettere con la dovuta sensibilità su queste affermazioni per cogliere l’ontologica densità che il tema della vecchiaia cela al suo interno, come la sua pietra più dura e, ahimé, impietosa, a causa della sfolgorante veridicità che vi conserva. Ma nel testo non c’è evidentemente solo questo. Marcello Cesa-Bianchi ci prende per mano e in maniera piana ed estesa ci porta passo dopo passo a misurarci con la psicologia dell’invecchiamento, in modo puntuale e dettagliato, richiamando in campo le ricerche più avanzate nel settore. Il quadro che ne fuoriesce è estremamente esaustivo e suscettibile di spronare ulteriori studi sull’argomento. Gli altri autori, nella seconda parte del libro, si sforzano invece di indagare quello che potremmo definire come il lato oscuro dell’invecchiamento, quello marcato da una solitudine ed una sofferenza che è spesso meno scontata e ovvia di quel che si crede: l’istituzionalizzazione, la malattia, l’indebolimento… L’ultimo saggio contenuto nel libro si fregia di un titolo, necessario ed al contempo ambizioso, che riassume l’intero spirito del lavoro: la nuova immagine della vecchiaia. E’ una promessa o, forse, una piccola utopia che, per non essere totalmente tale, il libro contribuisce ad anticipare. Nell’interesse di tutti, nessuno, ma proprio nessuno, escluso.

Angelo Villa

AA.VV.

Un’Appropriazione indebita

L’uso del corpo della donna nella nuova legge sulla procreazione assistita.

Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2004, pp. 332, € 14,60

Leggere Un’appropriazione indebita. L’uso del corpo della donna nella nuova legge sulla fecondazione assisitita (Baldini Castaldi Dalai, 2004) è utile non solo per conoscere nei dettagli la legge n. 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, ma anche per comprendere ed approfondire la complessità dei problemi che si intrecciano intorno al tema delle tecnologie applicate alla genitorialità e al nascere.

Il testo, corposo e ricco di interventi, coglie l’obiettivo di rappresentare i molti aspetti di un cambiamento epocale di cui la legge 40 è solo il fenomeno più tangibile ed evidente. Gli sguardi che osservano ed analizzano questo cambiamento non sono neutri/neutrali: tutte le autrici attraversano (e ne sono attraversate) quel percorso comune che chiamiamo, per intenderci, il movimento delle donne. La prospettiva politica
nel senso più ampio del termine è il filo rosso che percorre le diverse analisi: quella giuridica (Bianca Lamonica, Maria Rosaria Marella e Milli Virgilio, Tiziana Vettor), psicologica e psicoanalitica (Ida Finzi e Silvia Vegetti Finzi), medico-scientifica (Elisabetta Chelo, Maddalena Gasparini e Anna Rollier), storica e antropologica (Nadia Maria Filippini, Lia Lombardi e Franca Pizzini), simbolica (Lea Meandri, Anna Maria Crispino), etica (Eleonora Cirant, Giovanna Pons), bio-etica (Roberta Dameneo, Monica Toraldo di Francia), istituzionale (Barbara Pollastrini), testimoniale (Monica Soldano), sociologica (Chiara Saraceno) filosofica (Maria Luisa Boccia, Beatrice Busi). Prendete questo elenco a titolo indicativo: la compresenza delle diverse prospettive in ciascuno dei singoli interventi crea molteplici rimandi, un ipertesto che ottiene un effetto di coralità e, per certi aspetti, di ridondanza: come se le note ricorrenti, rimbalzando da parte a parte, creassero un ritornello.

Questo ritornello racconta di un legislatore ottuso e ideologico, maschilista, impregnato di fanatismo cattolico, misogino, incapace di gestire quel delicato equilibrio tra la norma e la libera scelta individuale. Ma racconta anche della responsabilità dei soggetti (quello femminile, in particolare) rispetto all’elaborazione del limite, della crisi dell’etica nel rispondere alla sfida dei cambiamenti indotti dalle tecnologie, dell’ambivalenza del desiderio, che può allacciarsi tanto al lato luminoso quanto al lato di ombra del nostro essere umani.

I quesiti referendari, per i quali sono stati raccolti quasi tre milioni di firme, hanno contribuito a far conoscere gli aspetti più incongrui della legge, la cui applicazione – invadendo il terreno delle scelte procreative – lede fortemente le libertà individuali. Eppure nessuna buona legge può sostituire la presente se nella società non c’è elaborazione e discussione su temi, come la famiglia, cruciali per la vita degli individui e della collettività. Questo testo va nella direzione di articolare, allargare, diffondere una riflessione – urgente, ma destinata a protrarsi e svilupparsi nel lungo periodo – necessaria ad elaborare modi di intervento concreto, discorsi e parole efficaci che non ci lascino mute e prive di argomenti di fronte a chi, avendo il potere di decidere per la comunità, assume il proprio credo religioso come metro di misura delle vite (delle scelte, dei valori, dei corpi, delle idee) altrui.

F. De La Motte-FouqueBachmann

Ondina

Filema, Napoli, 2004, pp. 148, e 12,00

Metafora di un amore … e forse più! Pregevole e, per qualche verso, coraggiosa la scelta dell’editore di affiancare, in sequenza, figure femminili così diverse. C’è l’Ondina di De La Motte-Fouqué, liquida e sfuggente creatura che accetta, sia pure con tremende condizioni, di farsi donna, di addensarsi intorno al nucleo di un amore percepito come assoluto, totale e tale da comportare, come prezzo e pegno per la sua infrazione, per il suo tradimento, la distruzione di entrambi gli innamorati, il ritorno di ciascuno al proprio elemento: alla fluida profondità delle acque l’una, al materico, immobile e freddo tumulo di terra l’altro, appena ingentilito dal miracolo di una “piccola fonte limpida come l’argento”, quasi orante e carezzevole presenza, simbolo della ninfa ripudiata che “a quel modo, continua a cingere il suo amato”.

Siamo, con la storia di Ondina, al crocevia tra un ambiente ampiamente pagano e celtico dove si favoleggiano divinità che rappresentano elementi della natura ed una concezione dell’amore totalizzante, potenzialmente eterno e necessitante, per ottenere una sua benedicente sacralità, dell’intervento di un prete che celebri le nozze.

C’è poi, con l’Ondina della Bachmann, una donna che ha imparato fin troppo bene la lezione, smagata e risentita, rabbiosa e tenera, che ha perso ogni illusione sulla sincerità degli uomini ma che non salva neanche le donne che si fanno, per amore, Muse e bestie da soma.

E non è difficile immaginare che, nonostanteil suo minaccioso “…Non provateci con me. Con me no!”, qualcuno ci ha provato, e lei, come mille altre, ha colluso, ha sperato e, ogni volta, non ha fatto che finire con l’ubbidire alla solitudine, “… Solitudine nella quale nessuno mi segue”.

No, non è più una docile ninfa innamorata questa donna, ma il suo non è solo un grido di rabbia e, dopo aver detto quanto sono ignobili quegli uomini ai quali, tuttavia, molto amore viene donato e ai quali molto, per amore, si perdona, conclude con tono dolceamaro, quasi chiedendo scusa,

“… lasciate che per una volta ancora io parli bene di voi… Avete inventato tutti i giochi possibili, giochi di numeri, giochi di parole, giochi di sogno e giochi d’amore…”.

Di un’altra donna si può, infine, leggere in questo volumetto, di quella “Madre amante” della Lea Melandri, figura invariante e sempiterna che sfida ogni coscienza storica, che racchiude in una sorta di completezza felice la coppia madre-figlio, che rappresenta l’unità indifferenziata dove ancora non esiste alterità, dove conflitti e differenze sono ancora lontani, non percepiti, neppure immaginati.

Una coppia questa che simboleggia il sogno eterno di una completa autosufficienza, di una vagheggiata oasi di innocenza che permette mutuo riconoscimento, reciproche accoglienze tra i sessi. Una opportunità di riflessione sul possibile abbraccio tra la solidità della penisoletta abitata dal vecchio pescatore e la fluidità delle acque che la circondano, sul possibile incontro tra nuovi modi dell’essere uomini e donne. Una amabile e fiduciosa incursione alla ricerca di “come nasce il  sogno d’amore”

Salvatore Guida