Digitali nativi: oltre le definizioni

La tecnologia non è neutra, le applicazioni e i servizi sempre più spesso, sono il prodotto delle grandi multinazionali dell’intrattenimento e della comunicazione e sono tese a fidelizzare e incentivare il consumo mediale delle persone, dove bambini e adolescenti ricoprono un ruolo centrale.


Sviluppare l’educazione ai media e le competenze tecnologiche

Sin qui abbiamo utilizzato spesso contrapponendole due definizioni: digitali nativi e immigrati digitali. Ai primi per il solo fatto di essere nati nell’era di Internet attribuiamo capacità di comprendere le nuove tecnologie. Ai secondi proprio per aver vissuto l’era pre-digitale viene attribuito il limite di non saper utilizzare in modo pieno le tecnologie, eppure come sostiene la Boyd, trai massimi esperti negli studi sul rapporto degli adolescenti con i media digitali: “Essere esposti a informazioni e immagini attraverso internet e utilizzare i social media non rende interpreti esperti del significato dietro questi prodotti. La tecnologia continua a modificare i sistemi sociali e di informazione, ma gli adolescenti non contribuiranno in modo critico a questo ecosistema semplicemente perché sono nati in un’epoca in cui queste tecnologie erano onnipresenti. E’ pericoloso dare per scontato che i giovani siano automaticamente informati. E’ ingenuo credere che i cosiddetti immigrati digitali non abbiano niente da offrire. Anche chi ha paura della tecnologia può avere una valida prospettiva critica. Né gli adolescenti né gli adulti sono monolitici e non esiste una relazione magica tra capacità ed età.”[1]

I bambini sin dalla culla sono messi in contatto con la tecnologia, spopolano su Internet i video di piccolissimi in grado di maneggiare con destrezza tablet e smartphone e di genitori orgogliosi che mostrano le abilità dei propri figli. E proprio questo è il nodo della questione che resta ancora da sciogliere e che accompagna la trasformazione della società in società mediatizzata: consideriamo erroneamente la tecnologia come un fattore neutrale e diamo per scontato che i digitali nativi comprendano appieno il mondo in cui sono immersi per il solo fatto di esservi nati.

La tecnologia non è neutra, le applicazioni e i servizi ad essi collegati sono sviluppati da ingegneri e esperti di marketing, hanno certamente finalità positive ed hanno migliorato per molti aspetti la qualità della nostra vita, del lavoro e aperto ad opportunità fino a pochi anni fa inimmaginabili. Ma allo stesso tempo, sempre più spesso, sono il prodotto delle grandi multinazionali dell’intrattenimento e della comunicazione e sono tese a fidelizzare e incentivare il consumo mediale delle persone, dove bambini e adolescenti ricoprono un ruolo centrale, perché stimolano il consumo degli adulti e perché saranno i clienti diretti di domani.

Le nostre vite sono sempre più regolate da Facebook, Google, Twitter, Youtube, ma ciò non significa solo che siamo sempre connessi e che le nostre relazioni si costruiscono attraverso i social media, ma vuol dire soprattutto che siamo guidati dalle funzionalità sviluppate all’interno di queste interfacce tecnologiche, che sono più o meno fruibili in funzione del supporto di cui disponiamo. E questo apre ad un’ulteriore riflessione che riguarda le opportunità di accesso alle tecnologie, che in questo mondo globalizzato non sono uguali per tutti e, anzi proprio le possibilità di accesso alla tecnologia tendono a marcare in modo ancora più netto le diseguaglianze.

Parlare di «nativi digitali» ci aiuta a riconoscere e rispettare i nuovi tipi di apprendimento e di espressione culturale emersi da una generazione cresciuta insieme ai computer e alla rete. Eppure, parlare di «nativi digitali» può anche mascherare i diversi gradi di accesso e di familiarità dei giovani con le tecnologie emergenti. Parlare di «nativi digitali» rende anche più difficile per noi prestare attenzione al divario digitale, in termini di chi ha accesso alle diverse piattaforme tecniche, e al divario di partecipazione, in termini di chi ha accesso a determinate abilità e competenze o determinate esperienze culturali o identità sociali. Parlare dei giovani come di «nativi digitali» implica che esista un mondo condiviso da tutti questi giovani e un insieme di conoscenze che tutti padroneggiano, piuttosto che vedere il mondo online come incerto e poco familiare per tutti noi.”[2]

Le statistiche ci mostrano una capillare diffusione dei dispositivi mobili, ormai quasi il cento per cento della popolazione possiede un smartphone o un tablet, i bambini entrano in possesso di un dispositivo mobile a partire dai 5/6 anni ma hanno già utilizzato in modo quasi continuativo i dispositivi dei propri genitori. Eppure come abbiamo più volte scritto il possesso di dispositivo mobile non significa avere le competenze per comprendere le tecnologie, anzi queste sono progettate proprio per rendere l’utilizzo quotidiano il più semplice possibile, ma questo significa altresì che l’utilizzo è guidato dalla tecnologia e che l’aspetto di ricerca ed esplorazione si muove attraverso i canali che le app disegnano sui nostri dispositivi. Questo significa che l’accesso alle informazioni avviene in modo parziale, solo attraverso alcuni canali e non altri.

É del tutto evidente che esistono una serie di elementi critici di cui sono responsabili gli adulti. Spetta a noi riprendere il controllo e il ruolo guida comprendendo per primi l’impatto delle tecnologie e utilizzandole come strumento a supporto della crescita dei bambini.

Bambini iperconnessi, super impegnati e soprattutto sempre più soli

Assistiamo alla crescita di bambini sempre più soli, circondati dalla tecnologia, con un’agenda di impegni da far invidia ad un top manager a cui manca il dialogo con i genitori, con i propri compagni e amici, un mantra che ripetiamo ormai da molti anni. Era il 1997 e vengono pubblicate le prime ricerche sugli effetti dell’esposizione dei bambini ai programmi televisivi, si iniziano così a delineare i potenziali rischi.[3] Nel 2001, esplodono i videogiochi in consolle e il tempo trascorso dai ragazzi con strumenti tecnologici si amplia. Nel 2003 la diffusione del telefono cellulare si fa più evidente e mostra come il 56,6% dei bambini tra i 9 e i 12 anni sia già in possesso di telefono (Pira 2003). Dopo tre anni un’altra indagine su un campione di 1212 bambini mostra come i possessori di telefono cellulare raggiungano la soglia del 70% con tempo trascorso con l’utilizzo dei diversi mezzi che si allarga ancora, andando ad occupare una porzione sempre più preminente nel loro quotidiano (Pira e Marrali 2006). Arriviamo al 2011, dove il 97% dei ragazzi dispone di un telefono cellulare e oltre il 50% possiede uno smarthphone[4]. I dati pubblicati nel 2014 mostrano un’ulteriore evoluzione e per la prima volta vengono identificati i mobile born, infatti, il 38% dei bimbi nella fascia di età dei 2 anni ha già utilizzato un dispositivo mobile[5]. Siamo nel 2015[6] con il 99% degli adolescenti italiani online, il 70% di loro connesso attraverso uno smartphone, mentre l’85% conosce qualcuno iscritto a Facebook con meno di 13 anni[7].

Bambini sempre più soli e i genitori sempre più assenti. Già nel 2007 Marrali sottolineava “il dialogo con i genitori stimola nel bambino le capacità di riflessione e di concentrazione. Le relazioni familiari rappresentano infatti il punto d’incontro tra le varie generazioni. La famiglia ha sempre avuto una struttura psicologica basata su ideali e valori etici e morali, che venivano, e vengono trasmessi ai figli con maggiore o minore rilevanza. […]L’afasia affettiva, che si produce e l’assenza di comunicazione privano i bambini di modelli affettivi e di fonti di conoscenza e di cultura.[8]

Siamo ormai oltre, genitori liquidi concentrati su se stessi che propongono modelli deboli. É l’era in cui imperversano i gruppi whatsapp con i quali sostituiamo ogni confronto, annulliamo tempi e la libertà di raccontare e di raccontarsi, con i quali, ad esempio, i genitori gestiscono la vita scolastica dei propri figli, finendo per deresponsabilizzarli, per non consentirgli di imparare a gestire il rapporto con l’insegnante, la comunicazione con i genitori, i propri fallimenti e successi.

Stiamo demolendo tutte le agenzie educative, genitori che si sottraggono alla proprio ruolo guida e di educatori, la scuola indebolita dall’esterno da genitori che minano alla credibilità degli insegnanti e insegnanti che hanno paura di trovare nuove strade per insegnare contenuti che rimangono fondamentali per costruire coscienza critica a capacità di comprensione del mondo delle nuove generazioni, la chiesa fragilizzata da scandali e da una sua incapacità di adeguarsi ai cambiamenti sociali intervenenti e che sta faticosamente cercando di ritrovare un ruolo guida, le associazioni di volontariato sempre più isolate in una società iperindividualista, egoista e narcista.

Non è più il tempo delle riflessioni, è quello dell’agire. Non è colpa della tecnologia è colpa nostra degli adulti che preferiscono non avere responsabilità e attribuirle ad altri, dobbiamo accettare che per ognuno di noi il percorso nella vita è un continuo apprendere e trasferire le nostre conoscenze a coloro che iniziano a costruire la propria strada, questo significa riappropriarsi di valori morali, etici, di senso civico, perché solo così saremo in grado di far crescere individui capaci di relazionarsi in modo equilibrato con gli altri. Soli così fenomeni ormai fin troppo diffusi come sexiting, cyberbullismo, stalking, diverranno marginali e circoscritti.

Sociologo della Comunicazione,  Docente di Comunicazione Giornalismo Università degli Studi di Messina e di Comunicazione Pubblica e d’Impresa allo IUSVE di Venezia.

Note:

[1] Boyd D, It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web, Castelvecchi, 2014, p. 214.

[2] Jenkins H.: Talk of “digital natives” helps us to recognize and respect the new kinds of learning and cultural expression which have emerged from a generation that has come of age alongside the personal and networked computer. Yet, talk of “digital natives” may also mask the different degrees access to and comfort with emerging technologies experienced by different youth. Talk of digital natives may make it harder for us to pay attention to the digital divide in terms of who has access to different technical platforms and the participation gap in terms of who has access to certain skills and competencies or for that matter, certain cultural experiences and social identities. Talking about youth as digital natives implies that there is a world which these young people all share and a body of knowledge they have all mastered, rather than seeing the online world as unfamiliar and uncertain for all of us. http://henryjenkins.org/2007/12/reconsidering_digital_immigran.html.

[3] Pira F. Kermol E., Bambini mai soli davanti alla tv, Edizioni Gogliardiche, 1997.

[4] Fonte: Indagine conoscitiva sulla condizione di infanzia e adolescenza in Italia nel 2011, Telefono Azzurro – Eurispes.

[5] Fonte: http://www.commonsensemedia.org/research/zero-to-eight-childrens-media-use-inamerica-2013.

[6] Fonte: Ricerca Telefono Azzurro – Doxa Kids feb 2015.

[7] Cava A. Pira F., Social Gossip, Aracne, 2015, p. 98.

[8] Pira F., Marrali E., Infanzia Media e Nuove Tecnologie, FrancoAngeli, 2007, p. 99.

Bibliografia

Boyd D, It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web, Castelvecchi, 2014, p. 214.

Eco U., Apocalittici e Integrati, Editoriale Fabbri, 1964.

Jenkins H., http://henryjenkins.org/2007/12/reconsidering_digital_immigran.html

Id (2006), Convergence Culture, New York University, New York (trad. It. Cultura convergente, Apogeo, Milano 2007).

Id. (2009), Confronting the Challenges of Participation Culture: Media education for the 21st Century, Massachusetts Institute of Technology, Boston, (trad. it. Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo, Guerini e Associati, Milano 2010)

Pariser E. (2011), The Filter Bubble, Penguin Group, New York (trad. it. Il filtro, EGEA, Milano 2012)

Pira F. Kermol E., Bambini mai soli davanti alla tv, Edizioni Gogliardiche, 1997.

Pira F., Ricerca bambini e telefonini, Università degli Studi di Trieste, 2003

Pira F. e Kermol E., Bambini mai soli davanti alla tv, Edizioni Goliardiche, Padova 1997

Pira F. e Marrali E, Infanzia Media e Nuove tecnologie. Strumenti, paure e certezze, FrancoAngeli, Milano 2007

Cava A. Pira F., Social Gossip. Dalla chiacchiera di cortile al web pettegolezzo, Aracne Editrice, 2015

Indagine conoscitiva sulla condizione di infanzia e adolescenza in Italia nel 2011, Telefono Azzurro – Eurispes. http://www.commonsensemedia.org/research/zero-to-eight-childrens-media-use-in-america-2013

Ricerca Telefono Azzurro – Doxa Kids feb 2015.